Scopri i vincitori degli Italian Project Awards 2025
Non è solo un problema di scarsità dei fondi o distribuzione “a pioggia”. Un report di Teha indica 5 aree su cui concentrare le misure (tra cui AI e Quantum) e 6 azioni per trasformare gli incentivi in vere misure di politica industriale
Fonte: AI Gemini
Quanto sono efficaci gli incentivi pubblici alle imprese in Italia rispetto ai loro obiettivi di incoraggiare l’innovazione, aumentare la produttività, e migliorare la competitività? The European House Ambrosetti (d’ora in poi per brevità Teha) ha analizzato questo tema in un report rilasciato pochi giorni fa, in cui tra l’altro approfondisce quattro casi studio rappresentativi del sistema di incentivi italiano: Impresa 4.0, Fondo di Garanzia per le PMI, Transizione 4.0, e Transizione 5.0.
Il primo messaggio è che, come prevedibile, non è la quantità di fondi dedicati agli incentivi a determinarne l’efficacia, ma i modi in cui queste misure vengono progettate e attuate.
Negli ultimi 25 anni, spiega il report, lo Stato italiano ha erogato complessivamente 299 miliardi di euro di incentivi alle imprese, di cui 18,3 miliardi nel 2024. I principali beneficiari sono di solito le PMI, che nel 2024 hanno assorbito il 66% degli incentivi erogati dal Mimit. Dopo il forte incremento durante la pandemia, il peso degli incentivi in Italia si è gradualmente ridotto fino allo 0,8% del PIL, quasi in linea con la media europea dello 0,9%, ma inferiore a Francia e Germania, che nel 2024 hanno erogato rispettivamente l’1,2% e l’1% del PIL.
A parte l’entità delle risorse, poi, a livello aggregato di Unione Europea non emerge una correlazione positiva tra incentivi erogati e crescita della produttività. Questo risultato va interpretato con cautela (non tutti gli incentivi hanno un obiettivo diretto di aumento della produttività, e i dati disponibili restano limitati), ma mette in dubbio l’idea che basti aumentare le risorse per ottenere automaticamente maggiore crescita.
Il quadro cambia quando gli incentivi vengono concentrati su obiettivi industriali precisi. L’analisi dei programmi a sostegno della siderurgia in Germania, Francia e Spagna evidenzia secondo Teha una crescita media annua della produttività e del valore aggiunto intorno al 3% rispetto al caso base di assenza degli incentivi. Il punto, quindi, non è rinunciare allo strumento, ma aumentarne selettività e coerenza con una strategia industriale di lungo periodo.
Il sistema italiano si è invece sviluppato attraverso una progressiva stratificazione delle misure, e più del 50% è di natura trasversale e non selettiva. A ciò si aggiungono una limitata consultazione strutturata delle imprese, obiettivi e impatti non sempre misurabili, e un disallineamento tra durata degli incentivi e tempi degli investimenti industriali. Inoltre nel 2024 il 39% degli incentivi italiani è stato destinato a misure emergenziali e di stabilizzazione economica. In Germania e Francia, invece, l’allocazione è più concentrata su priorità industriali di lungo periodo, come energia, innovazione e trasformazione tecnologica.
Un altro punto critico per l’Italia è l’iter burocratico-amministrativo per accedere agli incentivi. I molti passaggi con Ministeri, Regioni, Enti locali, agenzie, certificatori, organismi tecnici e di controllo aumentano costi, tempi e incertezza per le imprese. Secondo la stima di Teha, la complessità nell’accesso agli incentivi può generare circa 3,9 miliardi di euro l’anno di costi indiretti per le imprese italiane. La stima assume prudenzialmente una sola domanda per impresa e il ricorso a consulenti esterni da parte del 65% delle imprese richiedenti, per un costo medio ponderato di circa 3.650 euro per ogni pratica.
La complessità amministrativa incide più in generale sulla capacità di investimento: in Italia realizzare un investimento pubblico richiede mediamente 4 anni e 10 mesi e, per un progetto di 5 milioni di euro, può arrivare fino a 11 anni. Secondo la European Investment Bank, il costo della regolamentazione incide mediamente per circa l’1,8% del fatturato delle imprese e raggiunge il 2,5% per le PMI.
