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Da sette CEO europei, un appello (confuso) all'Europa dell'AI

Più innovazione e meno normative per la competitività europea, è il messaggio di Airbus, ASML, Ericsson, Mistral AI, Nokia, SAP, Siemens. Ma si poteva fare meglio.

Tecnologie AI

I principi di massima sono chiari, le indicazioni da seguire un po' meno, e l'approccio poteva essere migliore. Volendo tirare le somme della lettera aperta che i CEO di sette importanti aziende tecnologiche europee (Airbus, ASML, Ericsson, Mistral AI, Nokia, SAP, Siemens) hanno fatto pubblicare su diversi media europei, la morale sarebbe sostanzialmente questa. Perché le conclusioni tratte sulla mancata leadership tecnologica della UE sono prevedibili, e un maggior contributo sarebbe stato elencare come superarle senza replicare i mantra della Silicon valley dei bei tempi.

Ma forse più di tanto i sette CEO non si sono voluti sbilanciare, anche se - spiega la lettera - "in un periodo di cambiamenti geopolitici e tecnologici senza precedenti, le decisioni che verranno prese nei prossimi mesi e anni determineranno se l’Europa sarà in grado di competere e prosperare nei decenni a venire". Una Europa che "sta perdendo competitività a livello globale giorno dopo giorno" per "una crisi in larga parte generata da noi stessi". Ma dopo il bastone, la carota: dato che la crisi ce la siamo creata, possiamo anche superarla.

Come? Beh, il messaggio è sostanzialmente quello dei CEO statunitensi: liberiamo le potenzialità delle tecnologie - intelligenza artificiale in primis, ovviamente - e lasciamo perdere le normative, che frenano l'innovazione. Viene da fare il solito commento: move fast, break things, ai cocci ci pensa qualcun altro.

I sette CEO in primis ci fanno sapere che loro sono gente che conta ("siamo il nucleo di potenti ecosistemi su cui si fonda la sovranità tecnologica europea e possiamo creare un’opportunità unica per l’Europa: guidare la prossima fase della trasformazione tecnologica") e poi ecco il mandato: "la prossima fase dell’innovazione sarà definita da come le capacità digitali verranno applicate nel mondo reale" (ma non è vero sempre?) e quindi "per creare valore, tecnologie come l’intelligenza artificiale devono essere integrate con i sistemi fisici che sono chiamate a migliorare". E fin qui.

Il messaggio è anche che le aziende europee questo potrebbero farlo, ma in primis non possono rivolgersi a un mercato sufficientemente grande perché l'Europa è fatta di tanti mercati frammentati. E questo è un vecchio, reale, storico problema su cui pian piano si sta lavorando. Ma soprattutto le aziende europee devono "confrontarsi con un quadro normativo soffocante, eccessivamente complesso e spesso stratificato, che rende estremamente difficile tenere il passo con la rapidità del progresso tecnologico".

A maggior ragione per l'AI: "A oltre tre anni dal 'momento ChatGPT', l’Europa è ancora impegnata a discutere la regolamentazione, mentre altri hanno da tempo spostato il proprio focus sull’adozione su larga scala dell’intelligenza artificiale nei sistemi fisici e nella robotica". Invece, non si deve "regolamentare in anticipo rispetto all’innovazione", ma farlo semmai ex-post andando a rivedere e magari standardizzare, man mano, quello che è stato sviluppato e implementato.

Qui, è chiaro, tutto diventa una questione di fede. Scegliere che "le regole diventino principi guida flessibili... che permettano di tenere il passo con la velocità dello sviluppo tecnologico" significa avere fede nel fatto che le dinamiche di mercato premiano gli operatori più validi a vantaggio loro e di tutti gli utenti, se non proprio della società in generale. In un'epoca in cui il mantra aziendale anche in Europa è quello di creare valore per gli azionisti, sembra una fede mal riposta (è una opinione assolutamente personale, corre l'obbligo di sottolinearlo).

Purtroppo la missiva dei sette CEO non è abbastanza esplicita e dettagliata da capire bene i risvolti pratici (ma anche concettuali) di questa richiesta di maggiore, quasi indefinita, liberalizzazione in campo - sostanzialmente, inutile negarlo - intelligenza artificiale. Sempre premesso, ovviamente, che un'azienda ha tutto il diritto di cercare di monetizzare la sua capacità di sviluppo e innovazione, quale che sia la direzione che questa capacità prende. Ma la storia ci insegna ad essere prudenti e anche un po' diffidenti.

In particolare, non è chiaro cosa comporti indicare che "la vera ricchezza e la resilienza si fondano sulla creazione e il controllo della proprietà intellettuale" dopo aver richiesto di "preservare la libertà contrattuale necessaria per (...) proteggere la proprietà intellettuale e abilitare applicazioni industriali dell’intelligenza artificiale". Tra le righe si legge una tendenza alla progressiva chiusura delle innovazioni che potrebbero essere sviluppate, un approccio che storicamente si è rivelato deludente. E, nel caso di tecnologie digitali, anche pericoloso: la "security by obscurity" non ha mai funzionato.

Anche l'accenno a "promuovere l’utilizzo di tecnologie affidabili e superare le barriere tra ambito civile e militare, per accelerare l’innovazione a duplice uso" lascia perplessi. Chiaramente tutti vogliamo tecnologie affidabili, ma la storia della tecnologia moderna ci dice l'affidabilità arriva quando c'è l'obbligo di mettercela, non lasciando la questione alla buona volontà delle aziende che la tecnologia la fanno. È proprio per questo che la UE sviluppa le tanto denigrate norme che frenerebbero l'innovazione.

L'utilizzo delle nuove tecnologie in ambito militare apre poi un ginepraio di questioni, anche etiche, che non si possono risolvere richiamando per l'ennesima volta la volontà di accelerare l'innovazione. Il "dual use" del digitale - in questa fase, soprattutto dell'AI - è una questione per definizione strategica, in cui le "barriere tra ambito civile e militare" esistono per validi motivi che non possono essere liquidati con un colpo di spugna. Gli ambiti di applicazione sono troppo diversi, come lo sono le conseguenze dell'utilizzo improprio delle tecnologie.

"Siamo pronti a fare la nostra parte", conclude la lettera aperta delle sette aziende tecnologiche europee. Ed è un impegno apprezzabile. Come è una buona idea la proposta di "un forum dedicato in cui leader politici e del mondo industriale possano confrontarsi in modo continuativo". Ma sempre ricordando che le esigenze e le priorità della società in generale - che la politica dovrebbe rappresentare - possono divergere anche molto da quelle di un'azienda privata. Perché c'è certamente la "realtà industriale" che la lettera richiama, ma c'è anche la realtà del mondo vero. Quello che sta fuori dai consigli di amministrazione, e che ha sempre la precedenza.

Nell'immagine di apertura, da sinistra a destra: Arthur Mensch, cofondatore e CEO di Mistral AI; Roland Busch, presidente e CEO di Siemens; Guillaume Faury, CEO di Airbus; Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea; Börje Ekholm, presidente e CEO di Ericsson; Justin Hotard, presidente e CEO di Nokia; Christophe Fouquet, presidente e CEO di ASML.

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