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Netalia accelera: nuovo capitale, IPO e assunzioni in vista

Netalia trasforma la sua struttura societaria e punta a 50 milioni di fatturato, oltre 200 dipendenti e alla quotazione in borsa entro cinque anni.

Tecnologie Trasformazione Digitale

Netalia accelera sulla crescita e punta alla quotazione in Borsa. La società guidata da Michele Zunino ha completato la trasformazione in società per azioni portando il capitale sociale a un milione di euro attraverso un investimento diretto della proprietà attuale. L'operazione apre la strada a un secondo aumento di capitale, questa volta aperto a soggetti terzi, la cui chiusura è prevista entro la fine dell'estate: un passaggio che l'azienda considera propedeutico al nuovo piano industriale, costruito attorno a tre macro obiettivi: un fatturato annuo da 50 milioni di euro raggiunto solo tramite crescita organica, un incremento dell'organico che dovrebbe decuplicare l'attuale forza lavoro superando le 200 unità, e la quotazione in borsa entro cinque anni non come strumento di pura plusvalenza, ma come leva di stabilità e tutela per clienti e stakeholder, in un modello vicino alla public company all’americana, con azionariato diffuso e senza un singolo socio di maggioranza ben identificabile. “Abbiamo lanciato un aumento di capitale con una condizione molto favorevole, mirato ai mezzi che ci servono per raggiungere il prossimo step, dove potremo pretendere un enterprise value più significativo e quindi un aumento di capitale anche più importante”, spiega Michele Zunino, Amministratore Delegato di Netalia.

Sul piano industriale, Netalia mette nero su bianco una crescita organica che passa anche dalle persone. Oggi la società conta circa 40 dipendenti, ma prevede un’espansione significativa dell’organico nei prossimi anni: “mi aspetto una crescita nell’arco dei prossimi 3-5 anni intorno ai 50-60 milioni di euro di ricavi, un numero molto conservativo rispetto all’opportunità di mercato che vediamo, e di conseguenza nuove assunzioni. L’opportunità è ghiotta, perché il mercato cloud sovrano è importante e si sta aprendo, ma vediamo anche un secondo trend: il mercato si andrà compattando ulteriormente, con operazioni di M&A e carve-out. Molte realtà per cui il cloud è solo un’appendice dovranno decidere se renderlo un business autonomo per restare competitive” ha spiegato Zunino.

Michele Zunino, Amministratore Delegato di Netalia

Dal cloud di adozione alla repatriation

Dal 2010 il cloud ha attraversato una prima grande fase di adozione”, ricorda Zunino: “le aziende hanno capito che utilizzare servizi digitali in modalità as-a-service rappresentava un vantaggio finanziario e operativo, in termini di velocità di esecuzione, rapidità e competitività. Oggi il cloud è pervasivo: il mercato italiano vale circa 10 miliardi di euro all’anno e possiamo considerarlo maturo da diversi punti di vista”.

La maturità però non significa stabilità, perché stanno intervenendo cambiamenti su due fronti, sottolinea Zunino: “da una parte c’è l’evoluzione tecnologica, che impatta direttamente sui modelli operativi. Dall’altra c’è il fronte regolatorio e normativo: finalmente ci siamo un po’ svegliati e abbiamo acquisito consapevolezza che il digitale è la base della vita comune, con impatto sociale, economico e strategico. Di conseguenza la gestione dei patrimoni digitali deve essere regolata all’interno di perimetri che li tutelino”.

È in questo contesto che si colloca la seconda fase del cloud indicata da Zunino, la repatriation che, spiega l’AD, “non è un teorema di sicurezza assoluta, è un teorema di controllo: chi ha realmente la disponibilità, l’accesso e la gestione delle informazioni e degli strumenti che usiamo nella nostra attività? Il caso di poche settimane fa, con il governo americano che ha bloccato l’esportazione di un nuovo modello di AI, è un campanello d’allarme: siamo soggetti a decisioni altrui su dati, patrimoni e informazioni che sono nostri”. Su questo tema la sensibilità sta crescendo, tanto che “quando è nata Netalia nel 2010, è stato molto difficile far comprendere il valore di un approccio legato al perimetro giuridico-normativo più che alla tecnologia; oggi quel valore è patrimonio condiviso, parlare di sovranità digitale in Italia è molto più facile di 15 anni fa”.

In questo scenario Netalia rivendica una posizione peculiare: “se oggi guardo il mercato italiano, siamo l’unica azienda focalizzata sul tema del cloud che realizza ricavi interamente nell’ambito del cloud e che ha come attenzione centrale la sovranità digitale” rimarca Zunino. L’AD è consapevole che il mercato resta dominato da pochi grandi player, si parla di quattro, forse cinque aziende in Italia dirette competitor di Netalia, “tutte più grandi di noi, non tanto per volumi strutturali di servizi cloud, quanto perché operano in mercati molto più allargati e realizzano ricavi anche in altri ambiti”.

Sovranità e sovereignty washing

In questo contesto si inserisce anche il tema, ormai sempre più evidente, del cosiddetto sovereignty washing. Zunino ricorda come fino a pochi anni fa la sovranità digitale venisse liquidata da alcuni grandi operatori come un concetto irrilevante, mentre oggi quasi tutti si dichiarano “sovrani” a prescindere dalla reale struttura giuridica e tecnica dei servizi offerti. La crescente attenzione del regolatore e l’evoluzione del quadro normativo europeo mirano proprio a fare chiarezza su questi aspetti, distinguendo tra chi utilizza la sovranità come slogan di marketing e chi la mette al centro del proprio modello industriale.

