Se ammettiamo il futuro dell'AI per come ci viene descritto, dobbiamo considerare che il modello attuale delle reti energetiche è inadeguato. E questo è un problema sociale ed economico, non solo un'opportunità di business.
Se si mettono insieme le cifre e le stime a disposizione sulla ipotetica futura crescita delle infrastrutture che devono sostenere l'ipotetico futuro sviluppo del mondo dell'intelligenza artificiale, si capisce abbastanza facilmente dove si colloca - finanza a parte - il collo di bottiglia principale: nell'approvvigionamento di energia. Nell'incontro-scontro, cioè, tra un mondo (l'AI) che sta andando di corsa e uno (l'Energia) che per forza di cose deve muoversi con prudenza e digerisce male le "disruption" che tanto piacciono alla Silicon Valley (e zone tecnologicamente limitrofe).
Mettiamo insieme qualche numero, riferito agli USA ma replicabile in prospettiva anche altrove. Mediamente, i grandi nomi dell'AI ritengono che da qui al 2030 sarà necessario aumentare di diverse decine di volte la potenza AI a disposizione. Anche considerando che gli algoritmi e i modelli di AI stanno diventando più efficienti, per la fine del decennio dobbiamo mettere in conto un aumento di (almeno) 10-15 volte della potenza di AI computing installata. Jensen Huang, che è quello delle previsioni aggressive, stima investimenti infrastrutturali per 3-4 mila miliardi di dollari: centinaia di migliaia di nuovi server rack ad alta densità da collegare, alla fine, a qualche presa di corrente.
Mettiamo brutalmente le cose: nessuna infrastruttura energetica è pronta per un tale sviluppo, alla velocità che i grandi nomi dell'AI richiedono per non finire sommersi dai debiti prima di fare un utile davvero adeguato. Le varie stime che circolano negli USA indicano che comunque, sempre da qui al 2030, solo i data center richiederanno qualcosa come 50 GW e oltre di potenza aggiuntiva in rete, per un consumo che supererà tranquillamente i 600 TWh l'anno. I data center provider spesso affermano che il problema non è la capacità energetica disponibile, ma un po' lo è: le reti fanno già fatica adesso e poi non ci sono solo i data center come utenti nel mondo, ma anche i cittadini e le imprese.
Di sicuro è un problema di interconnessione, per colpa di tutti. Le utility ci mettono troppo tempo a garantire un allacciamento alla rete, per contro i data center provider complicano le cose presentando richieste di interconnessione speculative per infrastrutture che non esistono e che magari nemmeno riusciranno a realizzare. Una ennesima stima aiuta a capire: nel 2030 i data center statunitensi dovrebbero "pesare" un massimo di 280 GW sulle reti energetiche, di cui circa 145 sono allocati a operatori che oggi consumano zero energia perché non possiedono nessun sito. Più chiaro: circa la metà della prevista "occupazione" delle reti energetiche dovrebbe realizzarsi in cinque anni scarsi. Se gli operatori energetici hanno qualche perplessità in merito, e non appaiono così disposti a mettere sul piatto quei 4-6 mila miliardi di dollari richiesti per aggiornare proporzionalmente le loro reti, c'è da capirli.

Alla fine, è qui casca il proverbiale asino. Silicon Valley e Wall Street sono abituate a scommettere su previsioni anche improbabili di crescita e poi a voltare pagina se le cose vanno male, ma le utility dell'energia - e la società in generale, vien da dire - proprio no. Anche perché c'è poco da discutere: il modello architetturale delle reti energetiche tradizionali non è pensato per il mondo delle AI Factory (e nemmeno per l'emergenza climatica e l'elettrificazione di massa, che peraltro nel frattempo non sono scomparse) e dovrebbe essere pesantemente rivisto. Il che è questione non solo finanziaria ma anche politica e di grande impatto sociale, che non si risolve presentando il presunto indotto positivo dei data center. Oggi una risposta a questo problema generale di fatto non c'è.
C'è semmai l'idea di un nuovo modello energetico, che alcuni data center operator stanno provando a formalizzare e che cerca di mettere insieme tutte le esigenze: sviluppare e alimentare data center in maniera progressiva, ridurre l'impatto sulle infrastrutture energetiche esistenti, essere più compatibili con le necessità sociali e ambientali delle comunità. Questo modello è in sostanza la combinazione di tanti elementi che già conosciamo: approcci "bring your own power", stoccaggio dell'energia, uso di fonti rinnovabili, co-finanziamento degli sviluppi delle reti, relazioni strette e costruttive con le comunità coinvolte.
In questo modello, un operatore data center sviluppa la propria produzione di energia "behind the meter" sin da subito in parallelo con la realizzazione del singolo sito, per essere operativo in maniera affidabile e in fretta, anche se in (relativamente) piccolo: 50 MW dopo 2-3 mesi. Fuel cell, microgrid, piccole turbine a gas, solare, batterie... tutto va messo in campo per garantire autonomia prima della effettiva interconnessione con l'utility energetica scelta. A quel punto la potenza del data center può aumentare più rapidamente, e tutto quello che è "dietro il contatore" resta utilissimo perché serve a garantire resilienza e continuità operativa. In attesa magari di quegli Small Modular Reactor (SMR) nucleari di cui tanto si parla ma che commercialmente non vedremo prima di dieci anni (se va bene).
Può funzionare? Sulla carta è tutto plausibile e tecnicamente un approccio del genere sta in piedi. Richiede semmai che gli operatori data center scelgano i loro nuovi siti pensando prima di tutto all'energia e meno alla collocazione dei clienti più appetibili, e che mostrino più razionalità e meno intento speculativo quando si tratta di presentare progetti per richiedere allacciamenti alle reti energetiche. Ma qui, in effetti, ci sta già pensando il mercato ad eliminare le speculazioni più avventurose. Inoltre, sarebbe anche necessario capire che se davvero i data center devono diventare una nuova componente infrastrutturale critica della società - e non c'è motivo di dubitarne, ormai - è in quanto tale che dovrebbero essere considerati e sviluppati. Non come ponti per una corsa all'oro dell'AI in cui importa solo arrivare per primi. Mentre, idealmente, nello sviluppo organico della società digitale dovremmo vincere tutti.
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