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Nel 2022 52mila richieste per professionisti Ict in Italia

A Lecce workshop organizzato da Links, con istituzioni e aziende, sul futuro del digitale in Italia. Oltre il 30% della spesa pubblica in digitale è in mano dei primi 5 fornitori, in gran parte a capitale straniero, il 67% a 50.

Mercato e Lavoro

Come tutelare e valorizzare la filiera delle aziende italiane, attive nel settore della trasformazione digitale, strategico per il tessuto produttivo nazionale.

Questo il tema al centro del workshop, tenutosi lo scorso 25 settembre a Lecce, organizzato da Links Management and Technology, azienda di consulenza specializzata in digital business transformation e servizi IT per imprese, PA, banche e istituti finanziari.

Ai lavori, oltre a Paolo Perrone e a Giancarlo Negro, rispettivamente Presidente e CEO di Links, hanno preso parte anche il Ministro degli Affari europei, politiche di coesione e PNRR Raffaele Fitto, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione Tecnologica, Alessio Butti, l’Assessore allo Sviluppo Economico della Regione Puglia Alessandro Delli Noci, il Sindaco di Lecce Carlo Salvemini, oltre alle aziende, come Poste Italiane, con il Responsabile mercato imprese e PA, Guido Crozzoli, Leonardo, con il CDO Carlo Cavazzoni, e Banca Generali con il COO&Innovation Riccardo Renna.

Il 31% della spesa pubblica in digitale è concentrata nelle mani dei primi cinque operatori, in gran parte a capitale straniero, il 67% dei primi 50.

Alle aziende italiane vengono così affidati contratti di subfornitura, su attività marginali, con condizioni economiche più sfavorevoli dal 20% al 60%, con pagamenti ritardati di oltre 120 giorni.

Tutto questo rappresenta un limite alla loro crescita, agli investimenti in Ricerca e Sviluppo e all’attrattività di capitale umano.

Per questo, nell’ambito dell’evento, si è parlato con i relatori delle opportunità offerte dal PNRR, di ipotesi per nuovi modelli di procurement e delle sfide che imprese e istituzioni saranno chiamati ad affrontare per valorizzare le risorse a disposizione del Paese e tutelare le aziende italiane del settore.

Durante la mattinata il prof. Luca Gastaldi, Direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, ha illustrato lo stato di digitalizzazione del Paese.

La necessità di applicare nuovi strumenti e tecnologie che facilitino e rendano più efficienti le operazioni di business è oggi una consapevolezza diffusa nelle aziende di tutti i settori, e ha determinato un aumento dei fondi per la digitalizzazione, in particolare post-pandemia. Secondo i dati Assinform, il digitale vale il 4% del PIL nazionale, la spesa nel settore per il 2022 è stata pari a 78 miliardi di euro, con previsioni di crescita del 5% per il 2025.

Ciononostante, secondo il Digital Economy and Society Index del 2022, l’Italia è 18esima sui 27 Stati UE per digitalizzazione, salendo di due posizioni rispetto al 2021 ma comunque lontana da Paesi come Spagna, Germania e Francia.

Ci sono però anche segnali positivi nel settore privato, classificandoci in ottava posizione per digitalizzazione delle imprese grazie agli alti livelli di diffusione di cloud e fatturazione elettronica, con necessità di miglioramento su ecommerce e big data.

I dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano evidenziano anche come permanga un preoccupante divario tra Nord e Sud. Le dimensioni in cui l’Italia è in maggiore difficoltà sono anche quelle che presentano i divari regionali maggiori, a indicare che solo agendo sulle disuguaglianze interne e lavorando per stabilire condizioni di partenza che non premino grandi aziende a capitale straniero a scapito delle PMI l’Italia riuscirà a colmare il gap con gli altri Paesi.

Secondo il DESI inoltre permangono criticità nelle categorie PA – dove l’Italia è 19esima per digitalizzazione - e capitale umano, dove siamo 25esimi per diffusione delle competenze digitali: solo il 46% degli italiani tra i 16 e 74 anni le possiede, ma l’obiettivo è di arrivare al 70% entro il 2026. Il gap parte dalla formazione, infatti solo l’1,4% dei laureati è in ambito ITC, mentre la media europea è del 3,9%.

In questo scenario si inserisce la difficoltà da parte delle aziende – grandi e piccole – di attrarre talenti, risultato di un profondo mismatch tra domanda e offerta di competenze specializzate, oggi endemico delle professioni STEM.

Nel 2022 le richieste di professionisti ICT erano 52mila, a fronte di un’offerta di circa 5mila laureati in materie informatiche e un tempo medio di ricerca di circa 5 mesi.

Il fenomeno è ancor più accentuato in Puglia, viste le numerose aziende che offrono lavoro: si calcolano 2mila posti di lavoro ancora scoperti e oltre 15mila assunzioni entro il 2025. Una difficoltà elevata, visto che nell’ultimo anno i laureati magistrali in Puglia sono stati 100, quelli triennali 600 e i diplomati in ITS 200.

Per questo, per rilanciare un settore strategico che ha profondo impatto sull’innovazione e la competitività del Paese, è necessario innescare un nuovo corso di partecipazione cooperativa ed ecosistemica tra attori pubblici e privati, che dia nuovo focus a temi di rilevanza strategica come AI, blockchain, Internet Of Things.

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