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Ma si possono "frenare" i data center per l'AI?

Tutti vogliono costruire data center perché l'AI lo impone. Ma i costi sociali e gli impatti sull'ambiente stanno generando una crescente opposizione alle nuove strutture.

ESG

Ogni azienda dovrebbe essere una "buona cittadina" del tessuto sociale in cui va ad inserirsi: una conclusione che vale anche per infrastrutture importanti come i data center, specie ora che il boom dell'AI sta facendo prevedere la realizzazione di una legione di nuovi data center in tutto il mondo (e oltre, pare). Tutti i grandi nomi del mercato, hyperscaler in testa, hanno annunciato piani ambiziosi di crescita delle loro infrastrutture. Che questi piani possano davvero essere rispettati nei tempi previsti è improbabile, ma sono bastati per preoccupare chi non partecipa al loro business.

Il dibattito si sta facendo piuttosto acceso negli Stati Uniti, dove la crescita delle infrastrutture IT sinora non ha mai rappresentato un vero problema per le comunità. Ma le cosiddette AI Factory spaventano: consumano energia, generano calore indesiderato (conoscevate il "data heat island effect"?), hanno indotti positivi tutti da dimostrare. E se in Europa la sostenibilità non è diventata una brutta parola "woke" da combattere e le norme per tutelare le comunità locali sostanzialmente ci sono, negli States l'impressione è che si stia correndo un po' troppo in fretta. Ma saranno gli USA a dettare i modi in cui saranno realizzati i futuri data center, quindi vale la pena esaminare cosa sta succedendo Oltreoceano.

A Washington la novità di queste settimane è l'Artificial Intelligence Data Center Moratorium Act, che fa fede al suo nome e propone una moratoria federale allo sviluppo di nuovi data center, almeno fino a quando non saranno state implementate norme e misure di salvaguardia a tutela dell'ambiente, del bilancio energetico, dei diritti civili e dei lavoratori. Che la proposta passi è piuttosto improbabile, anche perché è stata presentata da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, quindi dalla politicamente impopolare "estrema sinistra" parlamentare americana.

Non aiuta che i punti di partenza dell'Artificial Intelligence Data Center Moratorium Act abbiano un gusto un po' millenarista: elencano i possibili effetti distopici della crescita incontrollata dell'intelligenza artificiale, effetti che devono essere ancora compresi e per questo - secondo gli estensori della proposta di legge - è meglio fermare lo sviluppo delle AI Factory. O meglio, degli Artificial Intelligence Data Center, che sono strutture, o insiemi di strutture, usate per lo sviluppo o il funzionamento di modelli AI su larga scala, o che hanno una potenza di picco superiore ai 20 MW e usano rack di server ad alte prestazioni o sistemi di raffreddamento a liquido. 

La moratoria alla realizzazione (da zero o per potenziamento di data center esistenti) degli Artificial Intelligence Data Center dovrebbe permanere sino a quando il Congresso statunitense non ratificherà una norma sull'AI che nei suoi principi ricorda parecchio - senza citarlo esplicitamente - l'AI Act europeoQuesta nuova normativa dovrebbe innanzitutto garantire una AI "sicura", nel senso che il Governo USA dovrebbe esaminare e approvare i prodotti e i servizi di intelligenza artificiale prima della loro immissione sul mercato, per garantire che siano sicuri ed efficaci. Inoltre, si spiega, "è necessario introdurre politiche per prevenire la perdita di posti di lavoro causata dall’AI" e la ricchezza generata dalle aziende Big Tech "deve essere condivisa con il popolo americano".

Più concreto è il punto in cui si propone che "i nuovi data center AI, o quelli aggiornati, non devono far aumentare le bollette energetiche e dei servizi per i consumatori, né danneggiare l’ambiente o aggravare il cambiamento climatico", dando tra l'altro ai cittadini la possibilità di approvare o respingere la costruzione o l’ammodernamento dei data center AI nelle loro comunità locali. E soprattutto, è interessante la proposta secondo cui il Dipartimento dell’Energia USA dovrebbe raccogliere e pubblicare - tra l'altro - tutti i dati ambientali relativi all'operatività dei data center: consumo di acqua e di energia, emissioni di gas serra, qualità dell’aria lungo il perimetro, scarichi di acque reflue, emissioni termiche, sostanze chimiche utilizzate per il raffreddamento, livelli di rumorosità ambientale. Dati che oggi è praticamente impossibile avere in maniera affidabile.

Come accennato, la probabilità che l'Artificial Intelligence Data Center Moratorium Act sia discusso seriamente dalla politica USA è minima. Ma segna in qualche modo una inversione di tendenza che non va ignorata e che riflette la crescente opposizione delle comunità locali alla realizzazione di nuovi data center. Una opposizione che negli USA è stata a volte tanto forte da portare alla cancellazione di nuovi data center, con importanti perdite economiche per chi si era già impegnato nel progetto.

Proprio uno di questi casi pare abbia spinto Microsoft a delineare quella che al momento è la strategia "ufficiale" più articolata per creare nuove infrastrutture senza generare troppa opposizione. È l'iniziativa battezzata Community-First AI Infrastructure, che si basa sostanzialmente su cinque impegni presi da Microsoft per i nuovi data center: sostenere i costi necessari per garantire che non aumentino le tariffe energetiche locali, ridurre al minimo il consumo di acqua e reintegrare più acqua di quella utilizzata, creare posti di lavoro per i residenti, pagare tasse locali a favore di risorse e servizi altrettanto locali, investire nella formazione locale sull’AI e nelle organizzazioni non profit.

Tutto molto American Dream, ovviamente, ma anche da questo punto di vista contano più i segnali "macro" che i dettagli specifici. Lo scollamento tra le visioni di sviluppo indefinito dei nomi noti dell'AI e la concretezza sia dei numeri sia dell'opinione del grande pubblico sta aumentando. E questo richiede, se non proprio una frenata, quantomeno un riequilibrare prospettive - e aspettative - in modo che i contrasti non siano sempre più forti. In fondo, del boom dell'AI se ne parla solo da fine 2022: da troppo poco per capire che forma prenderà davvero questo sviluppo.

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