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Il paradosso della sovranità dei dati

Tra luoghi comuni e implicazioni strategiche, se il 2025 è stato l’anno in cui tutti hanno parlato di sovranità dei dati, il 2026 potrebbe essere l’anno in cui inizieremo davvero a costruirla

L'opinione

Il dizionario Oxford non prevede una categoria dedicata alla tecnologia B2B per la “parola dell’anno”, ma se esistesse si potrebbe sostenere, con buone argomentazioni, che il termine del 2025 sia stato sovranità. Nel settore tecnologico, spesso trascorriamo interi anni a discutere e pianificare trasformazioni rilevanti prima che queste si traducano in cambiamenti concreti sul mercato. In quest’ottica, se il 2025 è stato l’anno in cui tutti hanno parlato di sovranità dei dati, il 2026 potrebbe essere l’anno in cui inizieremo davvero a costruirla.

Secondo IDC, i cosiddetti cambiamenti infrastrutturali - che comprendono la sovranità dei dati e la crittografia - rappresentano le principali preoccupazioni in materia di sicurezza e privacy per il prossimo anno, superando persino il ransomware. Una tendenza confermata anche da un sondaggio di Veeam, secondo cui tre quarti dei decision maker IT considerano la sovranità un tema prioritario per il 2026.

Nonostante questa crescente attenzione, troppe organizzazioni - e molti dirigenti - continuano a fraintendere cosa significhi realmente sovranità dei dati. Queste incomprensioni, o veri e propri miti, hanno conseguenze concrete: se la sovranità è destinata a diventare un pilastro della strategia tecnologica nel 2026, comprenderne a fondo il significato è un passaggio imprescindibile.


L'inganno della localizzazione

La sovranità dei dati viene spesso impostata in modo errato fin dall’inizio. Molte organizzazioni confondono il controllo sui dati con il luogo in cui questi risiedono, concentrandosi sulla data residency invece che su chi possiede e governa effettivamente l’infrastruttura che li ospita. In altre parole: residenza fisica dei dati non significa sovranità dei dati.

Archiviare i dati entro confini nazionali o regionali può offrire vantaggi in termini di conformità normativa e riduzione del rischio, ma non garantisce automaticamente controllo sugli accessi, governance o esposizione dei dati. Proprietà e giurisdizione possono essere persino più determinanti della collocazione fisica. Ad esempio, dati conservati in un data center locale ma gestiti da un hyperscaler straniero possono comunque essere soggetti alle leggi del Paese di origine del provider, indipendentemente da dove si trovino i server. Il rischio? Una falsa percezione di sovranità. Pianificare strategie basate solo sulla localizzazione fisica rischia di lasciare le organizzazioni esposte a fattori esterni che si ritenevano mitigati.

Questo non significa che tutte le organizzazioni sbaglino approccio, né che la sovranità debba tradursi in una sorta di fortezza digitale. Non è un concetto binario: esistono diversi livelli, e ogni organizzazione deve scegliere il proprio in base alle esigenze strategiche. Ma, come per qualsiasi decisione di questo tipo, è impossibile prendere la scelta giusta senza comprendere appieno le opzioni disponibili.

Un isolamento totale non è né realistico né desiderabile. Richiederebbe la completa nazionalizzazione dei dati e l’abbandono degli ecosistemi cloud globali, un approccio fuori passo con il mondo digitale odierno. In un’economia sempre più interconnessa, le organizzazioni continuano a fare affidamento su piattaforme globali per soddisfare le aspettative, scalare i servizi e restare competitive. L’obiettivo non è l’isolamento, ma l’autonomia: mantenere controllo e resilienza all’interno di un ecosistema globale, senza esserne dipendenti in modo cieco.

In sintesi, la sovranità non è un luogo in cui spostare i dati: è qualcosa che va costruito, governato e scelto consapevolmente.


Pianificare l’intero ciclo di vita del dato

Un aspetto fondamentale che molte organizzazioni trascurano è che la sovranità dei dati non riguarda solo dove vengono archiviati i dati, ma l’intero ciclo di vita delle informazioni. Spesso viene dimenticata anche nella pianificazione della resilienza: il controllo deve partire dal momento della creazione dei dati e accompagnarli fino alla loro eliminazione, adattando nel tempo le modalità con cui questo controllo viene esercitato.

Ogni fase del ciclo di vita introduce rischi specifici: ingestione, elaborazione, condivisione e analisi dei dati attraversano sistemi, fornitori e giurisdizioni diverse. Per questo la governance deve essere continua e adattiva, non limitata al momento dell’archiviazione.

L’elaborazione rappresenta la fase più delicata: anche dati conservati localmente possono essere “eseguiti” al di fuori del perimetro sovrano. Non si tratta necessariamente di un problema, ma è fondamentale che le organizzazioni ne siano consapevoli e pianifichino deliberate scelte strategiche, anziché lasciare al caso il controllo.

Lo stesso vale per backup e disaster recovery. Pur essendo fondamentali per la resilienza, possono rappresentare un punto debole per la sovranità se replicati o gestiti senza rispettare gli stessi requisiti legali e giurisdizionali dei dati primari. La conservazione senza uno scopo chiaro aumenta rischi, costi e complessità, un problema che diventerà sempre più rilevante con la crescita dei dati e l’espansione dell’intelligenza artificiale.

Allo stesso tempo, la cancellazione dei dati deve essere controllata: rispettare la normativa e verificare la distruzione completa è essenziale per chiudere il ciclo della sovranità.


Una questione di scelte

La sovranità dei dati, così come la resilienza dei dati o una strategia di cloud ibrido, è un esercizio di equilibrio. Il punto in cui questo equilibrio si colloca dipende da ogni singola organizzazione. Esiste un compromesso tra controllo, costi e capacità, e ogni azienda deve decidere dove posizionarsi.

Il massimo livello di controllo è possibile, ma ha un prezzo. Una soluzione completamente sovrana, gestita localmente, offre le più solide garanzie dal punto di vista legale e operativo, ma comporta costi significativamente più elevati. Inoltre, privilegiare il controllo può limitare le capacità. Allontanarsi dai grandi hyperscaler globali, ad esempio, significa rinunciare a soluzioni scalabili facilmente disponibili, così come a piattaforme di sicurezza avanzate e a fonti di threat intelligence globale. Questo crea una asimmetria del rischio: si può essere pienamente conformi a livello locale, ma diventare più esposti alle minacce se si opera in isolamento, senza accesso agli strumenti e alle informazioni più evolute.

È quindi una scelta che va compiuta consapevolmente. Ma è fondamentale che venga presa disponendo di tutti gli elementi necessari e tenendo conto delle caratteristiche specifiche e delle priorità della propria organizzazione. Spesso, non si tratta di decidere se adottare o meno la sovranità dei dati, bensì di stabilire quanta sovranità sia realmente necessaria. Occorre individuare dove la sovranità contribuisce in modo concreto a ridurre il rischio e dove, al contrario, potrebbe introdurne di nuovi in modo involontario.

In definitiva, la sovranità dei dati non consiste nel tracciare confini rigidi, ma nel compiere scelte deliberate, da rivedere nel tempo man mano che l’equilibrio tra esigenze, rischi e opportunità evolve.

Andre Troskie è Emea Field CISO di Veeam

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