La Commissione UE pubblica il bilancio 2026 del Digital Decade: avanzano cloud e AI, restano indietro microelettronica, competenze ICT e infrastrutture sovrane. Ma lo scenario complessivo delude.
I programmi europei per spingere la digitalizzazione dell'Unione di certo non mancano, ma quali effetti positivi stanno effettivamente portando? A stabilirlo ci prova ogni anno la stessa Commissione Europea con i report "State of the Digital Decade" che misurano i progressi verso gli obiettivi digitali fissati per il 2030. E l'edizione 2026 dello studio è particolarmente significativa perché ormai siamo a metà del percorso decennale. Ma stavolta il bilancio è più severo rispetto alle edizioni precedenti: i progressi compiuti non bastano a raggiungere i target, anche perché i ritardi non derivano da problemi isolati ma da fattori strutturali legati alla capacità dell'Unione di competere su scala globale.
Il quadro generale che emerge dal report è quello di un'Europa che avanza su alcuni fronti mentre arretra o resta ferma su altri. Per fare qualche esempio, la copertura 5G di base ha raggiunto il 97% rispetto al target del 100%, mentre quella della fibra FTTP si attesta al 74%. Lato semiconduttori, però, la quota europea sul valore globale della catena produttiva resta all'8-9%, contro un obiettivo del 20% da centrare entro il 2030. Il dato conferma che nonostante gli oltre 80 miliardi di euro di investimenti attivati dal primo Chips Act - quasi il doppio dei 43 miliardi inizialmente previsti - la quota di mercato europea nei chip resta intorno al 10% da anni, segno che la concorrenza globale cresce alla stessa velocità degli investimenti comunitari (se non di più).
Questo caso specifico è solo un sintomo dei problemi che la UE deve affrontare quando si tratta di sovranità tecnologica, intesa come la capacità dell'Europa di sviluppare e controllare le tecnologie, le infrastrutture, i servizi e i dati che sostengono la sua economia, la sua sicurezza e la sua società. Cinque problemi strutturali vengono indicati come trasversali a tutti i settori tecnologici esaminati: la frammentazione regolatoria su ventisette giurisdizioni nazionali, l'asimmetria negli investimenti rispetto ai concorrenti internazionali, la scarsa mobilitazione di capitale privato, la concentrazione delle catene di fornitura in mano a un numero limitato di attori extra-UE, le lentezze nei processi autorizzativi.
Fonte: Commissione Europea
Sul fronte della ricerca e sviluppo digitale, la Commissione segnala che la crescita degli investimenti R&D delle imprese europee si è fermata al 2,9% nel 2024, il livello più basso dal periodo della pandemia, mentre i fondi si sono concentrati soprattutto su energia e salute piuttosto che sull'ICT. Nel frattempo, cinque grandi aziende tecnologiche statunitensi - Amazon, Alphabet, Meta, Microsoft e Apple - hanno quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni la propria quota di spesa R&D globale tra le prime duemila imprese del mondo, arrivando a circa il 15% del totale. Questo squilibrio alimenta, secondo il report della Commissione, il rischio di una dipendenza sempre più marcata dell'Europa da fornitori tecnologici esterni.
Un capitolo specifico è dedicato al software open source, definito come uno strumento di sovranità sotto-utilizzato. La Commissione stima che l'open source contribuisca al PIL dell'Unione per una cifra compresa tra 65 e 95 miliardi di euro e che sostenga almeno il 70% di tutto il codice in circolazione. Per trasformare l'open source in un punto di forza europeo si punta sulla EU Open Source Strategy, parte del più ampio Tech Sovereignty Package, con l'obiettivo di incrementare la quota di spesa pubblica digitale indirizzata verso sviluppi open source.
L'analisi dello scenario europeo del cloud e del computing in generale conferma le difficoltà già note: l'Unione copre solo il 20% della capacità globale dei data center, mentre la domanda di spazio in colocazione supera l'offerta per il terzo anno consecutivo. Il nuovo Cloud and AI Development Act punta a triplicare la capacità europea dei data center nei prossimi cinque-sette anni, ma il report stesso ammette che l'obiettivo dipende soprattutto dalla soluzione di un problema che la normativa da sola non può risolvere, cioè il costo dell'energia elettrica in Europa, costantemente più alto rispetto a Stati Uniti e Cina.
