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Vent'anni di open source: a che punto siamo

Il termine open source venne creato all'inizio del 1998, da allora la strada fatta dalle piattaforme "free software" è stata difficile ma piena di soddisfazioni. Non ovunque, però.

Francesco Pignatelli

In questo febbraio 2018 l'open source compie vent'anni. È un compleanno un po' simbolico, perché il concetto di free software nasce prima di vent'anni fa. È il termine open source in sé a compiere vent'anni, perché lo si collega alla ufficializzazione della Open Source Definition e quindi alla nascita della Open Source Initiative (OSI). A seconda dei punti di vista l'open source dovrebbe "festeggiare" nella data in cui il termine venne proposto (3 febbraio) o in quella in cui venne accettato (5 febbraio).

Ma la data in sé conta poco. Andrebbe bene anche fine febbraio, perché alla fine del febbraio 1998 venne costituita la OSI. O si potrebbe considerare come "debutto" dell'open source verso il grande pubblico il rilascio di Netscape Communicator come free software. Oppure ancora la prima pubblicazione (era maggio 1997) di La cattedrale e il bazaar di Eric Raymond, il saggio-simbolo dello sviluppo libero.

La sostanza in sé non cambia: il concetto di open source e di sviluppo collaborativo è entrato nell'immaginario collettivo circa vent'anni fa e da allora a oggi ha fatto grandi passi. Anche se in realtà chi ha seguito il mondo software in questi due decenni sa bene che è stato un cammino arduo e con successi inaspettati.

codice zoom sviluppo

Nella visione degli utenti aziendali l'open source sussiste da molto meno tempo dei vent'anni che festeggia. Linux a parte, per le aziende non c'è stato nulla di diverso dal software proprietario sino a qualche anno fa. Oggi invece la maggioranza delle imprese usa un qualche prodotto open source e, cosa anche più importante, basa su di esso le sue iniziative più importanti di trasformazione digitale.

È tutto lo stack dell'IT enterprise che si è rivoluzionato, in un tempo oltretutto relativamente breve. Le componenti fondamentali (infrastruttura, data mangement, applicazioni, sicurezza, sviluppo...) oggi sono prevalentemente affidate a prodotti open source o creati da nuove aziende che usano come componenti fondamentali i derivati di progetti open source. E questo è intrinsecamente vero per quasi tutti i servizi legati al cloud.

Su questa base molte aziende hanno sempre più ripreso in mano le redini dello sviluppo anche materiale dei loro servizi, senza aspettare i tempi e i modi dello sviluppo delle grandi software house. Che sono di certo affidabili, ma spesso anche percepite come troppo lente ora che nuovi prodotti e servizi devono arrivare sul mercato in tempi molto brevi.

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Al di là delle piattaforme specifiche (Linux, Docker, Kubernetes, Hadoop e compagnia) e degli approcci (microservizi, container, serverless computing...) stiamo assistendo a una fase di drastica evoluzione di come l'IT enterprise viene "assemblata" e consumata. Una evoluzione che anche solo dieci anni fa sarebbe sembrata quasi impossibile. E l'open source in azienda era quasi un'eresia.

L'open source non ha invece fatto veri passi avanti nel mondo degli utenti "normali". È vero che gran parte della nostra vita digitale nemmeno esisterebbe senza l'open source che "muove" i servizi cloud, social network in primis, ma questo non viene percepito. E restano in pochissimi a cercare esplicitamente prodotti open source per la propria vita digitale.

Può cambiare questo scenario? Al momento non sembrerebbe. In campo consumer le esigenze sono diverse da quelle in campo aziendale e comprendono elementi (usabilità, appeal grafico, perché no un certo effetto cool...) che per molto tempo la community open source ha sottovalutato. Essere "free" - nel senso di libero, molto più che di gratuito - in certi ambiti è di per sé un valore aggiunto sufficiente. Ma per l'utente consumer non basta.
Pubblicato il: 06/02/2018

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