L’Italia insomma presenta un sistema di incentivi poco focalizzato, orientato all’impatto immediato, e burocraticamente complesso, che rischia di premiare non i progetti con il più alto potenziale di creazione di valore, ma le imprese più attrezzate per intercettare le agevolazioni.
Altri Paesi europei, spiega Teha, hanno approcci ben diversi, basati su pochi strumenti, stabili, semplici e digitali, inseriti in una strategia industriale di lungo periodo. La Francia, ad esempio, concentra gli interventi sulle priorità del piano France 2030 e dispone di strumenti consolidati come il Crédit d’Impôt Recherche. La Germania integra incentivi e semplificazione amministrativa attraverso misure fiscali e programmi pluriennali. I Paesi Bassi combinano incentivi stabili alla R&S e all’innovazione con un portale unico e una forte centralizzazione dell’accesso alle misure.
Oggi quindi per l’Italia l’obiettivo non è spendere di più, ma spendere meglio. Gli incentivi alle imprese devono diventare una leva di politica industriale capace di ridurre il gap tecnologico e di investimento rispetto ai leader globali. A partire da questo, il report propone sei direttrici di intervento:
1. Definire una strategia nazionale degli incentivi attraverso una revisione radicale delle misure esistenti, concentrando le risorse su poche priorità industriali e tecnologiche (ne parliamo più avanti)
2. Introdurre un protocollo standard per ogni incentivo, definendo fin dall’avvio obiettivi, beneficiari, KPI, impatti attesi, addizionalità, durata e responsabilità
3. Garantire una stabilità minima di cinque anni per ogni misura, con regole complete al lancio, finestre predeterminate per le revisioni e stop alle modifiche retroattive
4. Nominare presso il Ministero competente un Incentive Manager con responsabilità end-to-end sulla singola misura e sul coordinamento degli attori coinvolti
5. Realizzare uno Sportello Unico Digitale interoperabile, applicando il principio once only (fornendo ogni dato una sola volta) e integrando fascicolo digitale d’impresa e banche dati pubbliche
6. Potenziare l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (Inapp), trasformandolo in un organismo indipendente per la valutazione ex post degli incentivi, con una relazione annuale obbligatoria al Parlamento.
Approfondendo il punto 1, la ricerca indica anche i cinque ambiti strategici sui quali concentrare gli incentivi alle imprese. Attraverso l’analisi di vari report internazionali e il contributo di 10.000 esperti, Teha ha mappato 65 tecnologie critiche, distillandone appunto cinque macrotrend decisivi per la competitività futura del Paese:
Energia e acqua: perché rafforzano la competitività industriale, riducendo la dipendenza dall’estero e il costo degli input produttivi
AI (intelligenza artificiale) e quantum computing: perché abilitano tecnologie trasversali capaci di accrescere produttività, innovazione e qualità dei processi decisionali
Robotica e sistemi autonomi: perché compensano la carenza di manodopera dei paesi in declino demografico, come l’Italia, e aumentano efficienza, qualità e sicurezza dei processi produttivi
Biotecnologie e materiali avanzati: perché abilitano innovazione e competenze nella salute, nell’industria e nella transizione ambientale
Difesa, spazio e sicurezza: perché rafforzano l’autonomia strategica e consolidano competenze industriali e tecnologiche distintive
Per quantificare il potenziale della strategia proposta, Teha ha costruito un modello che confronta per ciascun ambito gli investimenti italiani in ricerca e sviluppo (R&S) e in conto capitale (Capex) con quelli degli Stati Uniti, assunti come benchmark globale, tenendo conto della capacità degli incentivi pubblici di mobilitare investimenti privati addizionali.
Il risultato è che 72 miliardi di euro di incentivi nel decennio 2026-2035, pari a 7,2 miliardi l’anno, potrebbero attivare 109 miliardi di investimenti aggiuntivi in R&S e Capex. Considerando gli effetti diretti e indiretti sulle filiere e quelli catalizzati sul resto dell’economia, il modello stima – a parità di altre condizioni – una potenzialità di aumento del PIL fino a 219-234 miliardi di euro annuo, che corrispondono all’1% del PIL, a partire dal termine del ciclo degli investimenti attivati.
Esplora altri articoli su questi argomenti
Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi rimanere sempre informato