Il nearshoring, grande opportunità per le PMI europee

Le vicissitudini degli ultimi due anni hanno confermato la crisi della globalizzazione. È prevista un’accelerazione del nearshoring e dell’onshoring, con grandi vantaggi su occupazione e indotto, a patto che si sappia cogliere l’occasione.

Trasformazione Digitale

È la fine della globalizzazione. L’ultimo che l’ha dichiarato non è l’ultimo arrivato, visto che si tratta di Larry Fink, Ceo di BlackRock, colosso mondiale della gestione patrimoniale. Il conflitto tra Russia e Ucraina ha solo fatto emergere ciò che si percepiva già da un po’. Quando una pandemia azzoppa la logistica, quando una guerra mette a rischio le forniture di materie prime, quando la decentralizzazione della produzione improvvisamente non conviene più, allora è il caso di ripensare seriamente a certe scelte e richiamare l’amico imprenditore che, già da anni, ha fatto rientrare la produzione in Europa (reshoring), per chiedergli come va il business. Potrebbe rispondere “non tornerei mai indietro”.

In una lettera agli investitori, Larry Fink ha invitato a “spingere le aziende e i governi di tutto il mondo a rivalutare le proprie dipendenze e ad analizzare nuovamente l’impatto di produzione e assemblaggio”. Questo alla luce delle conseguenze della guerra, che è solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Restringendo il campo alla tecnologia, che oggi gioca un ruolo da protagonista indiscusso in ogni mercato, in un paio di anni abbiamo sofferto la mancanza dei prodotti per le difficoltà di approvvigionamento delle componenti delle fabbriche cinesi, a cui si aggiunge il problema odierno delle materie prime, il palladio e il neon, di cui, rispettivamente, Russia e Ucraina sono i principali produttori al mondo.A corollario di ciò la crisi diffusa e prolungata della supply chain: l’aumento dei prezzi di trasporto e i ritardi nelle consegne. E, infine, l’impatto sulla produzione degli aumenti del costo dell’energia e un leggero livellamento generale verso l’alto del costo del lavoro. Da qualche anno, chi ha spostato la produzione dalla Cina alla Romania, per esempio, a conti fatti risparmia sulla logistica quel (poco) di più che perde pagando salari più alti. Infine, c’è la questione della sostenibilità ambientale: ridurre le distanze nei trasporti sarà un ulteriore motivazione per spingere l’onshoring e il nearshoring.

D’altronde, già l’Eurofound ERM annual report 2016: Globalisation slowdown? Recent evidence of offshoring and reshoring in Europe parlava del declino dell’offshoring e del rallentamento del fenomeno della globalizzazione, a favore di una accelerata del reshoring. E un rapporto di McKinsey conferma e giustifica ulteriormente il trend. Il McKinsey Global Institute stima nel 25% il volume dei flussi globali di approvvigionamento e merci che potrebbero essere potenzialmente trasferiti in nuovi Paesi nei prossimi cinque anni. Un valore economico stimato di circa 4,6 migliaia di miliardi all'anno.

Il nearshoring di Intel, tra gli altri

Insomma, il modello di produzione distribuito e decentralizzato in cui un prodotto finito è il risultato dell’assemblaggio di componenti provenienti da diverse parti del mondo, sta dimostrando tutti i propri limiti. In particolare, non è un modello resiliente, capace di adattarsi e reagire a improvvise mutazioni ambientali, come una pandemia o una guerra. Un esempio ulteriore? La crisi dell’automotive che, nella migliore delle ipotesi, si traduce in un ritardo di un paio di anni nelle consegne. Un ritardo dovuto alla dipendenza dai cablaggi prodotti in Ucraina di tutte le case automobilistiche mondiali.

