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Presentata la prima edizione dell'Osservatorio LetteraSenzaBusta, che evidenzia il divario tra la forte diffusione dei servizi fiduciari nel mondo business e la scarsa adozione quotidiana da parte dei privati cittadini.
Nonostante l'Italia disponga di un'infrastruttura tecnologica avanzata, permane una distanza significativa tra la conoscenza teorica e l'effettivo utilizzo dei servizi fiduciari digitali da parte dei privati cittadini. È quanto emerge dalla prima edizione dell'Osservatorio LetteraSenzaBusta, realizzato analizzando i dati ufficiali AgID e una ricerca demoscopica condotta da Ipsos Doxa su un campione di mille italiani tra i diciotto e i settantacinque anni. Il rapporto mette in luce come strumenti fondamentali per la transizione digitale, quali la firma digitale, la posta elettronica certificata, la marcatura temporale, la conservazione a norma e il recapito certificato, siano ampiamente integrati nel mondo delle imprese e della pubblica amministrazione ma trovino ancora freni e resistenze nella vita di tutti i giorni.
Analizzando i singoli strumenti, la firma digitale rappresenta il caso più emblematico di questo divario. Sebbene il 93% degli italiani sappia cosa sia almeno di nome, e nel 2025 si siano registrati oltre trentatre milioni di certificati qualificati attivi e più di sette miliardi e mezzo di firme digitali remote generate, il 64% dei cittadini non possiede una firma digitale personale. Inoltre, la metà della popolazione ignora che sia possibile firmare documenti direttamente dal proprio smartphone, confermando che la diffusione dello strumento è fortemente trainata dal settore professionale e aziendale piuttosto che dall'uso privato.
Anche la PEC gode di un'ottima notorietà, con l'88% degli intervistati che ne riconosce la funzione e il 42% consapevole che possa sostituire una raccomandata con ricevuta di ritorno. Tuttavia, il 62% non possiede una casella PEC personale. Tra i fattori che frenano l'adozione spicca il modello economico basato su un abbonamento annuale fisso: il 58% dei cittadini preferirebbe una formula a consumo, pagando soltanto quando utilizza effettivamente il servizio. Come evidenziato da Mirko Pinato, CEO di LetteraSenzaBusta, per un professionista il canone fisso ha perfettamente senso, ma per chi necessita del servizio solo una manciata di volte l'anno quel costo diventa un ostacolo insormontabile che scoraggia l'utilizzo di strumenti ormai indispensabili.
Il rapporto evidenzia inoltre un cambiamento nel rapporto con la carta, testimoniato dal 73% degli italiani che non ha spedito alcuna raccomandata cartacea nell'ultimo anno. L'abbandono dello strumento tradizionale non si traduce però in una conoscenza delle alternative elettroniche: alla domanda sulla possibilità di inviare raccomandate digitali tramite WhatsApp, SMS o email, ben il 67% risponde di non saperlo, il 21% ne ha sentito parlare senza mai utilizzarla e appena il 5% dichiara di averne già inviata una.
Sul fronte della marcatura temporale, nota anche come Data Certa, nel 2025 sono state emesse oltre cinque miliardi di marche, ma l'88% dei cittadini non la utilizza, dividendose tra chi non sa cosa sia e chi ne ha solo sentito parlare. Analogamente, per quanto riguarda la gestione dei documenti fiscali e contrattuali, la maggioranza si affida a faldoni di carta, computer personali o servizi cloud generici, mentre appena il 5% utilizza un sistema di conservazione digitale a norma di legge in grado di preservare nel tempo valore probatorio e integrità.
Il divario rischia infine di ripetersi con l'imminente arrivo del portafoglio digitale europeo, l'EUDI Wallet, atteso per il 2026 nel quadro del regolamento eIDAS 2.0: l'87% degli italiani dichiara di non conoscerlo, evidenziando la necessità di colmare la distanza tra la disponibilità tecnologica e la reale consapevolezza dei cittadini per abilitare una piena cittadinanza digitale nel Paese.
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