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"10 principi per lasciare un segno"

La leadership secondo Gianni Anguilletti: esperienze sul campo e riflessioni per chi sceglie di fare la differenza – tra umanità nei rapporti e disciplina nell'esecuzione.

Primo principio: Sii Chiaro. Perché la chiarezza è una forma di rispetto

La chiarezza è il principio di leadership più sottovalutato: definire obiettivi con contesto, strategie comprensibili e aspettative esplicite trasforma un team da esecutore passivo a protagonista dei risultati.

Fonte: AI Gemini

C'è un principio che ho visto sistematicamente sottovalutato nel corso della mia carriera – eppure capace di fare una differenza immediata, tangibile, quasi sorprendente nella sua semplicità: la chiarezza.

Non la chiarezza formale, quella delle presentazioni ben costruite con obiettivi allineati ai pilastri strategici e acronimi spiegati a piè di pagina.

Mi riferisco a qualcosa di più concreto e più raro: quella condizione in cui una persona esce da una riunione, da una conversazione, da un incontro con il proprio responsabile sapendo esattamente cosa ci si aspetta da lei, perché quella cosa è importante e come si intende arrivarci.

Una condizione che, nella mia esperienza, è molto meno diffusa di quanto si pensi.

Nel mio percorso ho imparato a individuarne l'assenza quasi istantaneamente.

Il sintomo era chiaro: persone di talento che rendevano al di sotto del loro potenziale – non per mancanza di competenza o motivazione, ma perché navigavano in un contesto di ambiguità cronica.

Non sapevano cosa contasse davvero. Faticavano ad articolare la strategia che avrebbero dovuto eseguire. Spendevano energie preziose a interpretare le intenzioni di chi le guidava, invece di concentrarle sull'esecuzione.

George Bernard Shaw sintetizzava il problema con lucidità brutale: nella comunicazione, l’equivoco più grande è pensare che il messaggio sia arrivato davvero.

La chiarezza deve risolvere questo problema. E parte da una scelta – intenzionale, consapevole, che richiede preparazione e disciplina: rispondere senza ambiguità a tre domande fondamentali che ogni persona, in qualsiasi organizzazione, ha il diritto di vedersi rispondere con onestà.

Gli obiettivi: cosa dobbiamo raggiungere?

La maggior parte dei leader con esperienza conosce e applica il framework “SMART” per la definizione degli obiettivi: specifici, misurabili, raggiungibili, rilevanti, temporalmente definiti.

È un framework solido, che continuo ad utilizzare.

Ma nel corso degli anni ho maturato la convinzione che non sia sufficiente, perché un obiettivo può essere perfettamente costruito secondo questi criteri e lasciare comunque le persone che lo devono perseguire fredde, distaccate, esecutrici passive di qualcosa che sentono imposto dall'alto. E di conseguenza che non esprimono tutto il loro potenziale.

L'ingrediente mancante è il contesto.

Le persone si impegnano al meglio su finalità che comprendono appieno: perché questo numero, perché questa scadenza, perché questo traguardo conta per il business e per loro individualmente.

Senza questo contesto, anche l’obiettivo meglio formulato rischia di essere vissuto come una mera imposizione. E la risposta naturale a ciò che viene percepito come imposto è un’esecuzione formale, priva di quella passione che fa davvero la differenza.

C'è poi una domanda dei loro team che i leader tendono a sottovalutare, quasi temessero di ammetterne la legittimità: "cosa ci guadagniamo noi?" – il famoso “what’s in it for me?

Non è una domanda soltanto opportunistica, anche se sarebbe ingenuo ignorare anche questa componente. È una domanda profondamente umana, che ha a che fare con l’ambizione, con la crescita, con la reputazione, con l'opportunità di fare qualcosa che ha un impatto.

Quando le persone capiscono non solo cosa devono raggiungere, ma cosa significa raggiungerlo per loro e per il team, il rapporto con quell'obiettivo cambia natura. Da numero su una slide a missione condivisa, da perseguire con il massimo della dedizione.