Tornando alla tecnologia, i primi, forti, segnali di una riflessione sull’opportunità di nearshoring, offshoring e onshoring arrivano dall’estero. Intel ha annunciato recentemente un piano di investimenti complessivo da 80 miliardi di euro nell’Unione Europea nei prossimi dieci anni. 17 miliardi vanno in Germania, per finanziare due fab a Magdeburgo, altri 12 vanno in Irlanda e 4,5 miliardi di euro sarebbero destinati all’Italia. L’obiettivo è di realizzare una fabbrica per la cosiddetta seconda fase di produzione dei chip. Ovvero quella in cui si ritaglia il wafer di silicio per giungere al prodotto finito, il processore. L’investimento porterebbe alla creazione di 1.500 posti di lavoro a cui si aggiungerebbero altri 3.500 posti tra fornitori e partner.

Dunque, Intel non promette solo nuovi posti di lavoro ma garantisce nuova linfa anche a tutta l’economia che può “girare intorno” al prodotto finito: quello che viene definito “indotto”. Intel non è la prima, e si spera non sia l’ultima, big tech a investire in Europa. E, in verità, i primi segnali di nearshoring si sono avuti ancor prima dell’emergenza sanitaria, quando i maggiori produttori di elettrodomestici hanno fatto due conti su quanto spendevano per trasportare una lavatrice finita dall’Asia all’Europa.

Va da sé che in Europa ci si può aspettare un investimento su centri di produzione e assemblaggio dell’ultimo miglio e per prodotti destinati al mercato europeo, altrimenti tutti gli eventuali vantaggi si perderebbero nei limiti della logistica. Un possibile rientro della produzione tecnologica in Europa, inoltre, fa seguito a un trend, anche lui ormai di vecchia data, che ha visto nascere grandi poli di sviluppo software soprattutto nei Paesi dell’Est e nelle ex repubbliche sovietiche.

E il nearshoring degli hyperscaler

Il modello offshoring è in crisi nera, insomma, a favore di onshoring e nearshoring. Ovvero di una esternalizzazione di servizi e produzione circoscritta geograficamente. Nel primo caso un’esternalizzazione nello stesso Paese in cui ha sede l’azienda, nel secondo in due Paesi all’interno dello stesso Continente. E diverse analisi sostengono che l’accelerata del nearshoring è appena iniziata. In fondo, a pensarci bene, anche gli investimenti degli hyperscaler in cloud region e data center è un esempio di nearshoring con un impatto positivo sui posti di lavoro e sul business generato dall’indotto. In questo caso, la svolta è obbligata da due motivazioni principali.

Prima di tutto c’è la latenza. Ormai, di fronte a volumi di dati dell’ordine di grandezza del petabyte non si può più affermare che su Internet le distanze non contano. Una chiamata di un’applicazione a un server cloud ha un tempo di latenza, che dipende inevitabilmente dal percorso fisico che quella chiamata farà. Ebbene, determinati sistemi mission critical non possono scendere a patti con la latenza. Così servono data center locali, e questo è uno dei motivi per cui l’Edge Cloud sta salendo agli onori delle cronache. Poi c’è anche una questione “politica”. La data sovereignty richiesta dalla Comunità Europea obbligherà gli hyperscaler a garantire che i dati relativi a cittadini e aziende europee transitino su strutture gelocalizzate in Europa.

In definitiva, su prospetta uno scenario di opportunità per il mercato della tecnologia italiano, in particolare per aziende locali di piccolo e medio livello. Diverse realtà che potranno costruire un indotto nuovo a supporto dei big a cui si potrebbero aggiungere partner It disposti a investire in data center e strutture locali. A questa opportunità si potrebbe aggiungere, fin da subito, la possibilità di rosicchiare un po’ di terreno ai territori delle ex repubbliche sovietiche e dell’Europa dell’Est nell’ambito dello sviluppo software.

Ma servono incentivi, che il Governo in parte sta provando ad attuare, e soprattutto competenze specifiche di alta specializzazione. E il ritardo dell’adeguamento dei piani di studio e delle metodologie delle università italiane viene compensato da (troppe) iniziative private. Infine, importante sottolineare che, se non supervisionata a livello centrale, l’opportunità del boom del nearshoring potrebbe portare a una lotta fratricida interna, che rallenterebbe il raggiungimento dei risultati e la crescita dell’economia in zona euro.

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