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Il rapporto delle aziende utenti con le tecnologie sta cambiando: conta meno la teoria e più il valore concreto portato dall'innovazione. E la resilienza resta un elemento chiave.
Nel corso del 2027 la sfida più importante per chi propone nuove tecnologie, specie nell'IT, sarà dimostrare che tutti gli investimenti in innovazione fatti dalle imprese negli anni recenti possono davvero portare valore concreto. Lo sostiene Omdia, secondo la quale l'attenzione delle imprese si sta spostando da quello che le tecnologie possono teoricamente fare a quello che davvero portano dal punto di vista economico, operativo e competitivo.
Questo approccio all'innovazione, sempre più pragmatico, porterà - sempre secondo Omdia - all'esprimersi di quattro principali direttrici di sviluppo che riguardano l'AI in generale, la gestione delle supply chain, la sovranità digitale, la Physical AI. In questi ambiti, spiega Omdia, il punto non è più sapere cosa succederà con il prossimo ennesimo sviluppo tecnologico, ma cosa succede "quando gli investimenti e l'innovazione degli ultimi anni incontrano la realtà, economica ed operativa".
Lato AI in generale, Omdia ritiene che la corsa a modelli sempre più evoluti continuerà, ma anche che i criteri di valutazione del loro valore stanno cambiando. Le aziende continuano ad investire in AI - il 59% prevede un aumento dei propri budget AI pari o superiore al 10% nel 2027 - e vogliono risultati tangibili. Per questo valuteranno sempre più gli investimenti in base al ROI e agli incrementi di produttività, non alla presupposta superiorità tecnica delle evoluzioni tecnologiche. Quando si tratterà di spendere in infrastrutture, software, servizi, l’attenzione delle imprese si sposterà su dove l’AI crea valore, su come tale valore viene catturato e su quali modelli di business possano trasformare l’adozione dell'AI in ritorni sostenibili.
Da questo punto di vista la Physical AI sarà, nel 2027, un interessante banco di prova: l'integrazione dell'intelligenza artificiale nel mondo fisico sta accelerando e il suo campo di applicazione principale - l'industria - è sia attento all'innovazione, sia focalizzato sui suoi ritorni più concreti. I progressi nell’intelligenza artificiale, nell’edge computing, nei sensori e nell’hardware connesso stanno portando - sottolineano gli analisti - a sistemi intelligenti in grado di percepire, apprendere e reagire all’ambiente circostante.

Si prevede ad esempio che, entro il 2030, le sole spedizioni globali di robot umanoidi supereranno le 700 mila unità, a testimonianza dei crescenti investimenti nella Physical AI. Le opportunità si estendono però ben oltre i robot umanoidi. L'AI può essere integrata in veicoli, edifici, infrastrutture energetiche, luoghi di lavoro e ambienti genericamente connessi. L’intelligenza, insomma, si integrerà sempre più nel mondo fisico, portando nuove sfide in materia di governance, sicurezza, responsabilità, integrazione.
All'AI, ma non solo, è collegato il tema della digital sovereignty. Qui per Omdia il tema chiave non è tanto se le organizzazioni abbiano bisogno di una maggiore sovranità digitale, quanto il livello di "controllo tecnologico" di cui hanno effettivamente bisogno e i costi che esso comporta. La sovranità digitale di certo interessa: più di 100 Paesi stanno portando avanti iniziative in tal senso, a testimonianza della crescente importanza del controllo su dati, infrastrutture, intelligenza artificiale e supply chain digitali.
Ma Omdia, come altri, sottolinea che una completa indipendenza tecnologica è raramente praticabile, e persino necessaria. Ciascuna azienda deve capire cosa deve gestire direttamente, in quali ambiti le partnership "esterne" rimangono essenziali, in quali casi una maggiore sovranità porta un valore aziendale sufficiente a giustificare gli inevitabili maggiori costi e complessità.
Infine, la supply chain delle aziende tecnologiche, che è un tema cardine perché non si "fa" innovazione - e nello specifico, oggi, soprattutto AI - se non si hanno i componenti che la supportano. Qui il punto, secondo Omdia, è che chi fa o usa tacnologia non può più pensare che la "disruption" delle supply chain di cui si parla ormai dai tempi del Covid finirà e tutto tornerà come prima. Certo di pandemie al momento non ce ne sono, ma la domanda fuori controllo di componenti infrastrutturali per l'AI, le pressioni geopolitiche, i limiti delle reti energetiche e l'incertezza macro-economica generale portano comunque a una volatilità persistente delle supply chain.
In questo scenario, la capacità di gestire queste pressioni diventerà sempre più un elemento di forza competitiva. Come spesso si è detto in questi anni, il punto è cercare di rendere resilienti i propri processi: chi riesce a farlo è in una posizione migliore, mentre chi è meno "agile" rischia di perdere terreno. Nel 2027, secondo Omdia, questa distinzione si farà più marcata.
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