“Normative come NIS2 e DORA hanno riacceso il tema», ragiona Zunino. Il lavoro dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale è uno snodo importante, ma non privo di criticità interpretative: “le certificazioni ACN, sia quelle di base sia di livello più alto, dovrebbero aiutare a capire chi è più affidabile, ma purtroppo la legislazione lascia spazio a letture diverse. Oggi c’è una tendenza sempre più forte da parte di ACN a leggere la regolamentazione in modo stretto e a distinguere tra chi risponde davvero a un quadro di sovranità” perché c’è maggiore consapevolezza sui rischi.

La combinazione di scosse di mercato e nuove regole sta spingendo soprattutto i mercati regolamentati: “parliamo di Energy & Utilities, Finance in tutte le sue declinazioni, sanità, infrastrutture, Logistica e Trasporti, Media, e probabilmente del mondo chimico-pharma. Sono mercati presidiati da aziende complesse, con cultura interna forte e capacità di valutare il rischio concreto. In ricaduta, se parliamo di supply chain, lo spettro si allarga molto” riflette Zunino. Qui si inserisce Netalia: secondo Zunino, il segmento indirizzabile del cloud italiano è già significativo: “tolto il SaaS, il mercato target che valutiamo è circa 5 miliardi, di cui la quota coperta da aziende italiane non supera i 150 milioni. In pratica, il mercato italiano non esiste e significa che chi come Netalia, con circa 10 milioni di ricavi, vale l’8% di questa fetta e comincia a uscire dalla zona dello “zero virgola”. È una lettura di parte, ma dà l’idea dei rapporti di forza”.

La domanda chiave diventa quanto di questa torta tornerà in perimetro sovrano. “Immaginiamo di poter erodere tra il 10 e il 20% del mercato target nei settori di cui stiamo parlando. Si tratta di circa un miliardo da spostare. Il punto chiave sarà quanto di questo miliardo verrà gestito con architetture di cloud sovrane, come quelle che facciamo noi e i 4-5 concorrenti di cui sopra, e quanto invece tornerà in logica on-premise”. La speranza di Netalia è che la consapevolezza del cloud resti acquisita e che chi affronta la repatriation non cambi il modello, ma il soggetto, ossia “che scelga un operatore in grado di garantire il perimetro giuridico e normativo, e quindi la sovranità, senza rinunciare ai benefici del cloud”.

Cloud di prossimità e edge

Sul fronte infrastrutturale, Netalia sceglie un modello di cloud di prossimità basato su strutture esistenti, certificate e distribuite. Zunino spiega che “il data center non è strumento di profitto, ma centro di costo. È il modello degli hyperscaler: non guadagnano dal data center, investono solo quando le dimensioni vitali li spingono a gestire direttamente. Il cloud, in sé, è disaggregato rispetto all’infrastruttura: si lavora su spazio, energia e sicurezza fisica, e si realizza l’infrastruttura tecnologica dentro impianti già esistenti”. Netalia applica la stessa logica con un obiettivo chiaro: costruire un cloud di prossimità: “oggi siamo presenti in Lombardia, Liguria e Sicilia con data center a Milano, Genova e Palermo, l’obiettivo è ampliare sia il numero delle regioni, sia la complessità di ciascuna regione, rendendole multizona per aumentare affidabilità e resilienza”.

La sostenibilità passa anche per la riutilizzazione di strutture esistenti, purché adeguate: “sul territorio ci sono molte strutture già presenti, magari non idonee per l’hyperscale vero e proprio, cosa che noi non siamo, quindi non abbiamo necessità di capacità e volumi di cui si parla per le gigafactory da decine di megawatt. Per noi la logica è good enough: piccoli non significa inadeguati. I tre data center che usiamo non sono faraonici, ma sono certificati e ci permettono di scalare le nostre certificazioni ACN, oggi QC2 e, mi auguro presto, QC3. Garantire il requisito minimo indispensabile è ciò che ci rende compatibili con le richieste dell’Agenzia” spiega Zunino.

Sul tema edge, Zunino distingue tra teoria e pratica: “la prossimità non è geografica, è di topologia di rete. In un mondo evoluto, l’essere presenti localmente garantisce latenza molto bassa e edge computing reale. Nel mondo attuale no, perché le reti sono ancora architettate per raccogliere il traffico su pochi punti focali. Se ci parliamo da Bari, il traffico passerà quasi certamente per Roma. Non è solo prossimità fisica, è re-architettura della rete di raccolta. Oggi né la rete di FiberCop né quella di Open Fiber sono pronte, entrambe ci stanno lavorando, ma non ci sono ancora arrivate”.

In relazione al discorso molto attuale dell’aumento di datacenter di grande potenza per far fronte alle esigenze energivore delle AI, Zunino è chiaro: “prima di tutto bisogna capire se ci sia davvero bisogno di tutti questi datacenter e di questa potenza. Se consideriamo il cloud come punto di planata, il cloud assorbe spazio ed energia ma ottimizza, mette a disposizione risorse condivise. Da questo punto di vista ha un impatto etico e sostenibile”. Tuttavia, “oggi vedo aziende con sistemi informativi obsoleti, dove il cloud è ancora lift and shift: hanno spostato tutto e non hanno ottimizzato nulla, con costi esorbitanti. In questi casi l’investimento va fatto di più sull’ottimizzazione di codice, architetture e processi, più che sull’avere macchine sempre più potenti per spostare monoliti non ottimizzati” spiega Zunino. Da qui nasce anche la riflessione su un modello good enough in cloud e AI: “il punto è fornire ciò di cui il mercato ha davvero bisogno. E rispetto all’esigenza media del mercato, ho la sensazione che non serva tutta la spinta che ci viene proposta”.

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