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La transizione energetica? Ha cambiato forma.

La transizione energetica non è fallita; si sta ricostruendo attorno a un diverso insieme di priorità

L'opinione ESG

Per gran parte dell’ultimo decennio, i Governi hanno sempre messo tre obiettivi in cima alla loro agenda per la transizione energetica: sicurezza, accessibilità economica e sostenibilità, con quest’ultima che veniva sempre messa al primo posto. In quegli anni, però, si poteva constare su gas a basso costo, rotte marittime stabili e catene di approvvigionamento globalizzate e prive di attriti, che rendevano più semplice considerare le altre due priorità come ampiamente sotto controllo.

Oggi l’ordine si è invertito. Al primo posto è stata messa la sicurezza, con forti investimenti nello sviluppo di un’offerta domestica, fornitori diversificati e una rete in grado di resistere agli shock esterni. Al secondo vi è l’accessibilità economica, intesa come che permettano a famiglie e imprese non solo di sopravvivere, ma anche di fare progetti per il futuro. La sostenibilità è stata lasciata indietro: è ancora presente nell’agenda, ma non più in grado di prevalere in argomentazioni dove ormai è l’aspetto finanziario a essere al centro della scena.

Eppure, su questo ultimo punto emerge un paradosso. La nuova agenda sta finanziando gli stessi investimenti di cui la decarbonizzazione aveva bisogno da tempo come reti, trasmissione, manifattura, sostituzione delle importazioni con capacità locali e altro ancora, dando vita a una dinamica più rilevante di quanto possa sembrare: lo sviluppo infrastrutturale per la transizione energetica potrebbe avanzare più rapidamente sotto un regime orientato alla sicurezza che attraverso le sole politiche in favore della sostenibilità.

Ciò dimostra come la domanda sia il vero motore. Secondo alcune stime il consumo globale di energia dovrebbe aumentare di circa il 40% entro il 2050, guidato da una manifattura che si sta spostando verso aree a costi più elevati, dall’elettrificazione di numerosi settori, tra cui il riscaldamento, e dalla potenza di calcolo legata alle nuove tecnologie e all’AI. Soddisfare tale fabbisogno richiede la costruzione, nei prossimi 25 anni, di tanta infrastruttura energetica quanta quella oggi operativa complessivamente in Europa e Nord America.

L’ostacolo principale non è però la quantità di elettricità che si può generare, ma la disponibilità di un sistema in grado di distribuirla. Si tratta di un problema di coordinamento, che però oggi ogni blocco sta affrontando in ordine sparso. Gli Stati Uniti, per esempio, stanno espandendo la produzione fossile e irrigidendo le restrizioni commerciali, mentre sviluppano nucleare, turbine a gas e rete. L’Europa sta rafforzando la regolamentazione climatica mentre si affanna a sostituire l’energia economica e sicura di cui un tempo disponeva, riconsiderando la propria opposizione al nucleare. La Cina sta facendo tutto contemporaneamente: record nel solare, leadership nella costruzione di impianti nucleari e posizioni dominanti nella lavorazione dei minerali critici e, infine, i paesi del Golfo stanno puntando su oleodotti alternativi per proteggere il proprio ruolo di fornitore affidabile.

Alla luce di tutto ciò, sono tre le lezioni che gli investitori dovrebbero imparare. La prima è rinnovabili, gas, nucleare e network sono tutti destinati a crescere e, anche se il profilo rischio-rendimento è più interessante in alcuni segmenti rispetto ad altri, detenere solamente le imprese che hanno avuto successo negli scorsi anni significa rinunciare a una quota troppo alta di tale crescita. La seconda è che questo contesto premia la selettività rispetto a un’esposizione ampia, favorendo chi è in grado di individuare fondamentali economici durevoli e pricing power. Infatti, l’energia è un ambito fatto di settori regolamentati e ad alta intensità di capitale, in cui le dinamiche economiche a livello di singola società possono variare considerevolmente.

La terza è che bisogna prestare molta attenzione ai colli di bottiglia. Come detto in precedenza, il vero nodo è capire quanto rapidamente il sistema di distribuzione energetica possa essere costruito e connesso ed è qui che pricing power e duration tendono a manifestarsi. La transizione energetica non è fallita; si sta ricostruendo attorno a un diverso insieme di priorità, in cui la questione non è più se il mondo abbia bisogno di energia più pulita, ma chi paga lo sviluppo delle infrastrutture, chi le gestisce e chi mantiene alta l’offerta mentre il sistema assorbe uno shock dopo l’altro.

Nicholas Britz è Cross-Asset Research & Sustainable Investment Group di TCW

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