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OVH e la difficile arte del multicloud

Nella visione delle aziende utenti il cloud è ormai scontato e il multicloud una promessa facile da realizzare. Ma non è tutto così semplice, sottolinea OVH, e serve guardare bene alle caratteristiche dei propri cloud provider.

Redazione Impresacity

Tutti i numeri del mercato ci dicono che il cloud è diventato mainstream, non è più quindi quell'elemento di rottura a cui molte imprese guardavano con interesse ma anche una certa diffidenza. I tassi di adozione del cloud sono ormai elevati in qualsiasi comparto, ma a complicare - positivamente - la vita delle imprese c'è una nuova constatazione: non è sempre opportuno "sposare" un cloud provider quando è aperta la strada del multicloud, cioè la possibilità di combinare più o meno liberamente i servizi specifici di provider diversi.

L'interoperabilità in questo diventa un elemento chiave anche per i cloud provider che vogliono soddisfare le esigenze dei loro clienti. "Proprio per questo noi e altri grandi operatori - spiega Dionigi Faccenda, Sales Manager di OVH in Italia e Spagna - abbiamo dato vita alla Open Cloud Foundation, cercando una strada comune per collaborare". L'obiettivo primario è certamente superare il problema del lock-in, che oggi viene sin troppo banalizzato. Secondo OVH, invece, sia utenti sia provider devono guardare alla questione con un certo pragmatismo.

"Quando sposti la tua IT sull'infrastruttura di un cloud provider è comunque poi difficile fare una nuova migrazione, per quanto standard possa essere il provider scelto. Migrare verso una nuova piattaforma, con sistemi e standard che magari sono simili ma con caratteristiche comunque differenti, è complicato", sottolinea Faccenda.
dionigi faccenda ovhDionigi FaccendaIn questo senso il vantaggio di OVH per quanto riguarda il supporto di ambienti multicloud - "abbiamo già clienti che li hanno attivati, ad esempio usando Azure per alcuni servizi e noi per altri", spiega Faccenda - sta proprio nella impostazione strategica di base: essere un provider infrastrutturale puro, quindi senza una parte PaaS o SaaS. Proprio per questo i clienti hanno la possibilità tanto di entrare facilmente nel cloud di OVH - "usiamo tutta tecnologia VMware, abbiamo tutte le maggiori certificazioni, quindi per noi tutto ciò che è standard può essere ospitato nei nostri 28 datacenter", spiega Faccenda - quanto di uscirne altrettanto senza difficoltà.

Anche se l'offerta che mette sul piatto OVH non spinge certo ad abbandonare il provider francese, che sarà magari meno noto dei grandi nomi statunitensi ma gioca sullo stesso piano. Oltre ai 28 datacenter a livello globale, OVH punta sulla partnership solida con VMware, di cui è uno dei principali partner a livello globale, e una altrettanto valida con Intel, per lo sviluppo congiunto dei chip usati nei server e nello storage che il provider progetta e assembla direttamente.

"Tecnologicamente innoviamo tantissimo - sottolinea in questo senso Faccenda - ma restiamo sempre accessibili e con prezzi abbastanza costanti. E soprattutto non facciamo differenze tra la grande impresa e il privato, cosa che nella nostra esperienza ha favorito 'customer journey' estesi e di successo, in cui un utente inizia in piccolo ma progressivamente acquista sempre più servizi in funzione della sua crescita".

L'impostazione decisamente "tecnica" di OVH è quindi un punto di forza, anche se può "spaventare" qualche utente potenziale, specie se si sta avvicinando al cloud da poco. Per questo può essere mediata da una rete di partner che aiuta, quando necessario, gli utenti finali a migrare e poi a gestire la propria IT in cloud presso il provider francese.
datacenter texasIl ruolo dei partner è importante anche per colmare una lacuna spesso sottovalutata negli aspetti concreti del passaggio al cloud: le competenze che (non) si hanno in azienda. Far migrare in cloud l'IT di un'azienda di grandi dimensioni che ha grandi moli di dati storici e datacenter fatti anche di sistemi legacy, come accade spesso, non è affatto semplice. "Prima o poi alla migrazione si arriva, è un dato di fatto - sottolinea Faccenda - il problema è che spesso gli skill interni e i nuovi skill che vengono acquisiti non sono sufficienti". Analytics, intelligenza artificiale, Business Intelligence, IoT sono solo i principali tra i temi per i quali è difficile trovare le giuste competenze e che comunque prima o poi coinvolgono la parte cloud.

Le competenze inoltre evolvono e ci sarà sempre bisogno di skill difficili da recepire, anche se il futuro del cloud e del multicloud va verso una sempre maggiore semplicità. Semplicità che però sottende una complessità architetturale, come nel caso del serverless computing che si presenta come l'evoluzione più importante in questa fase del mercato. "Il futuro del cloud - spiega Faccenda - è incentrato sull'utilizzo puro. Il serverless computing in concreto diventa questo: DevOps, IT manager, CIO non dovranno più preoccuparsi di quanta infrastruttura prendere in cloud, e di come".

Con le funzioni di serverless computing il cloud si adatta in tempo reale alle esigenze delle applicazioni e dei servizi in esecuzione, attivando e disattivando istanze a seconda dei carichi di lavoro. In questo senso OVH collabora con la community collegata a OpenStack, portando avanti lo sviluppo di componenti che abilitino il serverless computing all'interno dei suoi servizi di public cloud. "Non escludo che anche il private cloud vada verso il modello serverless - commenta Faccenda - ma qui c'è ancora strada da fare".

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Pubblicato il: 03/07/2018

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