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Un comparto che cresce rapidamente come quello dei data center italiani ha bisogno di certezze e dialogo chiaro con tutti gli stakeholder: la Italian Datacenter Association sta facendo da catalizzatore proprio per queste dinamiche
Il tema comunicazione è diventato, per chi fa data center in Italia, molto importante. Le informazioni che il grande pubblico ha a disposizione non sono sempre precise e contestualizzate, quando addirittura non si riferiscono ad un mercato – quello statunitense – che fa più notizia ma usa anche approcci e tecnologie diversi da quelli europei e molto meno attenti alla sostenibilità. “Abbiamo capito – spiega Michele Gallo, Head of Datacenter Operations di Rai Way e segretario generale di IDA – Italian Datacenter Association – che dobbiamo comunicare meglio: spesso parliamo come tra noi addetti ai lavori e non si può pretendere che tutti diventino esperti di data center. Vogliamo anche stimolare un dibattito sulle tecnologie da data center all'interno della comunità scientifica, per far nascere studi indipendenti che si basino su dati concreti e mostrino che in effetti siamo una industria sostenibile, per il semplice fatto che per noi la scarsa sostenibilità diventa un costo: più efficiente è un data center, meno si spende in energia, più si creano margini… In un certo senso, siamo sostenibili per necessità”.
Una delle novità più recenti che può aiutare a normalizzare la relazione tra data center operator, istituzioni ed opinione pubblica è il Data Centre Energy Efficiency Package, la normativa UE che introduce una “etichetta elettronica” che sintetizza i principali parametri di sostenibilità ambientale di un data center. Nelle intenzioni, la norma porta maggiore trasparenza nella comunicazione dei dati sull’impatto ambientale di un data center, una trasparenza a cui gli operatori europei sono assolutamente favorevoli, spiega Gallo, “perché ci aiuta a far capire che non siamo i ‘cattivi’, semmai siamo quelli che con le nostre infrastrutture possiamo addirittura portare benefici alle popolazioni locali”. Certo la normativa UE ha diversi punti di miglioramento, soprattutto perché si basa sulla valutazione uniforme di parametri statici e non tiene conto delle differenze climatiche tra i vari siti – le temperature ambientali medie non sono le stesse a Helsinki come a Roma, e questo conta - ma “in assoluto è un meccanismo che favorisce la condivisione dei dati e che permette di far capire la reale efficienza delle nostre infrastrutture e dei nostri servizi”.
Quelli descritti da Michele Gallo sono alcuni degli inevitabili “dolori di crescita” di un settore che in Italia sta vivendo uno sviluppo decisamente accelerato, forse più di quanto gli stessi data center operator immaginassero. E in uno scenario del genere non è semplice gestire l’equilibrio tra la necessità di mercato di avere nuove infrastrutture e quella di gestire l’impatto sociale percepito delle infrastrutture stesse. Oggi sembra banale affermare che la strada giusta è coinvolgere il territorio prima dell'avvio di un progetto, una volta non era affatto scontato. “Serve informazione, e un’informazione migliore”, spiega Michele Gallo: “Anche per questo parteciperemo alla prossima Assemblea Nazionale di Anci: vogliamo collaborare con i Comuni per costruire insieme un framework di comunicazione che parli un linguaggio chiaro, che aiuti anche a riconoscere il ruolo e il valore dei data center nella vita digitale quotidiana di tutti. Un framework basato su fatti e dati scientifici accessibili per un pubblico non tecnico e non addentro alle dinamiche del settore”.
