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Agilità ed efficienza spingono verso il modello software-defined

Secondo IDC crescono gli investimenti delle aziende italiane in infrastrutture IT software-defined. Ma tra i CIO c'è chi lamenta ancora troppo poco supporto da parte di vendor e system integrator.

Claudia Rossi

Dalla sperimentazione all'innovazione diffusa, fino al nuovo capitolo dell'automazione. Secondo IDC, è così che la Terza Piattaforma Digitale sta evolvendo all'interno delle aziende di tutto il mondo, spingendole al ridisegno delle proprie infrastrutture in una chiave sempre più software-defined. Un passaggio fondamentale non solo per riuscire a tenere il passo con la mole crescente di dati da analizzare, ma anche per incrementare l’efficienza di tutte le risorse disponibili sfruttando una loro maggiore integrazione.

È una direzione di marcia intrapresa con determinazione anche dai CIO italiani, pronti a far crescere gli investimenti dedicati alle architetture software-defined dai 350 milioni di euro del 2017 ai 500 del 2020: una spesa su cui pesano soprattutto le voci del Software-Defined Storage e del Software-Defined Networking, seguite da Software-Defined Compute e Software-defined WAN.

"In generale, gli obiettivi che le aziende italiane si propongono di raggiungere attraverso le infrastrutture software-defined sono legati soprattutto a un maggior livello di sicurezza (36%), una significativa riduzione dei tempi di distribuzione delle applicazioni (26%), una semplificazione delle operations (24%), un abbattimento dei costi energetici (23%) e un orientamento sempre più spinto al multicloud (21%)" afferma Daniela Rao, TLC Research & Consulting Manager di IDC, spiegando come questi punti siano il risultato di una recente indagine condotta su un campione di un centinaio di aziende italiane con oltre 50 dipendenti.

sd investimenti idc
Al centro dei loro piani infrastrutturali dominano temi come l'introduzione di sistemi convergenti e iperconvergenti, la sostituzione di NAS e SAN con storage in public cloud e lo spostamento delle infrastrutture server su cloud publico. "Tutti tavoli di lavoro che evidenziano un passaggio importante alla logica software-defined e che lasciano intravedere da qui a tre anni un cambiamento significativo sul mercato, con una migrazione sempre più spinta verso un modello IaaS in public cloud a discapito dei tradizionali datacenter on-premise" commenta Rao, che a breve prevede anche una crescita per le infrastrutture private cloud on-premise e per quelle hosted presso provider esterni.

A fronte dell'entusiasmo generalizzato, persistono però sul mercato alcuni fattori fortemente penalizzanti. Innanzitutto, secondo i CIO, c'è ancora troppo poco supporto da parte dei vendor e dei system integrator, fondamentalmente impreparati ad aiutare le aziende ad affrontare tutte le complessità legate a progetti infrastrutturali dal forte impatto trasformativo. Mancano, poi, strumenti di orchestrazione veramente agili e snelli, che semplifichino il passaggio a una logica software-defined diffusa: una carenza a cui si aggiungono costi di migrazione ancora troppo alti e la resistenza dei dipartimenti IT più tradizionali.

"Per questo in cima alla to-do-list dei CIO che abbiamo intervistato ricorre soprattutto l'impegno a lavorare contemporaneamente sul piano della trasformazione tecnologica e su quello della trasformazione organizzativa" sottolinea Rao, citando anche la necessità di identificare i migliori partner ICT sul mercato per poter sviluppare un progetto di reale successo, basato su un'infrastruttura concettualmente aperta al cambiamento continuo e in grado di misurare l'impatto generale del "software-defined everything" sulla gestione e sui costi infrastrutturali.
Pubblicato il: 26/03/2018

Tag: idc mercati

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