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La UE pensa a una nuova strategia per l'open source europeo

Puntare sull'open source aiuterebbe l'Europa a rafforzare la sua indipendenza digitale, finora però le iniziative a supporto hanno dato pochi frutti. Ecco perché a Bruxelles si pianifica una nuova strategia.

Tecnologie

I venti della geopolitica soffiano forti sull'IT, in particolare su quella europea. La UE sente sempre più chiaramente la sua dipendenza da tecnologie controllate fuori dai suoi confini, una dipendenza che si trasforma in un rischio strategico e operativo che non solo non si può ignorare - questo lo si sa già da tempo - ma che deve anche essere affrontato, e ridotto, in maniera efficace e possibilmente rapida. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, infatti, la fiducia nella affidabilità dei partner tecnologici non europei sta calando.

L'open source è uno dei tanti tasselli del mosaico tecnologico "sovrano" che l'Unione Europea sta faticosamente cercando di assemblare. Nella visione di Bruxelles, infatti, le tecnologie open source possono ridurre le dipendenze digitali delle nazioni europee, garantendo una maggiore trasparenza delle supply chain tecnologiche. Il problema è che di open source - software, e men che meno hardware - le organizzazioni europee ne masticano poco. Serve quindi, secondo la UE, spingere una maggiore adozione dell'open source, incoraggiare le organizzazioni a contribuire allo sviluppo dell'open source, stimolare lo sviluppo dell'ecosistema europeo dell'open source.

Quello che finora è stato fatto a favore dell'open source non basta, ammette ora Bruxelles, e perciò serve una nuova strategia che consideri le tecnologie "libere" non solo come una opzione di scelta in più ma proprio come elemento fondamentale in un quadro strategico di sovranità tecnologica. Per sviluppare questa strategia è stata tra l'altro lanciata una consultazione pubblica.

Il punto di vista attuale della UE è che la sua dipendenza digitale da Paesi terzi è un rischio geopolitico e, come minimo, rende difficile controllare davvero le infrastrutture digitali europee perché non si ha il completo controllo e la totale visibilità sulle loro supply chain tecnologiche. L'open source ovviamente aiuta, in questo senso: da un lato la sua trasparenza rende chiaro quali componenti supportano quali servizi e come, dall'altro permette di realizzare in autonomia soluzioni "aperte" ma altrettanto valide di quelle proprietarie. 

L'open source tra l'altro è alla base della quasi totalità dei servizi digitali che le organizzazioni e i cittadini europei usano quotidianamente. Ma siccome questo open source è "impacchettato" in prodotti, piattaforme e servizi proprietari, offerti quasi sempre da grandi aziende non europee, di fatto l'Europa non ne sfrutta il vero valore. Anche perché i grandi player non europei ormai possono far valere effetti di scala e di rete che rafforzano sempre più la loro posizione sui mercati.

Bruxelles sottolinea, e a ragione, che nel corso del tempo l'UE ha investito nell'open source e nelle sue comunità. Ma i risultati ottenuti hanno onestamente avuto impatti marginali nelle dinamiche mondiali del digitale. Forse l'unico ambito di rilievo dove l'Europa si è mossa con una positiva preveggenza è lo sviluppo delle piattaforme hardware RISC-V, siamo però ancora parecchio lontani dal momento in cui queste tecnologie saranno considerate una valida concreta alternativa alle CPU tradizionali e alle piattaforme ARM. Così anche la UE ora deve sottolineare che sostenere le comunità open source esclusivamente attraverso programmi di ricerca e innovazione non è sufficiente. Non basta che le soluzioni "libere" ci siano, devono anche diffondersi nei mercati e avere una loro redditività commerciale.

Più in sintesi: gli ecosistemi open source della UE non crescono abbastanza e abbastanza in fretta da contare davvero sul mercato. Inoltre - ma questo la UE non lo afferma chiaramente - i risultati dei progetti europei di ricerca e innovazione sono spesso troppo di nicchia e mirati per essere noti al grande pubblico delle imprese e anche degli addetti ai lavori che non appartengono a quella specifica nicchia. Difficile quindi parlare di crescita nell'adozione dell'open source, se i progetti europei non sono di rilevanza trasversale.

Così l'idea di Bruxelles, adesso, è definire una serie di azioni e iniziative a breve e medio termine per favorire l'open source, puntando implicitamente sulla questione della sovranità tecnologica e del rischio geopolitico-digitale come "acceleratori" dell'interesse del settore pubblico e privato per l'open source stesso. L'obiettivo dichiarato è impattare sull'intero ciclo di vita dell'open source – dallo sviluppo alla integrazione nel mercato – dei settori più critici tecnologicamente (AI, cloud, edge, IoT, cybersecurity) e industrialmente (manufacturing, automotive).

Questo si può ottenere agendo su alcuni tasselli fondamentali: garantire un'adeguata visibilità delle soluzioni open source europee; favorirne l'adozione mettendone in evidenza i presupposti punti di forza in quanto a usabilità, sicurezza, governance; sostenere le aziende e le fondazioni open source, anche attraverso partenariati pubblico-privati; incoraggiare il settore pubblico, i settori commerciali specializzati e i grandi clienti a contribuire e ad adottare l'open source. Come (quasi) sempre, la UE punta anche sul fatto che le sue iniziative attivino un circolo virtuoso pubblico-privato: i finanziamenti UE "sbloccano" il settore in modo che questo, una volta in moto, sia in grado di attirare ulteriori investimenti privati.

Tutto questo ha senso e può funzionare? Senso certo ne ha, perché è vero che un settore open source saldo e riconosciuto può fare in modo che le componenti essenziali del digitale europeo "non dipendano - per usare le parole di Bruxelles - da attori esterni o da tecnologie non trasparenti, ma siano invece fondate su basi affidabili, aperte, interoperabili e verificabili". Sul fatto che la nuova iniziativa UE possa funzionare... dipende. Qualsiasi piano UE richiede anni per dare frutti concreti, mentre le aziende europee devono scegliere adesso le tecnologie che forse potranno supportarle quantomeno nel medio termine. E contrapposta alla buona volontà UE ci sono i provider tecnologici globali, con le loro soluzioni già pronte. Il confronto non è affatto semplice.

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