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Al centro dell’evento di Milano i risultati di un’indagine europea da cui emerge che software ridondanti, dati dispersi e processi poco integrati frenano l’efficienza, che oggi passa sempre più dalla connessione tra strumenti e processi
Fonte: Foto Edoardo Bellocchi
Edizione 2026 per il Factorial Summit a Milano, in un denso pomeriggio di metà ottobre ricco di contenuti e di esperienze concrete di clienti e partner, tra cui Microsoft e Tim. È subito entrato nel vivo Nicola Laganà, VP Marketing di Factorial, che ha esordito ripercorrendo brevemente le tappe dell’azienda: nata in Spagna dieci anni fa come piattaforma software dedicata alle risorse umane, Factorial sta ampliando la propria proposta per rispondere alle nuove esigenze delle imprese, puntando sull’intelligenza artificiale come strumento per collegare dati, processi e applicazioni aziendali. Oggi Factorial, che ha raggiunto lo status di unicorno nel 2022 ed è valutata circa 2,5 miliardi di dollari, collocandosi come una delle scale up europee di maggior valore, aiuta oltre 17.000 aziende in più di 90 Paesi a ottimizzare i propri processi e a prendere decisioni migliori.
La premessa di fondo è che la diffusione dell’intelligenza artificiale sta trasformando il lavoro individuale, ma senza tradursi automaticamente in una maggiore produttività delle aziende: a frenarla sono soprattutto la frammentazione dei software, la dispersione delle informazioni e la scarsa integrazione tra i dipartimenti. Per questo, l’adozione dell’AI non garantisce, da sola, un aumento della produttività complessiva, come è chiaramente emerso dai risultati di una ricerca europea dedicata all’impatto dell’AI sulle organizzazioni e sulle modalità di lavoro presentata nel dettaglio durante il Factorial Summit 2026.
Il primo dato che spicca dal Factorial Business Facts Index 2026, frutto di una ricerca compiuta l’estate scorsa su 3.760 business leader e decision maker in cinque Paesi europei tra cui l’Italia, è che otto leader aziendali italiani su dieci ritengono che l’intelligenza artificiale cambierà radicalmente il modo di lavorare entro il prossimo anno. Un segnale che, secondo Factorial, conferma come la trasformazione sia già in corso e riguardi direttamente il tessuto imprenditoriale italiano.
Ma se l’AI consente alle persone di svolgere più rapidamente numerose attività, il beneficio non si traduce necessariamente in un miglioramento delle prestazioni dell’intera organizzazione, in quanto “la produttività è un risultato organizzativo, non individuale”, ha evidenziato Nicola Laganà, sottolineando che quando ogni dipendente utilizza strumenti differenti e i dipartimenti continuano a operare su sistemi separati, i vantaggi rischiano di rimanere confinati alla dimensione individuale, anche per effetto della disconnessione che caratterizza molte aziende: dipendenti più efficienti grazie all’AI, ma processi ancora frammentati e informazioni difficili da reperire.
Fonte: Foto Edoardo Bellocchi
Tra i principali ostacoli individuati da Factorial c’è proprio la proliferazione degli strumenti digitali: le aziende hanno adottato negli anni numerose applicazioni per gestire funzioni specifiche, ma non sempre hanno investito nella loro integrazione, col risultato è che i dipendenti continuano a perdere tempo per recuperare informazioni già presenti all’interno dell’organizzazione, contattando altri colleghi o passando da una piattaforma all’altra. E questa frammentazione degli strumenti ha più di un risvolto economico: in Italia il 44,3% delle aziende paga almeno due software che svolgono sostanzialmente la stessa funzione, mentre il 63,8% dei manager sostiene che il continuo passaggio tra applicazioni penalizza il lavoro strategico.
Non solo: cercare informazioni custodite da un altro dipartimento, riconciliare dati discordanti, ripetere attività già svolte altrove: che si tratti di chiudere il mese per la funzione finanziaria, gestire gli acquisti e i dispositivi IT o pianificare i turni del personale, la disconnessione ha un costo economico misurabile. Per un'azienda italiana di 1.000 dipendenti Factorial stima in 343.731 euro l'anno il costo del tempo perso dai manager, mentre in un'organizzazione da 250 dipendenti la perdita raggiunge 85.933 euro l'anno. Non sorprende che il 76,7% dei leader italiani ritenga che la propria azienda funzionerebbe meglio con meno strumenti software, più centralizzati.
Di fronte a questa situazione, la risposta indicata dai manager non consiste nell’aggiungere ulteriori applicazioni: le aziende chiedono “meno strumenti ma meglio collegati”, come è emerso in particolare in Italia, Spagna e Portogallo. La sfida, quindi, non è soltanto introdurre nuove tecnologie, ma costruire un ambiente in cui quelle già presenti possano condividere dati e informazioni, riducendo le duplicazioni e semplificando i flussi di lavoro.
Fonte: Foto Edoardo Bellocchi
Dall’indagine è anche emerso che l'adozione dell'AI non coincide ancora con la sua integrazione nei processi: a livello europeo solo il 9,5% delle aziende dichiara che l'AI è pienamente integrata nella maggior parte dei processi, e solo il 18,5% dei leader afferma che almeno 6 dipendenti su 10 usano le capacità AI dei software aziendali per pianificare, analizzare dati, costruire report o decidere. Quando si chiede cosa aumenterebbe di più la fiducia negli agenti AI, al primo posto c'è l'integrazione nei software già in uso e ritenuti affidabili (23%), seguita dalla supervisione umana sulle decisioni importanti (22,3%).
Per Factorial, è proprio nel passaggio dall'adozione individuale all'integrazione organizzativa che si gioca la prossima fase dell'AI nelle imprese: “le persone sono il potenziale, la tecnologia è il moltiplicatore”, ha sintetizzato Nicola Laganà. L'obiettivo non è aggiungere nuovi strumenti, ma connettere persone, dati e processi, riducendo le attività ripetitive e la frammentazione e restituendo tempo alle attività in cui il contributo umano genera maggiore valore.
È proprio su questo aspetto che Factorial intende intervenire con Factorial One, descritto durante la presentazione come un agente di intelligenza artificiale personale progettato per automatizzare le attività ripetitive e collegare le informazioni aziendali, con l’obiettivo di consentire ai dipendenti di dedicare più tempo alle attività che richiedono valutazione, creatività e capacità relazionali, anziché alla ricerca di dati o alla gestione manuale di operazioni ricorrenti. Lo scopo è quello di utilizzare l’AI non per aggiungere un ulteriore livello di complessità, ma per valorizzare le competenze esistenti e migliorare il funzionamento dell’intera organizzazione.
Concludendo il suo keynote, Nicola Laganà ha ricordato che Factorial ha recentemente chiuso un round di finanziamento da 150 milioni di dollari: si tratta di risorse che saranno destinate a sostenere la crescita nei mercati considerati strategici, tra cui l’Italia, dove l’azienda intende rafforzare ulteriormente la propria presenza, anche alla luce delle opportunità di crescita previste.
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