Fonte: Commissione Europea
Sulle competenze digitali il quadro resta tra i più deboli dell'intero report. Le competenze digitali di base, attualmente al 60% della popolazione, dovrebbero arrivare solo al 68% entro il 2030 contro un target dell'80%, una soglia che ai ritmi attuali verrebbe raggiunta solo nel 2037. Ancora più marcato il divario sugli specialisti ICT: 10,5 milioni di occupati nel 2025 contro un obiettivo di 20 milioni entro il 2030, pari a poco più della metà del traguardo. Il documento segnala poi che l'Unione produce solo 2,7 laureati ICT ogni mille giovani, contro 3,7 negli Stati Uniti e 4,6 nel Regno Unito, un divario che la Commissione giudica non recuperabile soltanto con la riqualificazione della forza lavoro esistente.
Il report quantifica anche - orientativamente e in maniera non troppo metodica, va sottolineato - il fabbisogno di investimenti necessario a chiudere questi divari. Il rapporto Draghi del 2024 stimava in 150 miliardi di euro l'anno l'investimento aggiuntivo necessario per le tecnologie digitali; valutazioni più recenti citate nel documento, che includono anche le esigenze di spesa per la Difesa, arrivano a ipotizzare un fabbisogno complessivo fino a 1.200 miliardi di euro l'anno per l'insieme delle priorità strategiche dell'Unione fino al 2031.
In particolare, per i soli semiconduttori la Commissione stima 120 miliardi di euro necessari, mentre l'espansione della capacità dei data center richiederebbe altri 200 miliardi entro il 2036, più 100 miliardi per le iniziative legate al cloud e all'intelligenza artificiale. Il rapporto del Parlamento Europeo sul costo dell'innovazione digitale avanzata indica poi una forbice tra 212 e 380 miliardi di euro l'anno, più del triplo dell'attuale spesa europea in tecnologie e infrastrutture digitali.
Fonte: Commissione Europea
Sul piano del finanziamento pubblico già erogato, la Commissione ricorda che tra il 2021 e il 2025 sono stati destinati alla transizione digitale 229 miliardi di euro del bilancio dell'Unione - Next Generation EU incluso - pari a circa il 14,5% del bilancio complessivo per quel periodo. Di questi, 133,1 miliardi provengono dal Dispositivo per la ripresa e la resilienza (il nostro PNRR). La Commissione segnala però un rischio di interruzione del flusso di finanziamenti: quasi la metà del budget pubblico previsto dalle roadmap nazionali per le misure digitali dovrebbe esaurirsi entro la fine del 2026, e circa il 58% entro il 2027, creando un possibile vuoto di uno o due anni prima che gli strumenti del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (2028-2034) diventino operativi.
A questo punto diventa molto importante la prossima scadenza politica: a fine 2026 gli Stati membri dovranno rivedere le loro roadmap strategiche nazionali e preparare la base per i futuri Piani Nazionali e Regionali di Partenariato. Sembra quasi inevitabile che per quel momento il Digital Decade Policy Programme sarà stato rivisto, con possibili modifiche a target, obiettivi e meccanismi di governance. Revisioni che, purtroppo, equivalgono a sottolineare che anni fa la UE si era data obiettivi troppo ambiziosi per lo scenario geopolitico ed economico che poi si è venuto a creare.
È una constatazione dolorosa, anche perché - sottolinea la Commissione citando un'indagine speciale Eurobarometro - il 79% degli europei considera la politica digitale una delle massime priorità dell'UE e i cittadini darebbero priorità agli investimenti nelle infrastrutture sviluppate dall'UE (lo indica l'85% del campione) e alla riduzione della dipendenza dalle tecnologie di Paesi terzi (82%). Le intenzioni insomma sono buone, la realtà delle cose resta sensibilmente diversa.
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