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La nuova generazione cloud-only

Una recente indagine condotta da Suse rivela l'emergere di una nuova generazione di aziende che si ispira a una logica cloud-only

Secondo l’indagine commissionata da Suse a Insight Avenue - condotta su un campione di di 1.400 responsabili IT di 20 Paesi diversi e di aziende con oltre 250 dipendenti - nei prossimi mesi si prevede una crescita nell’adozione di tutte le tre tipologie di ambienti: ibridi (lo pensa il 66 per cento degli intervistati), privati (55 per cento) e pubblici (36 per cento).

I motivi che spingono le imprese a puntare sull’off-premise sono ormai noti: riduzione dei costi (60 per cento del campione, 65 per cento in Italia), maggiore produttività (59 per cento, 53 per cento), consolidamento dei data center (58 per cento, 50 per cento) e miglioramento dell'innovazione e dell'agilità di business complessive (57 per cento, 60 per cento nel nostro Paese). s

La novità che porta all'attenzione la ricerca è però l'emergere di un nuovo fenomeno: "Stiamo assistendo a un vero proprio salto evolutivo", affermano gli autori della ricerca. "Non più (o almeno non solo) strategie cloud-first, perché all’orizzonte si intravedono già i primi approcci cloud-only".

I modelli privati e ibridi vengono preferiti per i carichi di lavoro critici, con l’89 per cento degli intervistati che afferma di voler passare dallo sviluppo condotto in cloud pubblici alla produzione in propri ambienti privati.Fra le tendenze delineate dall’indagine se ne possono citare quattro, che non rappresentano una novità all’interno dell’It ma piuttosto un consolidamento. Innanzitutto, la diffusione sempre più costante delle infrastrutture definite dal software, che per il 95 per cento del campione rappresentano il futuro del data center. In secondo luogo, l’approccio DevOps, ritenuto fondamentale dall’86 per cento dei decisori e che viene abilitato proprio dall’infrastruttura software-defined di cui sopra.

La terza tendenza è rappresentata dall’adozione dei container, una tecnologia sempre più diffusa nelle aziende. Il 27 per cento delle imprese, infatti, la utilizza già oggi e un ulteriore 44 per cento intende seguire questa strada nel prossimo anno. I container vengono visti come un elemento necessario anche in ambito DevOps, perché aiutano le organizzazioni ad allocare meglio le risorse, a velocizzare lo sviluppo delle applicazioni e ad aumentare l’affidabilità e la portabilità in cloud.

“Il cambiamento maggiore in atto oggi è rappresentato dalla cannibalizzazione dell’hardware da parte del software, le nuove infrastrutture sono come organismi viventi e non vengono più viste come silos verticali immutabili per anni”, spiega Gianni Sambiasi, country manager di Suse Italia. “Ne è un esempio l’infrastruttura definita dal software. Un altro elemento rilevante è il software open source, considerato a ragione il motore della trasformazione digitale”.  

L’approccio difficile a Openstack e la situazione italianaInfine, il quarto trend riguarda Openstack. Il “sistema operativo” per la nuvola è utilizzato dal 23 per cento delle società coinvolte dall’indagine: un dato sensibilmente inferiore in Italia, in quanto nel nostro Paese l’adozione della piattaforma si ferma al 14 per cento, con un ulteriore 38 per cento di realtà attualmente in fase di test. Per le nostre imprese, i vantaggi di Openstack sono costi ridotti (62 per cento), flessibilità (54 per cento) e agilità (50 per cento).L’implementazione di questo insieme di tecnologie open source si sta rendendo sempre più necessaria a causa dello spostamento di workload verso cloud privati e ibridi.

Ma la crescente popolarità di Openstack non è obbligatoriamente accompagnata dalla facilità d’uso. A livello globale, infatti, l’82 per cento del campione afferma che l’integrazione del software aperto è difficile e in Italia il 38 per cento delle organizzazioni opterebbe per una distribuzione commerciale. Il 61 per cento “sogna” invece che i componenti della piattaforma possano scaricarsi e installarsi in autonomia.La complessità della gestione di Openstack si accompagna, più in generale, al tema della mancanza di competenze.

Due terzi dei responsabili It italiani è preoccupato per la carenza di talenti sul mercato che sappiano aiutare le aziende nel passaggio sulla nuvola, mentre il 69 per cento avverte chiaramente la carenza di competenze all'interno della propria organizzazione. Si tratta comunque di valori inferiori alla media globale.Gli intervistati considerano inoltre abbastanza importante riuscire a sviluppare esperienze attraverso una gamma di aree dal cloud privato (97 per cento), pubblico (94 per cento) e ibrido (94 per cento) fino all’intelligenza artificiale e gli analytics.

Di elevata importanza anche l’approccio DevOps (90 per cento), Openstack (87 per cento) e i container (86 per cento).Guardando al prossimo futuro, va sottolineato come l’86 per cento delle imprese della Penisola consideri il DevOps parte integrante della propria strategia It e, in modo coerente, l’82 per cento preveda di modificare i propri processo in ottica agile. Inoltre, il 21 per cento delle realtà del nostro Paese possiede workload di produzione all'interno di container (la media globale è il 27 per cento), mentre il 46 per cento prevede di farlo nel prossimo anno, spinta dai vantaggi che questa tecnologia può procurare.Senza dimenticare però le sfide implementative, tra cui la gestione dello storage (citata dal 45 per cento dei decisori), la sicurezza (43 per cento) e la necessità di competenze specialistiche (43 per cento).
Pubblicato il: 20/12/2017

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