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USA-Cina è lo scontro che nessuno vuole. Ma se non finisse presto?

Huawei potrebbe essere solo l'inizio di un confronto commerciale la cui escalation avrebbe vittime collaterali un po' ovunque

Che il caso Huawei non potesse semplicemente essere la replica, più in grande, della vicenda ZTE lo si sapeva fin dall'inizio. Le ramificazioni che sta prendendo lo scontro USA-Cina in campo tecnologico rischiano però di rendere tutto molto più complicato per il mercato ICT in generale. Cosa che dovrebbe cominciare a preoccupare chiunque e non solo i dirigenti delle aziende cinesi. Tanto che la "sospensione" di 90 giorni dell'embargo tecnologico per Huawei viene vista come un atto in parte dovuto - ci sono comunque anche gli interessi degli utenti da considerare - e in parte distensivo.

Meglio peraltro sgombrare subito il campo da un equivoco: la pericolosità presunta dei prodotti Huawei come veicolo di spionaggio anti-americano è, nella dinamica del confronto in atto, sostanzialmente irrilevante. Non perché questo rischio non esista ma proprio per la ragione opposta: perché è implicito. Il mondo ICT del dopo-Snowden è palesemente uno dei tanti terreni di confronto tra nazioni. E lo era anche prima di Snowden, solo che era un problema da addetti ai lavori e non da opinione pubblica.

Lo spionaggio internazionale è sempre esistito, la digitalizzazione di cui tanto parliamo lo rende semplicemente più articolato e più facile. Pragmaticamente, qualsiasi nazione che possa sfruttare i canali digitali per tutelare il proprio interesse nazionale (qualunque cosa questa espressione comprenda) prima o poi lo farà. Quindi è ovvio che il rischio descritto dall'Amministrazione USA esiste. Esplicitarlo nettamente, con tanto di emergenza nazionale, è anche un mezzo formale per giocare la partita estendendola rapidamente sul piano commerciale.

huawei oceanstor
Una partita che però bisogna saper giocare con attenzione. ZTE è stata una pedina di scambio "gestibile" in una fase di confronto che appariva altrettanto gestibile. Mettere in crisi Huawei è una escalation, come lo sarebbe a maggior ragione coinvolgere - sono voci, ma ci sono e sono plausibili - anche altre aziende come DJI e Hikvision. Droni e videosorveglianza sono due segmenti di mercato indubbiamente "sensibili", in cui il rischio di spionaggio è una carta che si può giocare di nuovo.

Scenari futuri di confronto

Se immaginiamo che queste voci siano vere e, andando oltre, che il confronto politico-commerciale tra USA e Cina peggiori nel breve-medio termine, è il caso di pensare alle possibili escalation e alle vittime collaterali. Dall'una e dall'altra parte.

In questa fase tutti pensano a Huawei come vittima del confronto. A ragione, perché l'azienda cinese sta perdendo i componenti software e hardware che le servono a produrre non tanto i suoi smartphone (importanti, non critici) quanto i suoi server e i dispositivi per networking e telecomunicazioni. Specie per le reti 5G. Il danno commerciale diretto sarà comunque rilevante, come anche quello di immagine. Il caso ZTE in questo senso fa scuola. Ma le vittime collaterali sono anche negli USA. Non solo i clienti Huawei ma il business e i posti di lavoro che le aziende statunitensi perderebbero se dovessero in generale ridurre il commercio verso la Cina.

Un calcolo lo ha già fatto la Information Technology and Innovation Foundation, non concentrandosi solo sul mercato ICT ma su tutte le tecnologie innovative (in gergo, le Emerging and Foundational Technologies, o EFT) che potrebbero essere frenate in nome della sicurezza nazionale. E il conto è abbastanza salato: nel peggiore dei casi considerati (un freno all'export del 20 percento) si tratta di oltre 56 miliardi di dollari e quasi 74 mila posti di lavoro in cinque anni.

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Ovviamente le vittime collaterali ci sarebbero anche al di fuori degli USA. Sarebbero principalmente gli operatori che, anche da noi, hanno puntato sulla tecnologia Huawei per la realizzazione delle nuove infrastrutture 5G. Nel caso estremo che l'azienda cinese non potesse più supportarli, dovrebbero rallentare lo sviluppo delle reti e acquistare prodotti analoghi da altri fornitori. Americani, ovviamente, ma non solo.

La questione a quel punto diventerebbe anche politica, perché diverse nazioni dovrebbero rivedere lo sviluppo di una infrastruttura considerata critica - la rete di comunicazioni mobili di nuova generazione - per decisioni prese altrove e sulle quali potrebbero non essere affatto d'accordo. 

È una ipotesi estrema soprattutto perché prima di arrivare a quello scenario Pechino avrà di certo messo in campo qualche contromossa. Non con la specifica idea di salvare il business Huawei, ma perché ad un certo punto deve comunque rispondere a Washington. Anche solo per un semplice gioco delle parti. E le opzioni che ha a disposizione sono davvero molte.

Pechino potrebbe banalmente rispondere a un quasi-embargo con un altro. Ridurre cioè l'esportazione verso gli Stati Uniti di materiali o prodotti di cui le aziende americane hanno invece molto bisogno. Le risposte cinesi spesso non hanno l'evidenza immediata di molte azioni occidentali, perciò in questi giorni si fa molta dietrologia e la visita del presidente Xi Jinping a una azienda di lavorazione di materiali rari (neodimio, lantanio, cerio...) ha fatto pensare a un possibile freno al loro commercio.

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La Cina detiene il monopolio dei materiali rari anche perché nei decenni scorsi ha conquistato una forte posizione sui mercati africani, da cui essi provengono. Questi materiali sono essenziali per la produzione di moltissimi componenti usati nel mondo ICT (magneti, chip, batterie...), quindi toglierli alle aziende statunitensi è molto peggio che togliere a Huawei Android o i processori Intel.

Il punto debole della supply chain globale

Ma può anche non servire un embargo. Sui prodotti Apple c'è una frase che descrive perfettamente la supply chain globale del mercato ICT: Designed in California, Assembled in China. Quasi tutti i prodotti tecnologici - dai prodotti finiti veri e propri ai singoli componenti - sono assemblati in Cina, quindi rallentare ad arte l'attività delle aziende sul territorio cinese significa chiudere un (bel) po' i rubinetti della produzione ICT mondiale.

Le aziende tecnologiche statunitensi sono le ultime a volere una escalation del genere e si aspettano che non ci si arrivi. Ma in tempi di dietrologia c'è anche chi pensa che l'Amministrazione Trump non sia altrettanto preoccupata, che anzi consideri il settore tecnologico sopravvalutato per la grande attività dei fondi di investimento, dei venture capitalist e delle banche. Una quasi-bolla che qualcuno a Washington avrebbe intenzione di sgonfiare.

Tutte ipotesi e voci da verificare nelle prossime settimane, ovviamente. Di sicuro c'è il fatto che la messa al bando di Huawei è solo una mossa di una partita articolata che durerà ancora molto. E che non farà bene a nessuno fino a quando non si raggiungerà un nuovo equilibrio.

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Pubblicato il: 22/05/2019

Tag: cina huawei

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