Il Centro Studi di Confindustria ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per l'Italia: il Pil dovrebbe fermarsi all'1% quest'anno e salire all'1,1% il prossimo e all'1,3% nel 2012. Gli strumenti messi in campo sono "insufficienti".
"L'Italia delude". Questa l'amara sentenza del Centro Studi di Confindustria, che ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il nostro paese. "La frenata estiva e autunnale – afferma l'istituto - è stata decisamente più netta dell'atteso e il 2010 si chiude con produzione industriale e Pil quasi stagnanti''. Secondo i dati forniti, la crescita del Pil si fermerà all'1% nel 2010 (rivisto dall'1,2%) e all'1,1% nel 2011 (dall'1,3%), arrivando all'1,3% nel 2012. A preoccupare è anche l'occupazione: dal primo trimestre 2008 al terzo trimestre 2010 il numero degli occupati in Italia è diminuito di 540mila unità, senza contare le ore di Cig che hanno un impatto pari a 480mila unità di lavoro. Secondo il Centro Studi il numero delle persone occupate continuerà a diminuire nel 2011, con un calo atteso dello 0,4%. Il tasso di disoccupazione toccherà il 9% nel quarto trimestre 2011, e "inizierà a scendere molto gradualmente nel corso del 2012". Riguardo al bilancio pubblico, pur "scontando l'efficacia piena delle manovre del Governo, il disavanzo e il debito risulteranno più elevati a causa della minor crescita, come anche indicato dalla Commissione europea". Il deficit corrisponderà al 5,1% del Pil nel 2010, al 4,2% nel 2011 e al 3,2% nel 2012. Il debito arriverà al 120,3% del Pil l'anno prossimo, per poi scendere al 119,8% in quello seguente. Il recupero della crescita del Pil si dimostra secondo il Centro Studi "indeciso e lentissimo: +1,5% finora'': ''non si ritornerà sui valori prerecessivi che nella primavera del 2015. Per riagguantare entro la fine del 2020 il livello del trend, peraltro modesto, registrato tra 2000 e 2007, l'Italia dovrebbe procedere d'ora in poi ad almeno il 2% annuo''. Per raggiungere questo obiettivo "gli strumenti messi in campo appaiono insufficienti. Aumenta il conto delle riforme mancate o incomplete o inadeguate rispetto a quanto realizzato dai partner-concorrenti come la Germania''.
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