Ricordate quando l’intelligenza artificiale era una questione che si giocava tutta sui modelli? Bei tempi. Era tutta una gara a chi presentava il LLM più prestante del momento mentre i fan a priori della GenAI immaginavano quali esoterici contenuti nuove divinità senzienti avrebbero generato da lì a poco. Poi ci si è resi conto che i modelli di AI certo migliorano ma non linearmente.
E il caso Anthropic Mythos/Fable ci ha mostrato come esaltare troppo i propri modelli sia un rischio: a Washington hanno pensato che se era così super era anche meglio tenerlo solo in casa, e Anthropic ad affannarsi a spiegare che - cito testualmente - “Molti modelli meno potenti - tra cui Claude Opus 4.8, GPT-5.5 e Kimi K2.7 - sono stati in grado di individuare le stesse vulnerabilità individuate da Fable 5... Per quanto riguarda la dimostrazione di come sfruttare la singola vulnerabilità, tutti i modelli che abbiamo testato sono stati in grado di produrre la stessa dimostrazione di Fable 5”. Ma non eravamo arrivati allo stadio “minaccia cyber esistenziale”? Invece era tutto uguale a prima? Mah, vai a capire. Come che sia, il messaggio degli AI provider adesso è che i modelli AI non sono più tanto un fattore di differenziazione: la differenza la fa la capacità di trasformare le potenzialità dell’AI in valore concreto, e possibilmente in fretta. Il che va benissimo, perché è proprio quello che le aziende utenti stanno disperatamente chiedendo da un paio d’anni agli stessi AI provider, mentre questi mostravano casi d’uso per cui milioni di utenti consumer non sono disposti a pagare e potenziali milioni di...