Negli USA le grandi aziende hanno ripreso ad assumere dipendenti, dopo mesi di tagli legati all'intelligenza artificiale. Che, a quanto pare, non è proprio la stessa cosa.
Negli Stati Uniti si osserva un cambio di rotta nelle politiche occupazionali delle grandi aziende. Dopo mesi in cui l'assunzione di nuovo personale veniva considerata un'opzione costosa da evitare il più possibile, perché tanto c'era l'AI che faceva di tutto, diverse società e settori molto diversi tra loro iniziano a comunicare l'intenzione di (ri)ampliare gli organici, sia per sostenere la crescita sia per cogliere le opportunità legate alle tecnologie emergenti. Il tema è stato approfondito da un articolo mirato, e ora piuttosto citato online, del Wall Street Journal.
La tendenza al "rehiring" smentisce la narrazione prevalente sulla diffusione massiccia e di succcesso dell'intelligenza artificiale generativa nei processi aziendali. Per un certo tempo molte imprese - prevalentemente negli USA, che sono comprensibilmente più "avanti" negli svluppi tecnologici e sociali legati all'AI - hanno limitato le nuove assunzioni, sia per l'incertezza del contesto economico sia per la convinzione che i sistemi di AI potessero sostituire una parte crescente delle mansioni svolte finora dai dipendenti. Una convinzione che però non era ancora confermata dai fatti, se non in scenari particolari e non semplicemente replicabili ovunque.
Ora, però, alcuni dirigenti di importanti imprese USA riconoscono che i costi e i limiti pratici dell'automazione basata sull'AI rendono necessario un rafforzamento degli organici, mentre altre aziende puntano a recuperare il personale - e le sue competenze e la sua conoscenza, anche implicita - dopo i tagli effettuati nei mesi precedenti. Il punto qui non è la validità delle tecnologie AI, che va confermata o meno a seconda dei casi, ma piuttosto la possibilità di applicarle a qualsiasi processo senza una preventiva fase di studio, ottimizzazione e personalizzazione.

Parte di questa inversione di rotta riflette un abbassamento delle aspettative sulle reali capacità dell'intelligenza artificiale. Molte imprese avevano interrotto le assunzioni di personale junior, ritenendo che gli agenti basati su AI potessero coprire le loro mansioni, salvo poi rendersi conto che la componente umana resta necessaria per affiancare gli strumenti di AI. Tra l'altro, molte aziende hanno compreso che da un lato i nuovi "junior" sono proprio il tipo di dipendenti capaci di sviluppare le competenze legate alle nuove tecnologie di AI e che, dall'altro, non avere dipendenti junior rende molto più difficile e costoso programmare la sostituzione dei talenti in uscita.
Il fatto, più semplicemente, è che stiamo parlando di AI da relativamente troppo poco tempo per stimare correttamente e completamente i suoi impatti sul mondo del lavoro. Che certamente ci sono e ci saranno, ma che si muovono su scale temporali che non sono certamente quelle delle trimestrali tanto attese dagli azionisti e dai CEO delle aziende tecnologiche.
Proprio nel settore IT-tech ci sono dinamiche peculiari che non sono quelle del mondo impiegatizio in generale. Le aziende tech stanno investendo massicciamente in piattaforme e infrastrutture AI, con una spesa tale da rendere giustificabili - soprattutto a bilancio più che come strategia in sé - i tagli di personale. Anche qui si vede una certa tendenza al rehiring, ma in ambiti molto specifici come la cybersecurity, e in aree strategiche come proprio l'intelligenza artificiale e il cloud computing.
Restano quindi sensibili margini di incertezza sull'evoluzione futura del mercato del lavoro in rapporto alla diffusione dell'AI. Nessuno oggi ha una risposta chiara sul reale fabbisogno di personale per i prossimi anni, anche se l'idea di sostituire il personale umano con l'AI senza generare complessità e problemi sembra restare popolare ormai solo tra chi le tecnologie di AI le sviluppa e le vende. E vede concettualmente i lavoratori come una risorsa facilmente sostituibile.
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