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Una analisi di DC Byte evidenza l'appeal crescente di siti come Milano o Madrid: il problema ora è realizzare concretamente le potenzialità di sviluppo
Gli analisti di DC Byte, specializzati nell'approfondire le dinamiche di sviluppo del mondo data center, hanno pubblicato una breve analisi di come si sta modificando, in questi mesi, la distribuzione delle infrastrutture IT di nuova generazione nel mercato EMEA. In questo senso, il messaggio chiave è che i data center provider stanno guardando con interesse a sempre più località diverse da quelle tradizionali, definendo prospettive di crescita che però non saranno affatto banali da concretizzare effettivamente.
Al momento la regione EMEA conta su circa 93 Gigawatt di capacità IT "tangibile", nel senso che questi GW comprendono data center già attivi, in costruzione, nelle prime fasi di sviluppo, o con progetti già approvati definitivamente. Data center quindi che o già esistono o comunque esisteranno (a meno di gravi imprevisti). Un quarto circa di questa potenza si trova (o troverà) nei tradizionali siti FLAP-D - Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino - perchè sono sempre quelli che guidano lo sviluppo delle infrastrutture digitali europee.
Tutti gli operatori stanno però considerando alternative a queste location, che stanno cominciando a presentare limiti di spazio disponibile e potenza energetica "allacciabile". Le alternative ci sono, per ciascuna il problema è se possono soddisfare i requisiti di chi fa data center, e quanto velocemente. In questa dinamica di sviluppo, secondo gli analisti, emergono sei punti chiave da considerare.
Fonte: DC Byte
Il primo è quello accennato: gli hub consolidati FLAP-D rimangono fondamentali per la crescita del comparto data center europeo perché conservano vantaggi difficili da replicare, in primis una base clienti consolidata e ampie opzioni di connettività. Elementi come questi offrono agli operatori data center la ragionevole certezza che una nuova struttura troverà facilmente clienti, giustificando il maggior costo da sostenere per entrare in questi mercati.
Le location FLAP-D hanno però anche vincoli crescenti, soprattutto nella possibilità di ottenere facilmente l’approvvigionamento energetico e l’autorizzazione urbanistica per nuove strutture. Ecco perché mercati come Milano, Madrid, Stoccolma e Riyadh stanno attirando l’attenzione di operatori e hyperscaler. A Madrid per il costo dei terreni relativamente accessibile, a Milano e Riyadh per il sostegno governativo ai nuovi progetti, a Stoccolma per i costi vantaggiosi dell’energia.
Secondo punto messo in evidenza da DC Byte: proprio la disponibilità di energia - o meglio, la data in cui sarà possibile allacciare un nuovo sito alla rete elettrica - è diventata il criterio di selezione più importante nella scelta di dove avviare qualsiasi progetto di sviluppo. In particolare, chi sta realizzando nuovi data center per l'AI vuole essere connesso alle reti energetiche entro massimo un anno dalla sua richiesta di allacciamento, e questo è possibile solo in un ristretto numero di location.
Ciò ha creato una nuova opportunità per i mercati emergenti in grado di rendere operativi i data center prima degli altri mercati più consolidati. Il problema poi è mantenere questo vantaggio: è semplice far partire prima qualche progetto iniziale, più difficile far fronte ai requisiti cumulativi di diversi grandi campus. Valutare una location emergente richiede quindi una visione di come la sua infrastruttura possa supportare le fasi successive di crescita.
Fonte: DC Byte
Peraltro, avvisano poi gli analisti, ogni operatore può seguire criteri di selezione diversi in funzione del tipo di workload che un particolare data center dovrà prevalentemente supportare. Chi fa soprattutto addestramento dei modelli di AI preferisce location che offrono costi energetici competitivi, energia rinnovabile e condizioni ambientali favorevoli per i sistemi di raffreddamento. E questo spiega perché di recente siano aumentati i progetti localizzati nella penisola iberica, dove spazio ed energia costano relativamente poco, e nei Paesi nordici, per le loro condizioni ambientali.
