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Digital Decade 2030: l'Europa è indietro

La UE e i suoi Stati membri non stanno rispettando le scadenze di sviluppo digitale che si erano dati. Il rischio ora è sforare ampiamente la scadenza del "decennio digitale".

Trasformazione Digitale

Con molto - forse troppo - ottimismo l'Unione Europea aveva definito il periodo 2021-2030 come la Digital Decade: il "decennio digitale" in cui varie iniziative comunitarie e, in sinergia, quelle dei singoli Paesi membri avrebbero portato il Vecchio Continente a raggiungere una serie di obiettivi legati alla digitalizzazione della società e dell'economia. Obiettivi con il cui raggiungimento però non siamo affatto in linea, a quanto pare.

A indicarlo è il report State of the Digital Decade edizione 2024, che sintetizza quanto le iniziative di digitalizzazione della UE e degli Stati membri abbiano effettivamente portato risultati concreti e misurabili. E indica anche in quali delle aree di sviluppo più importanti ci stiamo allontanando da un percorso di crescita ideale, tale cioè da raggiungere gli obiettivi prefissati per il 2030.

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Il messaggio di sintesi del report 2024 è: non ci siamo, e c'è almeno un po' da preoccuparsi. Per la maggior parte degli obiettivi prefissati, lo stato attuale delle cose è tale che la scadenza del 2030 non potrà mai essere rispettata. Anzi, per alcuni degli obiettivi - e nemmeno i più ambiziosi - potrebbero volerci ben oltre dieci altri anni, estrapolando gli indicatori a fine 2023.

Lo stato a fine 2023 dei KPI chiave della Digital Decade: pochi sono sotto la linea ideale dei 7 anni al loro raggiungimento

Tutto questo nonostante - indica chiaramente la UE - negli ultimi cinque anni l'Unione abbia promulgato normative considerate di riferimento per vari settori digitali, come ad esempio l'AI Act, e abbia attivato programmi di finanziamento più o meno mirati (il meccanismo dei PNRR, i fondi Coesione, il programma Horizon Europe...) che hanno avuto ricadute importanti per lo sviluppo digitale e tecnologico in generale.

Il report non è un'accusa agli Stati membri - non potrebbe esserlo, nemmeno volendo - ma ci manca poco. È abbastanza evidente che la UE considera insufficienti e poco coordinati gli sforzi che le nazioni europee mettono in campo dopo il primo "impulso" comunitario. "Ciò evidenzia la necessità di sforzi più significativi da parte degli Stati membri per garantire il controllo dell'UE sul suo futuro", indica testualmente il rapporto.

Indicatori negativi

L'elenco degli obiettivi intermedi non raggiunti è, in effetti, piuttosto sconfortante. Basta partire da un dato di sintesi comunitaria: il commercio intra-UE di servizi digitali rappresenta solo l'8% del PIL, in confronto al 25% circa del commercio di beni analogici. Segno che non esiste quasi un mercato digitale europeo per le aziende europee. Se ci fosse, queste ultime potrebbero crescere e anche competere meglio sul mercato globale.

Anche lato infrastrutture non siamo messi come ci si aspettava. Solo il 64% delle abitazioni europee è connessa ad Internet in fibra ottica, le connessioni Gigabit raggiungono solo il 18,5% delle case, la copertura wireless in 5G solo la metà del territorio UE. L'adozione di tecnologie come il cloud, gli analytics e l'AI da parte delle imprese è bassa, le PMI restano sempre indietro in un percorso ideale di digitalizzazione, l'ecosistema delle startup innovative è sempre più piccolo del dovuto, soprattutto perché mancano capitali privati che le facciano crescere.

Una delle principali sfide affrontate nella digitalizzazione europea è la limitata diffusione delle tecnologie digitali al di là delle grandi città, il che porta un "digital divide" per le imprese, soprattutto le PMI. Solo nei grandi centri si trovano sia investimenti, sia capitale umano, sia infrastrutture digitali: i tre fattori che sono nella pratica indispensabili per l'innovazione tecnologica.

