Oracle, perché serve un backup e recovery rapido e altamente scalabile

Arriva alla IV generazione la Zero Data Loss Recovery Appliance, che permette backup incrementali e tempi di ripristino eccezionali grazie all’integrazione con i database

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Sull’importanza del backup non sussistono dubbi. Non fosse altro che per le conseguenze anche catastrofiche che una perdita di dati può determinare. “La reputazione di un’azienda può essere danneggiata in tanti modi”, esordisce Guido Guidi, Principal Solution Engineer di Oracle, nell’introdurre le ultime novità della società in materia di Backup e Recovery, esemplificando che “i dati possono essere persi oppure rubati, oppure ancora possono non essere disponibili in quanto danneggiati o anche a causa di attacchi informatici”. Ma se in passato i danni potevano essere notevoli, al giorno d’oggi lo sono in maniera se possibile ancora maggiore, alla luce del fatto che con la trasformazione digitale i dati costituiscono l’elemento chiave di tutto il business.  

La data protection

Come tutto ciò che riguarda l’IT, anche le soluzioni per la protezione dei dati, o meglio la Data Protection, espressione più efficace in quanto più omnicomprensiva, hanno subito nel corso degli anni una notevole evoluzione, passando per esempio dalle librerie a nastro, che costituivano la scelta di elezione negli anni 80, al Network Attached Storage, i mitici NAS, degli anni 90, per poi arrivare, tramite le VTL, ovvero le Virtual Tape Library, e le soluzioni di deduplica dei dati, alle soluzioni attuali, che si basano sulla presenza di appliance dedicate alle funzioni di backup e recovery, con numerose funzioni integrate.  
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Nel ripercorrere brevemente questa evoluzione, Guido Guidi mette però in guardia dal fatto che “queste soluzioni si sono tipicamente focalizzate sull’ottimizzazione della capacità storage, dedicando meno attenzione alla disponibilità delle applicazioni”, sottolineando che “in buona sostanza, le backup appliance di oggi non sono progettate per essere integrate con i data base”. Semplificando, questo determina che i data base siano gestiti come se fossero un insieme di file, rendendo necessario effettuare periodici restore per verificare l’integrità dei dati, durante i quali i dati non sono disponibili, e dando origine anche a problemi di scalabilità che richiedono il deployment di più appliance, aumentando la complessità dell’intero sistema, con conseguente aumento della possibilità che si verifichino errori. 

Esperienze non positive

A quest’ultimo riguardo, Guido Guidi cita l’esperienza avvenuta alcuni anni fa in una grande azienda cliente di Oracle, specificando senza rivelarne il nome che di trattava di una società attiva nel campo dei servizi finanziari,  che si è trovata a veder fallire il 60 per cento dei tentativi di restore dei propri database: addirittura, in un solo mese, si sono avuti circa 4.000 tentativi falliti. Nel caso in questione, dovuto anche a un approccio forse un po' tradizionale dell'azienda, correggere questi problemi è arrivato a costare 2,5 milioni di dollari all'anno, anche in ragione dei lunghi tempi di recupero dovuti al ripristino dei dati anche dai nastri usualmente conservati offsite per sicurezza.

Un’appliance affinata

Per ovviare a questo tipo di situazioni, Oracle propone fin dal 2015 la soluzione Zero Data Loss Recovery Appliance, il cui punto di forza è un diverso approccio al backup e soprattutto al restore dei data base. Basata sulla tecnologia X8, è arrivata nel novembre scorso alla IV generazione, ereditando tutte le migliori effettuate negli anni da Oracle. “Come dice il nome stesso, si tratta di un’appliance pensata non solo per il backup, ma anche e soprattutto per il recovery, con una perdita di dati prossima allo zero”, sintetizza Guidi, evidenziando che "rappresenta un approccio innovativo e diverso rispetto al resto del mercato, grazie anche ad alcune feature uniche come quella dell’integrazione dell’appliance con il database Oracle”.  

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Guido Guidi, Principali Solution Engineer di Oracle

È anche per questo che Zero Data Loss Recovery Appliance riduce significativamente i tempi di inattività e i costi associati, utilizzando la sua conoscenza unica di Oracle Database per eliminare molti passaggi di ripristino manuale tradizionali e accelerarne altri. “Vengono eliminate le finestre di indisponibilità, e la protezione arriva fino all’ultima transazione”, prosegue Guidi, sottolineando anche che “l’impatto sulla produzione è minimo grazie all’approccio incrementale al backup, successivamente al primo full backup dell’intero database, e al fatto che tutte le operazioni di compressione e di tiering sono tutte a carico della recovery appliance”.  

Per attivare l’appliance, Oracle evidenzia infine che basta installare un semplice servizio che si occuperà di interfacciare l'appliance con i database aziendali. Non solo: l’appliance consente anche una visibilità completa del dato, verificandone via via l’integrità, e ha un’architettura altamente scalabile di tipo cloud-scale, in modo da poter soddisfare le esigenze delle aziende di qualunque dimensione, una caratteristica questa che può rendere appetibile la recovery appliance anche per i service provider, che si trovano così a essere sollevati dal dover effettuare una serie di attività ripetitive.
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