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Al VEMlive 2026 il system integrator festeggia quattro decenni di attività nell’IT italiana, segno di un approccio che funziona e che, soprattutto, oggi fa da base per direttrici di crescita sempre nuove
Fonte: VEM
I quarant’anni non saranno più quel momento quasi spartiacque in cui si fanno i primi bilanci della propria vita ma un peso (piacevole) comunque ce l’hanno: di strada se ne è fatta e, se le cose sono andate bene, il futuro si guarda con pragmatico ottimismo. Vale anche per le aziende, a maggior ragione per quelle dell’IT: crescere per ben quattro decadi in un mercato sempre in rapida evoluzione è un risultato di tutto rilievo, che nel suo caso VEM Sistemi ha voluto celebrare con un VEMlive edizione 2026 molto incentrato sulle principali tematiche di scenario – AI, geopolitica, cybersecurity, sostenibilità, infrastruttura – che stanno impattando sulle scelte tecnologiche delle imprese e, conseguentemente, anche su quelle di VEM stessa.
Alla soglia simbolica del quarantennale, ciò a cui viene più immediato guardare è lo sviluppo tecnologico e di business di VEM, che è sempre stato in netta prevalenza organico e sempre più basato su una collaborazione tecnologica e imprenditoriale con il territorio. “Cominciamo a diventare grandi”, sottolinea Stefano Bossi, Amministratore Delegato e General Manager di VEM, “e dobbiamo ragionare da grandi, anche assumendoci responsabilità che sinora non ci siamo presi”. Ancora una volta l’accento non è tanto e solo sui volumi di business che VEM sta sviluppando – negli ultimi dieci anni il numero dei dipendenti è passato da 170 a 450 e il fatturato è passato dai 40 milioni di euro del 2016 ai 95,5 milioni del 2025, con prospettive di ulteriore crescita per il 2026 – ma soprattutto sul ruolo che è in grado oggi di ricoprire. Tanto che la tradizionale classificazione di system integrator comincia a sembrare piuttosto riduttiva.
“La componente tecnologica oggi resta prevalente quindi io continuo a chiamarmi system integrator – commenta Bossi – ma possiamo anche considerarci dei process integrator e degli advisor per le imprese. Le nuove tecnologie, pensiamo ovviamente in particolare all’AI, possono essere ‘disruptive’ in positivo ma anche in negativo: per implementarle con successo serve una forte componente di analisi di processo e quindi, per noi, sviluppare non solo nuove competenze tecnologiche ma anche legali, di privacy, di governance”.
Stefano Bossi, Amministratore Delegato e General Manager di VEMFonte: VEM
Rientra in questa visione, che Bossi definisce anche di geostrategia digitale, la nascita di una nuova business unit di advisory dedicata alla strategia e alla governance della cybersecurity: CSSG, che sta per Cyber Security Strategy and Governance. “È una denominazione importante – spiega Bossi – che rimanda in sostanza al tema della cyber resilience e che ci vede svolgere un duplice ruolo: da un lato coprire la parte di compliance e governance, sulla quale eravamo già ferrati, dall’altro fare da advisor operativo per aiutare le imprese a progettare e realizzare infrastrutture resilienti. Tra l’altro con un approccio vendor-independent che ci ha portato a studiare anche le tecnologie che non proponiamo, perché è quello che molti clienti ci chiedevano”.
Ma il “salto” più rilevante annunciato per VEM vede la società pesantemente coinvolta nel progetto che Core Stack e Green Arrow Capital hanno lanciato per la realizzazione di una rete di ben 13 data center di medie dimensioni distribuiti sul territorio italiano. VEM affiancherà Core Stack nella gestione operativa delle infrastrutture, per una rete di data center che partirà con nuovi nodi nelle zone di Cremona e Verona per poi estendersi verso il Centro e il Sud, con entrata in esercizio prevista nel primo trimestre del 2028. “Per noi è una sfida importante: si tratta di data center di dimensioni importanti per il mercato Italiano a cui garantire tassi di operatività estremamente elevati”, sottolinea Bossi.
Uno dei messaggi chiave espressi dal VEMlive 2026 è che il modello-VEM funziona ed è sempre una base solida per l’evoluzione dell’azienda e del Gruppo VEM in generale. Si è dimostrata ad esempio premiante, e non poco, la focalizzazione di VEM sullo sviluppo delle competenze tecnologiche dentro – nell’ultimo decennio la società ha investito 28,5 milioni di euro in ricerca e sviluppo, formazione e tecnologie di laboratorio - e fuori l’azienda. ReferoAI da questo punto di vista è un’esperienza – far nascere una nuova azienda italiana ad alto contenuto tecnologico in partnership con le competenze del mondo universitario – che molti operatori nazionali dell’IT potrebbero copiare. Ma non sembra possa accadere così facilmente come sarebbe auspicabile.