Chi offre servizi cloud, colocation e inferenza AI guarda invece più alle opzioni di connettività e alla vicinanza ai clienti, per questioni di latenza ma oggi anche per soddisfare i requisiti locali di sovranità dei dati. In sostanza, i presunti vantaggi di un nuovo sito diventano commercialmente utili solo quando corrispondono a un requisito per cui i clienti sono disposti a pagare.
Quarto punto chiave: anche se una location mostra una ricca pipeline di progetti data center questo non vuol dire che il suo mercato crescerà in proporzione. Ci sono davvero tanti, troppi fattori - tecnici e non - che possono rallentare e persino fermare quei progetti pianificati o in una qualche fase di sviluppo. DC Byte cita proprio Milano come esempio significativo: ha attirato un notevole interesse rispetto alla sua base operativa esistente, e oggi quasi il 70% della sua capacità IT totale è appunto in fase iniziale di sviluppo. Ma richieste di connessione alla rete energetica e annunci di progetti non bastano per fare previsioni concrete su quando le nuove strutture saranno completate. E nemmeno su quali lo saranno.
Il problema qui - non solo per Milano, ovviamente - è anche "scremare" la presunta crescita del mercato data center dalle inziative speculative: bisogna evitare l'avvio, anche solo formale, di progetti che evidentemente non si completeranno. A questo ci stanno pensando più che altro gli investitori finanziari: ormai senza l'impegno formale dei futuri utenti o locatari è quasi impossibile ottenere il finanziamento di un progetto o ricavare fondi dal mercato obbligazionario. Il che non elimina del tutto il rischio ma quantomeno lo riduce fortemente, dando modo di capire più chiaramento lo stato futuro di un mercato locale rispetto al solo volume complessivo dei progetti annunciati.
Fonte: DC Byte
A rendere più o meno attraente una location sarà sempre più, segnala poi DC Byte, il supporto del Governo e delle comunità locali interessate dai progetti di sviluppo dei data center. I motivi, nel caso dei Governi centrali e delle PA locali, sono ovvi e chi fa data center li conosce bene e si muove già di conseguenza. Quello che secondo gli analisti invece non è stato fatto, o non abbastanza bene, è costruire rapporti costruttivi con le comunità locali.
Chi fa data center, o li gestisce, dovrebbe spiegare bene il loro impatto sulle reti energetiche e sull’uso dell’acqua e del suolo. Serve essere più trasparenti con tutti gli interlocutori, cosa però non facile per un settore storicamente incentrato sulla sicurezza e sulla riservatezza. Chiaramente, sarebbe anche un bene che la creazione di un nuovo data center portasse benefici evidenti per le comunità, ad esempio attraverso adeguati programmi di riutilizzo del calore e di miglioramento delle infrastrutture locali.
Infine, DC Byte attira l'attenzione su due nuovi limiti che lo sviluppo del mercato data center potrebbe incontrare: la mancanza di personale qualificato e i costi operativi. Lato skill shortage, è un fatto che il numero di specialisti in grado di costruire e gestire impianti complessi sia relativamente limitato. Ciò ha implicazioni rilevanti: gli operatori data center devono attrarre e trattenere personale qualificato per tutta la durata di vita di un impianto, e il costo di tale operazione rientra nell’economia a lungo termine del data center stesso.
Inoltre, molti data center provider e operator stanno segnalando che i costi operativi (risorse umane, energia, e via dicendo) delle loro strutture stanno in generale crescendo. Se questo aumento dei costi supera la crescita dei ricavi, la gestione di un data center non è più economicamente sensata anche in presenza di una forte domanda di computing. Di conseguenza, sottolineano gli analisti, il rapporto tra ricavi e costi di gestione di un data center rappresenta un fattore ben più importante di quanto suggerisca l’attuale dibattito su cosa limita e cosa no la crescita del mercato.
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