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Hitachi lavora ai data center galleggianti

Realizzare un nuovo data center tradizionale sta diventando troppo complesso, perché non riadattare allo scopo le grandi navi commerciali?

Tecnologie

La domanda di potenza computazionale per l'AI appare talmente in crescita che molte aziende tecnologiche hanno iniziato a studiare approcci anche originali alla realizzazione di nuovi data center. Al gruppo appartiene anche la giapponese Hitachi, che dopo alcune anticipazioni ha effettivamente dato il via a un programma per lo sviluppo di data center galleggianti ricavati dalla riconversione di navi già esistenti. E magari vicine alla dismissione.

L'iniziativa coinvolge l'armatore Mitsui OSK Lines - MOL, in breve - che gestisce una flotta di circa 900 navi commerciali di grandi dimensioni. Con MOL, Hitachi intende verificare la fattibilità tecnica ed economica di strutture destinate a ospitare infrastrutture IT direttamente su imbarcazioni riconvertite. Per ora è tutto solo sulla carta e nei primi progetti, ma se l'idea apparirà sensata l’avvio delle attività operative è stato ipotizzato "non prima del 2027". Con attività in Giappone e nelle nazioni (Malesia e Stati Uniti) dove il gruppo Hitachi già ha esperienze nella gestione di data center tradizionali.

I presupposti da cui nasce l'idea dei data center galleggianti - e non più sottomarini - sono abbastanza semplici. Realizzare un data center convenzionale richiede tempo, investimenti, energia, ormai anche capacità politica. Potrebbe alla fine essere molto più semplice convertire una grande nave da trasporto in una piattaforma galleggiante per l’hosting di infrastrutture IT, andandola a collocare in porti o aree fluviali (non parliamo ancora di data center "nomadi" funzionanti in navigazione).

L'idea, secondo Hitachi e MOL, ha senso in quanto a "floorspace": una nave porta-automobili con una superficie interna di circa 54 mila metri quadrati potrebbe offrire una capacità comparabile a quella di alcuni grandi data center terrestri giapponesi. Le aziende coinvolte puntano poi molto sulla questione-tempo. La conversione di una nave in un data center richiederebbe circa un anno di lavori, molto meno della costruzione di un data center tradizionale a terra. 

Essendo poi già in acqua, una nave-datacenter potrebbe usare acqua marina o fluviale per alimentare sistemi di raffreddamento a liquido, riducendo il consumo energetico associato alla climatizzazione dei data center. Non guasta poi che collocare un data center galleggiante in un porto è certamente una opzione più accettabile, per le comunità locali, rispetto a costruirne uno in città o anche in aree rurali.

Altri due apetti - sempre secondo Hitachi e MOL - rendono interessante l'opzione "marittima" per i nuovi data center. Un data center installato su una nave può essere spostato, ovviamente entro certi limiti, in funzione di dove si trova la maggiore domanda di potenza di calcolo in un dato momento. E il riutilizzo di navi già esistenti elimina parte dell’impatto ambientale associato alla costruzione di nuove infrastrutture IT.

Insomma, l'idea c'è e secondo Hitachi vale la pena esplorarla concretamente. Gli studi con MOL serviranno a stimarne con precisione l'efficacia - soprattutto dal punto di vista economico - e ad evidenziare tutte le possibili criticità tecniche, che non saranno poche. Certo non sembra che riconvertire una nave in un grande data center abbia meno senso che mandare in orbita una miriade di micro data center, che è un'altra opzione a cui Oltreoceano si stanno affezionando.

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