OpenAI punta alla quotazione in Borsa e, secondo Forrester, proprio in questa fase la sua strategia deve essere molto concreta e vicina alle esigenze delle imprese
È il segreto di Pulcinella del mondo AI: tutti gli AI provider stanno scommettendo il loro futuro sulla quotazione in Borsa e chi ci arriverà per primo avrà di sicuro notevoli vantaggi. Questo "primo" sarà uno tra Anthropic e OpenAI, che per mettere metaforicamente le mani avanti ha anche pubblicato un blogpost-manifesto che delinea la visione a lungo termine dell'azienda.
OpenAI è attualmente valutata circa 852 miliardi di dollari e probabilmente si quoterà tra settembre e novembre 2026. Vedremo. Nel frattempo una analisi pubblicata da Forrester ha cercato di fare il punto sulle prospettive dell'azienda per ora simbolo della GenAI. Evocando però anche un nome che non promette affatto bene: quello di BlackBerry, in quanto azienda che ha creato un mercato - quello degli smartphone - ma non ha saputo poi restarvi con successo. Per evitare di fare la fine di BlackBerry, OpenAI deve - secondo gli analisti - raggiungere tre obiettivi chiave su altrettanti fronti.
Il primo fronte è quello del mercato consumer, perché la GenAI ha bisogno dei grandi numeri. OpenAI deve trasformare ChatGPT da strumento di utilità a ecosistema integrato capace di trattenere gli utenti nel tempo. I dati del Consumer Benchmark Survey 2026 di Forrester indicano che il 47% degli adulti americani online utilizza già ChatGPT, una base di utenti considerevole ma che non garantisce da sola fedeltà duratura. Secondo gli analisti, la fidelizzazione non si costruisce sull'utilità isolata, ma sull'abitudine, sulla memoria contestuale e sull'integrazione con applicazioni già familiari. Il modello a cui OpenAI dovrebbe tendere è quello di una "superapp" con un sistema di monetizzazione ibrido - abbonamenti, pubblicità e transazioni - simile a quello adottato da Google, Amazon e Meta. In effetti, le voci che circolano fanno prevedere proprio uno sviluppo del genere, che va ben oltre il chatbot.
Il secondo fronte riguarda le imprese, perché è qui che ci sono davvero i soldi. Anche se sono legati a un campo assai poco affascinante: la buona vecchia automazione software. Chi riesce per primo ad automatizzare i processi operativi di un'organizzazione tende a diventare il sistema di riferimento che nessuno poi scalza. Tuttavia, Forrester osserva che le imprese si trovano ancora in una fase di maturità limitata nell'orchestrazione degli agenti AI: mancano governance adeguata, capacità di integrazione e strumenti per gestire la complessità a scala.

OpenAI, se riuscirà a inserire i propri agenti all'interno di flussi di lavoro reali - passando attraverso i cicli di approvazione che includono sicurezza, compliance e integrazione con i sistemi esistenti - potrebbe contribuire a sbloccare il valore che le imprese cercano nell'AI senza ancora trovarlo pienamente. Una via più rapida per acquisire clienti enterprise sarebbe l'acquisizione di un player software enterprise già affermato, che consentirebbe di saltare anni di cicli di vendita.
Il terzo fronte è il più ambizioso: l'intelligenza artificiale generale (ammesso che sia davvero raggiungibile, prima o poi). OpenAI ha dichiarato l'obiettivo di costruire sistemi in grado di automatizzare la ricerca scientifica stessa, con la previsione che entro marzo 2028 una quota significativa delle proprie attività di ricerca possa essere svolta da agenti AI affiancati a ricercatori umani. Forrester ritiene che questa traiettoria, se realizzata, potrebbe ridefinire la velocità del progresso tecnologico nell'intero settore. Tuttavia, ogni azienda nel campo dei frontier model insegue lo stesso obiettivo, il che significa che il vantaggio competitivo potrebbe essere temporaneo.
Per le imprese, il messaggio che dà Forrester è chiaro: non rallentare, ma allo stesso tempo anche non legarsi. Gli analisti suggeriscono di accelerare l'adozione dell'AI, in particolare degli agenti AI, per non perdere terreno rispetto ai concorrenti che si muovono prima. Al tempo stesso, avvertono di non sottoscrivere contratti pluriennali con un singolo fornitore e di mantenere architetture flessibili e cercare di garantirsi costi di migrazione contenuti. Proprio qui il paragone che Forrester utilizza è quello di BlackBerry: l'azienda che definisce una categoria tecnologica è spesso quella più duramente scalzata da quel mercato. Puntare sulle capacità di AI davvero necessarie, non sul brand che le ha sviluppate per prime, è il criterio che dovrebbe orientare le scelte di investimento.
Una IPO non basta per arrivare a questi risultati, insieme. Ma una mano certamente la dà, quantomeno perché chiarisce lo stato di salute effettivo di OpenAI. Parliamo di un'azienda che - secondo stime - potrebbe chiudere il 2026 con circa 30 miliardi di dollari di fatturato ma con perdite per 14 miliardi di dollari. E che non dovrebbe - sempre secondo stime recenti - raggiungere la redditività prima del 2029-2030. La quotazione in Borsa, se e quando avverrà, porterà per la prima volta trasparenza sui conti di OpenAI. Un elemento rilevante anche per i clienti enterprise, che potranno valutare la solidità dell'azienda di Sam Altman come fornitore chiave.
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