I data center hanno tutto l’interesse a diventare buoni “cittadini”, ma come qualsiasi cittadino devono anche poter avere un rapporto fluido con lo Stato, un rapporto che la burocrazia italiana sinora non ha favorito, specie dal punto di vista dei grandi investitori esteri. Che chiedono, al pari di quelli italiani, soprattutto certezza dei tempi legati a concessioni e permessi. “I tempi – spiega Gallo – possono anche essere lunghi, ma non imprevedibili. In questo senso il ‘decreto bollette’ dello scorso maggio è un elemento positivo: il primissimo tentativo, quasi l'unico in Europa, di standardizzare i processi, di creare una sorta di ‘fast track’ per cui gli operatori data center possono avere uno sportello unico con cui risolvere tutta la parte di permessistica”. La legge nazionale c’è, ora Regioni e Province dovranno recepirla e uniformare le normative locali in modo che, sostanzialmente, passi al massimo un anno dalla concessione di tutti i permessi all’inizio dei lavori di costruzione di un data center.

Razionalizzare davvero il processo di valutazione ed autorizzazione dei progetti dei nuovi data center sembra un risultato tutto sommato minimale, in realtà non lo è perché il mercato italiano – e non solo quello – è stato “contaminato” da un gran numero di progetti assolutamente speculativi: data center annunciati, con tanto di richiesta di allacciamento alla rete energetica, ma che non hanno praticamente nessuna possibilità di arrivare a compimento. “Ad oggi – conferma Gallo – ci sono presso Terna richieste di allaccio per circa 100 gigawatt, mentre come IDA stimiamo che realisticamente al 2030 ci saranno circa 2 gigawatt di nuova capacità installata nei data center. Questo significa che il 98% di quelle richieste di connessione alla rete è pura speculazione”.
Fare speculazione è troppo semplice – bastano un paio di migliaia di euro per richiedere a Terna un allacciamento per un data center che non ci sarà mai, qualche migliaio in più per fare progetti e rendering e attirare investitori – ed è un danno per tutti. Per l’opinione pubblica, giustamente preoccupata dalla presunta necessità di raddoppiare la capacità delle reti energetiche per colpa dei data center. Per Terna, che deve perdere tempo a valutare progetti infondati. Per chi presenta progetti concreti, che deve aspettare magari un anno e più prima di vederli considerati da Terna. “Noi siamo assolutamente contro questo tipo di speculazione – sottolinea Gallo – e stiamo lavorando con Arera per limitarla. Innanzitutto, rendendo proporzionale ai MW richiesti qualsiasi domanda di allacciamento alla rete Terna. Poi, subordinando l'approvazione di una richiesta alla presentazione di progetti concreti, piani finanziari, studi di fattibilità”.
Il lavoro che IDA sta portando avanti per semplificare la vita dei data center operator, dialogando con gli enti locali e con il Governo, sarà molto utile in prospettiva: se oggi si guarda prevalentemente a cosa si sta facendo in poche aree chiave, Milano in primis, il futuro appare molto più vario e decentrato. Tanto che in IDA si sta creando una task force specifica dedicata al tema degli edge data center e dei data center regionali. “Realizzare data center regionali, dell’ordine anche del Megawatt, distribuiti lungo la dorsale del Paese, non è solo una opportunità di mercato ma una vera e propria necessità”, rimarca Gallo. La connettività broadband per connettere i futuri edge data center per fortuna non manca, come non mancano – ed è un elemento estremamente positivo – i siti in cui approdano importanti cavi sottomarini (come Genova, Carini, Bari, il Sud di Roma…) e che diventano aree di sicuro interesse per la realizzazione di nuove infrastrutture.
Insomma, a circa tre anni di vita la Italian Datacenter Association ha le spalle abbastanza larghe per affrontare questa fase di nuova crescita digitale e infrastrutturale del nostro Paese. C’è ancora molto da fare, chiaramente, ma ormai i canali di comunicazione e collaborazione con il Governo e le PA locali sono aperti. “In fondo – ricorda Michele Gallo – siamo pur sempre un'industria che nei prossimi tre anni metterà in campo qualcosa come 23 miliardi di euro di investimenti: è anche interesse della politica, delle istituzioni e delle agenzie governative dialogare con noi. Nessuno ci sta regalando niente ma c’è un sano confronto tra l'associazione e gli stakeholder istituzionali”.
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