Scopri i vincitori degli Italian Project Awards 2025
La ricerca "Tech Talent in Transition" condotta da Randstad rivela come l'adozione dell'intelligenza artificiale stia alimentando la domanda di profili tecnici, scatenando una forte competizione retributiva tra settori tradizionali e aziende software per l'arruolamento di competenze su architettura dei sistemi e soft skill.
L'adozione su larga scala delle tecnologie basate sull'intelligenza artificiale sta rimodellando la domanda di lavoro nel comparto tecnologico italiano. Contrariamente agli scenari di contrazione occupazionale, l'incremento delle soluzioni AI sta fungendo da propulsore per le strategie di reclutamento: l'86% delle aziende italiane sta infatti aumentando il proprio organico tech per ampliare l'offerta di servizi e generare nuove linee di ricavo. L'accelerazione ha tuttavia innescato una competizione trasversale per l'accaparramento dei talenti specialistici, portando il 49% delle imprese appartenenti a settori non tecnologici ad assumere professionisti provenienti direttamente da aziende IT e software house.
I dati emergono dallo studio "Tech Talent in Transition: creare una workforce AI-ready", realizzato da Randstad attraverso l'intervista a 1.100 responsabili delle decisioni tecnologiche in 11 Paesi e l'analisi di oltre 20 milioni di annunci di lavoro e circa 100 milioni di profili professionali. La ricerca mette in luce un forte differenziale retributivo applicato dai settori tradizionali per attrarre le figure più qualificate: rispetto alle aziende propriamente IT, la retribuzione mediana di uno sviluppatore software risulta superiore del 43% nel settore bancario e assicurativo, del 46% nel manifatturiero e del 60% nel comparto farmaceutico e delle life sciences.
Il cambiamento in atto sta inoltre trasformando la natura delle competenze richieste sul mercato. Tra le skill tecniche più complesse da reperire figurano l'architettura dei sistemi e l'orchestrazione dell'AI, indicate come critiche dal 38% delle imprese, seguite da capacità trasversali quali pensiero critico, intelligenza emotiva e risoluzione di problemi complessi (25%), leadership interfunzionale (16%) ed etica dei dati con prevenzione dei bias algoritmici (14%). Il 58% delle aziende italiane segnala infatti una maggiore difficoltà nel reclutare profili tech dotati di adeguate competenze comunicative e di gestione degli stakeholder rispetto a figure concentrate unicamente sulle sole attività di programmazione.
Per far fronte alla carenza strutturale di personale e garantire l'esecuzione dei progetti, il 58% delle organizzazioni ricorre a formule d'ingaggio flessibili – quali contratti a termine, prestazioni freelance e collaborator internazionali –, affiancandole a servizi di consulenza tecnologica specializzata. Sul fronte della valutazione delle candidature, il mercato italiano mostra una marcata preferenza per la formazione pratica: il 50% delle imprese privilegia le micro-certificazioni professionali (rispetto al 41% della media globale), mentre solo il 35% considera la laurea in informatica un requisito vincolante (contro il 42% a livello internazionale) e un ulteriore 15% mette al primo posto l'esperienza dimostrabile sul campo.
L'impegno economico trova giustificazione nei ritorni generati dagli investimenti in intelligenza artificiale, con il 48% delle aziende che dichiara un ROI significativamente superiore ai costi sostenuti e un 45% che riscontra un chiaro valore operativo. I settori di maggiore impatto riguardano la manutenzione predittiva e la gestione delle supply chain (61%), la strutturazione dei dati (48%), l'automazione dei test software (40%) e la cybersecurity (22%). Parallelamente, cresce l'attenzione alla governance: il 50% delle aziende adotta software dedicati al monitoraggio della sicurezza dell'AI, il 41% inserisce in organico specialisti di audit e conformità normativa e il 29% ha istituito comitati interni per la gestione dei rischi tecnologici.
Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi rimanere sempre informato