Capgemini, la pandemia Covid-19 allarga il digital divide

L’emergenza sanitaria evidenzia le differenze tra la popolazione online e quella offline, svela una ricerca: i settori pubblico e privato sono chiamati ad adoperarsi per cambiare le cose

Trasformazione Digitale Mercato e Lavoro
Una recentissima ricerca del Capgemini Research Institute non lascia spazio a dubbi: è necessario colmare il digital divide tra la popolazione online e quella offline, che si è ampliato con l’avvento della pandemia Covid-19. Il report non manca anche di sottolineare che la lotta all'esclusione digitale è una responsabilità sia delle organizzazioni pubbliche sia di quelle private, che devono collaborare per assicurarsi che l'accesso ai servizi essenziali venga garantito anche alle persone che sono ai margini a livello digitale. 

La ricerca, intitolata "The Great Digital Divide: Why bringing the digitally excluded online should be a global priority” e condotta tra dicembre 2019 e febbraio 2020 su oltre 5.000 persone, ha evidenziato che già prima della pandemia il 69% delle persone senza accesso online viveva in povertà e che il 48% della popolazione offline desiderava avere accesso a internet: entrambi questi trend si sono intensificati a causa degli eventi a livello globale delle ultime settimane. 

Il report sottolinea che anche senza la pandemia globale il digital divide è legato a tre fattori: età, reddito ed esperienza. Quasi il 40% della popolazione offline che vive in condizioni di povertà non ha mai utilizzato internet per via del costo proibitivo, e la fascia d'età con la più alta percentuale di componenti offline nel campione è quella tra i 18 e i 36 anni (43%). Complessità d'uso di internet (65%) e “mancanza di interesse” legata a una sensazione di paura (65%) sono state citate anche da alcuni segmenti della popolazione offline. Queste ragioni fanno sì che le persone non siano in grado di accedere ai servizi pubblici, come informazioni sanitarie essenziali,dato che i governi fanno sempre più affidamento su risorse online. 

I risultati della ricerca, condotta poco prima della diffusione della pandemia, risultano ancora più pertinenti alla luce del contesto attuale, con la crescente dipendenza dai servizi digitali, fattore che accentua quella che era già una situazione molto difficile per la popolazione offline. Infatti, tra le principali evidenze del report è emerso che essere offline porta all'esclusione sociale e ostacola l'accesso ai servizi pubblici, oltre a limitare la mobilità professionale.

Non solo: il digital divide non riguarda solo l'accesso, ma anche il miglioramento delle competenze e l'apprendimento per chi è online. Secondo gli intervistati, il miglioramento delle competenze digitali può tradursi in un incremento dell’istruzione e in maggiori possibilità di trovare un lavoro ben retribuito (40%), offrire ai figli maggiori opportunità (34%), non avere difficoltà a pagare le bollette (33%) e ottenere benefici pubblici che attualmente non hanno (32%).

Il report di Capgemini sottolinea infine come la responsabilità dell'inclusione digitale e dell'accesso a Internet non possa ricadere su un unico gruppo. Le aziende private devono riflettere sul loro ruolo nel mondo di oggi, sempre più responsabili non solo nei confronti degli stakeholder, ma anche verso clienti, dipendenti e comunità. Nel frattempo, governi e settore pubblico devono svolgere un ruolo di primo piano nel consentire l’accesso a internet e la sua disponibilità, soprattutto per le comunità emarginate.

Il Covid-19 avrà probabilmente un impatto duraturo sull'accesso ai servizi pubblici e sull'atteggiamento nei confronti di opportunità come il lavoro da remoto, quindi le aziende che lavorano per superare il digital divide e creare un cambiamento di lungo periodo e non una soluzione temporanea hanno una responsabilità a livello collettivo. Sulla scia di questa pandemia, ci aspettiamo che il digital divide venga colmato”, ha sottolineato Alessandra Miata, HR Director e CSR Head di Capgemini Business Unit Italy.
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