Anche la scommessa di VEM Driving Digital sembrava rischiosa ma è stata vinta rapidamente: “Quando abbiamo cominciato a presentare pubblicamente il progetto, un anno fa – racconta Bossi – avevamo solo tre figure tecniche che si stavano formando a Forlì. A fine 2026 VEM DD impiegherà una ventina di persone e abbiamo già deciso che non sarà più solo un centro di competenza per l’assistenza di primo livello ma anche, parzialmente, di secondo livello”. E anche qui la collaborazione con l'Università (di Tirana, in questo caso) ha avuto un ruolo importante.
Ma vale soprattutto l’approccio concettuale che VEM ha seguito in questi anni: prepararsi per essere in grado di gestire tecnologie che certamente sono complesse ma che, una volta portate nelle imprese, devono semplificare la vita delle persone nella gestione dei processi, quali che siano. Da questo punto di vista VEM riesce storicamente a portare un valore concreto anche perché è “utente zero” di molte sue soluzioni. Era accaduto ad esempio per SpacEye, lo strumento di workplace management nato internamente e poi diventato prodotto, accade ora per Agorà, una piattaforma di AI governance nata per le esigenze di VEM e ora disponibile anche ai suoi clienti.
Fonte: VEM
“I vari tool pubblici di AI sono ormai pervasivi nelle imprese – spiega Bossi – e spesso non sono controllati da alcuna policy, quindi diventa complicato capire quali informazioni stanno dando all’esterno i dipendenti quando li utilizzano. Noi siamo partiti quasi due anni fa definendo un AI community leader, cioè una figura che ha iniziato a valutare l'impatto dell’AI nei processi VEM. Questa esperienza, ingegnerizzata, è stata la base di Agorà. Che risponde a una esigenza evidentemente sentita, perché a pochi giorni dal lancio avevamo già alcuni progetti di implementazione allo studio”.
Per VEM i possibili percorsi di crescita sono, oggi, diversi. Ma tutti passano per la conferma della volontà di restare un’azienda, e un Gruppo, indipendente ed italiano, contrariamente a quanto si è visto negli ultimi anni nel mercato della system integration, caratterizzato da una rilevante “campagna acquisti” da parte delle società di private equity. Per VEM la crescita organica resta il driver di riferimento, ma le dimensioni raggiunte suggeriscono anche strade complementari. E non è un caso che al VEMlive 2026 anche il Presidente di Confindustria Romagna, Mario Riciputi, e il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, abbiano indirettamente posto al Gruppo l’obiettivo di una espansione in Europa.
“Certo per noi ora si aprono nuove considerazioni”, ammette in questo senso Bossi, ma più che di acquisizioni in senso classico l’idea resta quella testata positivamente con VEM DD: “Se faremo dei tentativi sarà partendo da zero, identificando le persone giuste con cui tentare questi nuovi sviluppi e valutando le energie di governance necessarie. Si tratta anche di aumentare la delega e la ‘managerializzazione’ in azienda, un percorso che è già iniziato e che rappresenta un passaggio anche culturale nella crescita del Gruppo”.
Prima dello sviluppo in Europa, o contestualmente con esso, c’è da pensare ad un ulteriore rafforzamento in Italia, sottolinea però Bossi. VEM si muove tra aree ben presidiate (Emilia-Romagna ovviamente, poi il Nordest e la direttrice verso Marche, Umbria, Abruzzo), altre che offrono ulteriori opportunità di sviluppo (il Nordovest) e altre ancora in progressivo consolidamento (Roma e il Lazio in generale). Il punto qui, sottolinea Bossi, non è piantare metaforiche bandierine in giro per la Penisola ma crescere mantenendo il proprio DNA imprenditoriale e il proprio modello operativo.
La crescita in Italia potrebbe passare anche per acquisizioni? Sì, ma con una strategia ben precisa, spiega Bossi: “Le uniche acquisizioni che avrebbero senso in questo momento riguardano società più piccole della nostra, ma non troppo, che fanno il nostro stesso mestiere in un’area che non copriamo. Delle ‘mini VEM’ da 5-10 milioni di euro di fatturato: società più grandi diventano difficili da integrare, e comunque non abbiamo paura di partire in piccolo per poi crescere, la storia dimostra che sappiamo farlo bene”.
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