Il comparto data center in Italia cresce e raccoglie investimenti, ma le complessità burocratiche frenano le iniziative degli operatori che arrivano sul nostro mercato
È andata bene ma poteva andare parecchio meglio, e lo scarto tra previsioni e realtà non mette tranquilli di fronte alla crescita di un mercato che non manca di ostacoli e incertezza da affrontare già quest'anno. Questa potrebbe essere la sintesi estrema di come l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano vede lo scenario del comparto data center in Italia, un comparto che certamente cresce - e non potrebbe essere altrimenti - ma che deve razionalizzare e migliorare molte delle sue dinamiche se si vuole che l'Italia occupi, come potrebbe fare, un ruolo di primo piano nella nuova fase della digitalizzazione europea.
A pesare è la concretezza delle cifre: il Politecnico di Milano stima che nel triennio 2023–2025 in Italia siano stati investiti 7,1 miliardi di euro per tutto ciò che è realizzazione di data center: acquisto dei terreni, costruzione degli edifici, approntamento dei data center e della loro dotazione infrastrutturale di base, popolamento dei campus con server altre infrastrutture IT. Tutto bene, ma il problema è che nello scorso 2023 si era stimato che nel triennio 2023-2025 si sarebbe investito sensibilmente di più: qualcosa come 10,5 miliardi.
Se il mercato data center non è cresciuto come previsto, in un periodo in cui i data center sembrano non bastare mai, c'è da chiedersi perché. La risposta, secondo le analisi dell'Osservatorio, è che diversi operatori data center internazionali, al loro debutto in Italia, hanno fatto previsioni ottimistiche di investimento che non hanno ben considerato le complessità normative e i lunghi tempi di autorizzazione che sono collegati a realizzare data center nel nostro Paese. Il risultato è che i piani di sviluppo non sono stati rispettati, una condizione aggravata dalle incertezze tecnologiche che qualsiasi data center provider deve affrontare nel progettare oggi infrastrutture che saranno operative dopo qualche tempo.

Da questo punto di vista il bicchiere mezzo pieno è che l'Italia attira potenzialmente sempre più operatori e capitali. Il bicchiere mezzo vuoto è che se non si rende più snello l'iter realizzativo delle nuove infrastrutture, questi capitali si riducono e potrebbero anche andare altrove, dato che altre nazioni europee stanno mostrando tutta l'intenzione di agevolare i grandi operatori infrastrutturali.
A rischio sono diversi miliardi: per il triennio 2026–2028 sono stati annunciati 83 nuovi progetti infrastrutturali, a opera di 30 aziende di cui 19 nuove entranti sul nostro mercato. Il valore potenziale di questi progetti è di 25,4 miliardi di euro, di cui però buona parte - il 72% - fa capo a nuovi operatori internazionali, che come debuttanti potrebbero vivere le stesse negative esperienze dei loro predecessori. Ecco perché ora servono – secondo Alessandro Piva, Direttore dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano – "regole certe, coerenza tra istituzioni centrali e locali" e "un piano nazionale capace di guidare le scelte strategiche del settore".
Già, perché normative a parte l'Italia può contare su diversi sviluppi positivi per il comparto data center. La connettività locale e internazionale, ad esempio, sta migliorando sensibilmente grazie a diversi progetti strategici - annunciati o completati - che spaziano dal potenziamento delle infrastrutture nel Sud Italia all'installazione di nuovi cavi sottomarini che rafforzano il ruolo dell'Italia come "ponte digitale" tra Europa e Africa ed Asia. Pollice su anche per gli investimenti nel campo dell’Intelligenza Artificiale, in primis con la realizzazione delle GigaFactory UE. E per la realizzazione e la pianificazione di molti nuovi campus.
Risolte, auspicabilmente, le questioni legate a normative e burocrazia, l'obiettivo che l'Italia può concretamente darsi è portare il suo centro storicamente nevralgico lato data center - ossia Milano - a competere direttamente con i grandi centri digitali europei. Parliamo dei cosiddetti FLAPD: Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi, Dublino. Questi cinque centri raccolgono oltre la metà degli investimenti in data center previsti da qui al 2028 e la loro leadership è poco in discussione. Ma Milano - che oggi ha attivi 414 MW di potenza IT, pari al 6% del totale europeo - è la città emergente "caratterizzata dai tassi di crescita più interessanti" – spiega Marina Natalucci, Direttrice dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano – e se i suoi tassi di crescita previsti venissero confermati, "entro il 2028 potrebbe raggiungere la scala dei più storici mercati FLAPD".