Non ci sono proprio notizie positive? Sì, ma bisogna un po' accontentarsi. L'industria europea dei semiconduttori è piccola ma è definita "resiliente", nel senso che nel 2023 è calata ma meno del mercato globale. La UE dovrebbe poi riuscire ad avere il suo primo "quantum accelerated" supercomputer entro quest'anno, e la crescita dei servizi di eID è tutto sommato soddisfacente, anche se non omogenea.

Volendo sintetizzare le analisi del report in pochi numeri chiave, ne basta uno ed è uno zero bello tondo: dei 18 KPI fondamentali della Digital Decade, nessuno è in linea con gli obiettivi. Ben 5 sono molto lontani dagli obiettivi prefissati (si tratta nello specifico di formazione degli specialisti ICT, copertura effettiva delle reti in fibra ottica, uso del cloud, uso dell'AI, uso della data analytics) e altri tre (livello dei servizi digitali offerti ai cittadini e alle imprese, sviluppo dei servizi di eHealth) sono indietro ma non da "allarme rosso".

Cosa si può fare, a questo punto? La UE lancia il suo allarme ma dà anche le sue raccomandazioni sulla strada da seguire per tornare adeguatamente in carreggiata. Prima indicazione: serve più coordinamento tra Stati e UE - ma anche all'interno dei singoli Stati - per l'implementazione efficace delle normative comunitarie legate al digitale. In particolare, le burocrazie nazionali sono spesso un freno esagerato ed inutile all'innovazione.

Le singole nazioni dovrebbero poi aumentare la propria competitività internazionale, obiettivo che richiede un sensibile aumento degli investimenti privati in innovazione e tecnologie del digitale. In questo senso vanno favoriti i meccanismi di trasferimento tecnologico, anche attraverso una collaborazione più stretta tra realtà locali ed organismi europei (come accade in molti progetti di tipo IPCEI).

Altri due punti messi in evidenza dal report riguardano da un lato le sinora poco sfruttate sinergie e complementarietà tra Trasformazione Digitale e Transizione Verde (l'una potrebbe stimplare l'altra, secondo la UE) e, dall'altro, la condivisione di best practice tra i vari Stati membri UE.

Il quadro dell'Italia

Rispetto alla media UE fotografata dal report, l'Italia nel suo specifico mostra punti di maggiore forza e di debolezza. Il report spiega che nel 2023 l'Italia ha compiuto progressi nell'ambito dell'e-government, in particolare nello sviluppo della Sanità digitale e dei principali servizi pubblici digitali per le imprese. Nonostante alcuni progressi, però, permangono sfide particolarmente importanti per quanto riguarda le competenze digitali, mentre le imprese italiane sono in ritardo nell'adozione di tecnologie avanzate come l'AI. Nell'ultimo anno, tuttavia, l'Italia ha continuato a progredire nella diffusione delle reti gigabit.

Il progresso dell'Italia digitale a fine 2023

Più in dettaglio, l'Italia si colloca al di sopra della media UE per quanto riguarda l'accesso alle cartelle cliniche elettroniche (82,7 su 100 contro una media UE di 79,1 su 100), che sono state introdotte in tutte le Regioni e hanno registrato un forte progresso nel 2023 (+15,9%). Nonostante la copertura della fibra ottica FTTP e delle reti fisse ultrabroadband (VHCN) sia inferiore alla media UE (59,6%, contro una media UE rispettivamente del 64% e del 78,8%), l'Italia "continua a compiere buoni progressi in questi indicatori".

Sull'altro piatto della bilancia c'è che solo il 5% delle imprese italiane utilizza l'AI, al di sotto della media UE (8%) e con una dinamica limitata. Inoltre, la scalabilità delle imprese in Italia rimane difficile, a causa di un ecosistema generalmente debole e di investimenti limitati in capitale di rischio. Nel 2023, l'Italia registra solo 7 startup-unicorni: meno del 3% di tutti gli unicorni dell'UE.

Resta poi sullo sfondo uno skill gap complessivo che frena qualsiasi evoluzione. Solo il 45,8% delle persone in Italia possiede almeno le competenze digitali di base, con lacune in tutte le fasce d'età. Questo dato è ben al di sotto della media UE del 55,6% e - dato anche più preoccupanto - la percentuale non è cambiata poi granché negli ultimi anni.

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