Strumento per chi attacca e per chi difende, ma anche sempre più bersaglio dei principali threat actor: è il segnale più forte del nuovo Threat Hunting Report di CrowdStrike
Che l'intelligenza artificiale sia, e non certo da oggi, il tema più caldo in ambito cybersecurity di certo non può sorprendere. Ma la conferma di questo che viene dal Threat Hunting Report di CrowdStrike edizione 2026 è molto netta: l'AI è già oggi sia uno strumento offensivo, sia un mezzo di difesa, sia un bersaglio privilegiato per threat actor e cybercrime. Tutto, insomma, oggi sembra ruotare intorno all'AI.
La predominanza attuale del tema AI non deriva dall'hype generalizzata sull'argomento. CrowdStrike spiega che oggi threat actor e cyber criminali cercano di conquistare un accesso profondo e persistente nelle infrastrutture delle imprese bersaglio, sempre più prendendo di mira i partner della supply chain - "fisica" e del software - e i dipendenti. L'AI aiuta a fare proprio questo, ed a farlo in modi sempre più efficaci e veloci.
L'AI "di frontiera", in sostanza, aiuta chi attacca a trasformare immediatamente la scoperta di una nuova vulnerabilità in un exploit pronto da sfruttare. E li aiuta anche ad avere la massima visibilità possibile su tutta la superficie d'attacco di una impresa - identità, cloud, SaaS, endpoint e via elencando - in modo da sferrare attacchi che arrivano in profondità prima ancora che i difensori riescano a capire cosa sta succedendo e poi a reagire.
Fonte: CrowdStrike
Adam Meyers, senior vice president della divisione Counter Adversary Operations di CrowdStrike, presenta qualche numero che dà meglio le dimensioni del fenomeno: il volume di attività "ostile" abilitata dell'AI è aumentato dell'89% in un anno, gli alert generati da agenti AI sono due volte e mezzo quelli generati da attaccanti umani vecchio stile, davanti a una tastiera. Tutto questo in uno scenario in cui i threat actor "riconosciuti" aumentano di numero (sono una decina circa in più quest'anno, per un totale di oltre 290) e collaborano sempre meglio (ci sono oltre 150 cluster di "malicious activity" censiti).
Il problema è che threat actor e cybercrime sono perfetti utenti dell'AI: la usano per fare di tutto, tra l'altro abbassando le barriere d'ingresso per i nuovi criminali. Si va dalla scrittura di codice e script alla generazione di contenuti per attività di phishing e vishing. Il gruppo nordcoreano Famous Chollima, per fare un esempio significativo, ha generato con l'AI intere aziende fittizie complete di siti web generati con IA, account GitHub e infrastrutture email, funzionali a operazioni di insider threat.
Altro tema caldo: l'AI è anche un bersaglio degli attaccanti più evoluti. Da un lato le imprese stanno aumentando l'utilizzo dei servizi in cloud di AI - soprattutto generativa - e questi non sono sempre protetti adeguatamente. In questo ambito CrowdStrike mette in evidenza il fenomeno del cosiddetto LLMjacking: i criminali sottraggono credenziali aziendali per accedere alle API degli LLM, spesso allo scopo di rivenderne l'utilizzo o di fare "cost harvesting" (aumentare il consumo di token per generare danni economici).
Dall'altro lato, le imprese stanno incrementando molto l'utilizzo di componenti software per l'AI, "aprendo" così le loro supply chain software verso nuovi repository, pacchetti e componenti in generale che possono essere compromessi e diventare una involontaria porta di accesso per malintenzionati. Non a caso, per CrowdStrike la compromissione della supply chain AI è già al secondo posto tra le tecniche di accesso iniziale più diffuse, subito dopo l'uso di credenziali valide. Una evoluzione che riguarda sia i threat actor state-sponsored, sia il cybercrime.

Le aziende vedono questa evoluzione delle tecniche e delle tattiche degli attaccanti condensata soprattutto in un elemento: tutto è diventato estremamente più veloce ed è sempre più difficile starci dietro. "È finita l'era dei 30 giorni di patching window, ora si tratta di un giorno o meno", spiega Meyers. Sempre per fare un esempio, una volta che è pubblico il codice Proof-of-Concept che sfrutta una nuova vulnerabilità, questo viene sfruttato quasi sempre (nell'88% dei casi, per la precisione) entro 48 ore dalla pubblicazione del PoC stesso.
E di PoC ne vedremo sempre di più, perché l'AI (sempre lei) aiuta a rilevare sempre più vulnerabilità e sempre più in fretta. Il che è un bene, ma ad ogni CVE in più corrisponde un potenziale sfruttamento in più, e i threat actor più capaci si sono dimostrati in grado di lanciare attacchi anche entro 24 ore dalla divulgazione di una CVE.
In questo scenario di forte evoluzione cyber, può "consolare" (in senso molto lato) che alcuni elementi non stiano cambiando. In particolare, gli obiettivi principali degli attaccanti restano le piattaforme di identity management e quelle SaaS/cloud, perché sono sempre tra le colonne portanti dei processi aziendali. Le forme di attacco per compromettere gli account cambiano, ma le aziende sanno che è qui che devono concentrare buona parte dei loro sforzi di difesa.
Non è cambiata nemmeno l'importanza della visibilità. Gli attacchi di maggiore impatto sfruttano sempre i gap tra i domini, gli strumenti e i team di sicurezza, piuttosto che le vulnerabilità di un singolo punto di attacco potenziale. Gli attaccanti sono bravi a muoversi tra domini diversi (endpoint, cloud, SaaS, supply chain software...) e a coordinare azioni di attacco articolate su questi stessi domini. Le aziende devono riuscire a fare altrettanto per le loro azioni di prevenzione e difesa. E sì, anche sfruttando l'inevitabile AI.
Esplora altri articoli su questi argomenti
Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi rimanere sempre informato