Cosa significa DAO, Decentralized Autonomous Organization, la nuova organizzazione aziendale

Cosa significa DAO, Decentralized Autonomous Organization e perché se ne (ri)parla

Tecnologie

Si è parlato di DAO, Decentralized Autonomous Organization a Sphere22 ad Helsinki, la prima “uscita ufficiale” di WithSecure, già nota come F-Secure, a seguito della scissione tra le soluzioni rivolte al consumer e quelle B2B.

Per il keynote di apertura è stato scelto Mike Walsh, futurologo che da qualche anno divulga i benefici del DAO, l’acronimo di Decentralized Autonomous Organization. Della nuova filosofia aziendale si parla (timidamente) da un bel po’ prima dell’emergenza sanitaria, e la si applica, con alterne fortune. Nell’aprile 2016 fu lanciato The DAO, un progetto per l’investimento diretto aperto ai venture capitalist basato, appunto, sul concetto di Decentralized Autonomous Organization. La campagna di crowdfunding collegata si ricorderà per essere stata una di quelle che ha racimolato più soldi, mentre The DAO, basato su blockchain e con tanto di criptovaluta, si ricorderà per essere stata violata pochi mesi dopo e per 50 milioni di dollari evaporati in minuti.

Dell’esperimento di The DAO rimane comunque un approccio nuovo alla gestione del business aziendale su cui i futurologi come Mike Walsh continuano a promuovere, certi che questa sia la strada giusta – e forse necessaria – per l’azienda del futuro. Un assist al DAO l’ha fornito certamente la pandemia e tutto ciò che è stato messo in discussione in termini di decentralità del luogo di lavoro e, di conseguenza, di tutta l’organizzazione aziendale.

Dalle piattaforme alla DAO il passo è breve

C’è da chiarire subito che Decentralized Autonomous Organization non significa (solo) smart working, architetture IT distribuite o processi collaborativi come si potrebbe evincere dal nome. Semplicemente, questi fenomeni si inseriscono perfettamente all’interno del paradigma DAO, che è qualcosa di più.

Chi propone DAO critica l’organizzazione aziendale tradizionale: centralizzata e gerarchica con sistemi e processi imposti dall’alto. Una struttura che si dimostra lenta, farraginosa, complessa e che frena creatività e innovazione. Se, inoltre, abbracciamo la visione per cui ogni azienda moderna è a ben vedere un’azienda di tecnologia, o addirittura “una software house” come predice Walsh, sarebbe chiaro il passaggio verso una Decentralized Autonomous Organization, grazie proprio alla tecnologia.

Oggi abbiamo a disposizione hardware a basso costo – di cui grazie al cloud non dovremmo preoccuparci -, reti globali, enormi quantità di dati generati e integrabili tra loro, algoritmi di automazione e machine learning (Intelligenza Artificiale), e tecnologie per una più profonda interazione uomo-macchina o per la realizzazione di ambienti “ibridi” in cui il virtuale simula e interagisce con il reale (Metaverso). E poi, abbiamo le piattaforme e abbiamo la blockchain e gli smart contract.

Le piattaforme (Facebook, Netflix, Amazon, Uber ecc.) sfruttano totalmente le nuove tecnologie a disposizione, e hanno come caratteristiche distintive le prime due lettere di DAO: decentralizzazione e autonomia. Decentralizzazione significa eliminare la centralizzazione: le decisioni di business, l’introduzione di nuovi servizi e la loro personalizzazione non dipendono da scelte superiori e, spesso, lontane dalla realtà, ma si basano sull’utilizzo della piattaforma da parte degli utenti. Grazie alla tecnologia, al software, agli algoritmi di machine learning, la piattaforma evolve autonomamente, senza intermediazioni decisionali che possono solo rallentarla.

L’organizzazione, intesa come i dipendenti, ascolta gli utenti grazie agli input che provengono, in fondo, da codice applicativo. È il software che fornisce dati elaborati e informazioni, è l’uomo che vigila che valida le modifiche al servizio magari proposte direttamente dal codice, è l’uomo che rilascia le “nuove versioni” del servizio. Un’interazione uomo-macchina evoluta in cui l’uomo controlla, gestisce e, in ultima analisi, prende le decisioni. Tutta l’organizzazione è in osservazione costante, sempre grazie al software, anche delle attività dei fornitori del servizio, che possono esserlo di contenuti (come nel caso di YouTube, di Medium, di Spotify), o di prodotto (Amazon, Airbnb e Uber, per esempio).

Il concetto di piattaforma, in definitiva, semplifica, velocizza e rende lineare e diretta la relazione tra produttore, fornitore e cliente. Con l’utilizzo di una piattaforma, si crea un ecosistema orizzontale che genera innovazione, e fatturato per chi ne ha il controllo.

Da qui si evince facilmente che un altro elemento distintivo di una piattaforma è la collaborazione. Elemento improvvisamente tornato in forte tendenza a seguito dell’emergenza sanitaria. Grande spolvero per la collaborazione a distanza tra i dipendenti, grazie a servizi applicativi che sono progettati per favorire un’interazione tra pari (peer-to-peer) senza gerarchie e centralità, e che fanno ampio uso delle nuove tecnologie. In particolare, tecnologie di rete, di protezione e algoritmi di machine learning e per la gestione autonoma delle piattaforme applicative.


E quindi, cosa è questo DAO?

Il DAO, Decentralized Autonomous Organization, è un paradigma che attinge a piene mani dalla diffusione di principi di parità nell’interazione orizzontale fornitore-azienda-cliente, eliminando tutte le possibili intermediazioni.

In un prossimo futuro, se un’azienda, in qualsiasi campo, si renderà conto che al suo interno si produce tecnologia, si sviluppa codice, magari senza saperlo, allora potrebbe essere pronta per il DAO.

In parole semplici si tratta di far gestire tutte le attività organizzative di un’azienda a una… piattaforma applicativa basata su blockchain. La blockchain, sicura by design, è il modello perfetto per gestire transizioni, commerciali ma non solo, protette, certificate, trasparenti e non sottostanti a criteri gerarchici.

È abbastanza chiaro comprendere come una piattaforma blockchain possa garantire transazioni commerciali sicure, veloci, dirette, validate e trasparenti. Il vantaggio dell'uso della blockchain in una transazione commerciale è anche di permettere di aggiungere valore alla transazione stessa. L’accordo commerciale è gestito tramite uno smart contract, e al suo ciclo di vita potrebbe essere associata una quotazione economica, un token, il cui valore varia nel tempo. In un certo senso, ci si perdoni le semplificazioni, l’evoluzione del progetto potrebbe essere “messa in vendita” e chi si fida dell’azienda e del progetto, investendo in criptovalute, potrebbe guadagnarci. Esattamente come si fa nel crowdfunding.

Meno chiaro è comprendere cosa c’entri la blockchain con l’organizzazione del workflow aziendale. Si può assegnare un valore economico a un progetto sviluppato internamente, gestito totalmente all’interno di un ledger? Forse. E, secondo questa visione, prende concretamente più forma il concetto di produttività. DAO, in definitiva, dimentica la centralizzazione delle decisioni, le gerarchie e la geolocalizzazione e promuove la condivisione orizzontale di progetti, attività e contenuti, all’interno di una piattaforma, costruita con codice applicativo, sicura e strutturata. La criticità maggiore, oltre alle rimostranze dei manager che sentirebbero evaporare potere e controllo? È proprio la vulnerabilità del codice applicativo.

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