 La strategia: come ci arriveremo?

Una strategia non deve essere uno slogan, una dichiarazione di intenti motivazionale, o una lista di aspirazioni presentata con una grafica accattivante.

È un insieme strutturato di scelte che risponde con precisione a domande concrete: cosa faremo, cosa non faremo, come ci differenzieremo, come impiegheremo le risorse, come anticiperemo le sfide prevedibili e, possibilmente, anche quelle che oggi non siamo in grado di anticipare.

Michael Porter, nel suo lavoro sulla strategia competitiva, ha formulato un concetto che molti leader trovano scomodo: una strategia si definisce tanto per ciò che esclude quanto per ciò che mira a realizzare (“the essence of strategy is choosing what not to do”).

Un'idea quasi paradossale, soprattutto per chi vuole essere considerato come ambizioso e positivo; ma è profondamente vera.

Una strategia senza esclusioni non è una strategia – è una lista della spesa.

Nella mia esperienza, una strategia efficace ha tre caratteristiche.

Si articola in un linguaggio semplice: se le persone hanno bisogno di un vocabolario per capirla, non è una strategia chiara – è un test lessicale.

Le migliori strategie che ho incontrato si riassumevano in poche frasi che anche qualcuno esterno al settore avrebbe potuto seguire. Questo non le rendeva semplicistiche; le rendeva più incisive. La comunicazione complicata spesso riflette un pensiero confuso più che una reale profondità.

Ha poi una logica riconoscibile: le persone devono riuscire a connettere i punti. Facciamo A perché porta a B, e B crea le condizioni per C. Quando quella catena di ragionamento è visibile, i team possono adattarsi con agilità a nuovi scenari – perché hanno capito la logica, non solo l'istruzione.

Ed è flessibile. Come osservava Eisenhower “i piani sono inutili, ma la pianificazione è indispensabile”. Il valore di un piano non sta nel documento che produce, ma nel processo di pensiero che lo genera: le iterazioni tra chi lo concepisce, la collaborazione tra chi dovrà eseguirlo, la comprensione condivisa di chi farà cosa e perché.

Ed è questo processo che ne rende possibile la sua evoluzione al mutare del contesto, senza che si perda la direzione di fondo.

 Le aspettative: come lavoreremo insieme?

Delle tre dimensioni della chiarezza, questa risulta molto spesso la più trascurata.

I leader sono in genere disposti a comunicare obiettivi e condividere una strategia. Ma le norme operative quotidiane – come comportarsi nelle fasi di implementazione, cosa è accettabile e cosa non lo è, come ci supportiamo e come ci consideriamo vicendevolmente responsabili – vengono generalmente lasciate alle assunzioni dei singoli.

E le assunzioni sono il nemico dell'allineamento.

Ho sentito una volta una metafora che mi porta ancora con me: pensa a te stesso come a un pilota di Formula 1. Lasceresti mai un ingegnere meccanico mettere le mani sul volante? E l'ingegnere vorrebbe mai che tu toccassi il motore?

Chiari confini di responsabilità sono l’elemento che elimina l’incertezza su dove finisce la propria responsabilità e dove inizia quella degli altri – con evidenti benefici sull’efficienza operativa.

In quest’ambito c'è però una dimensione che viene regolarmente dimenticata: la bidirezionalità.

Quando si comunicano le proprie aspettative, occorre evidenziare in cambio anche i propri impegni espliciti: le riunioni con i clienti che verranno seguiti e facilitati personalmente, i tempi entro i quali le escalation verranno gestite, il processo di feedback che verrà osservato, i momenti di allineamento che si organizzeranno.

La leadership non deve essere un monologo. Deve essere un contratto.

Ho imparato questa lezione anche a mie spese. Quando un leader esperto lasciò improvvisamente una delle mie organizzazioni, diedi per scontato che la maturità del team fosse sufficiente a gestire la transizione senza che io dovessi essere particolarmente esplicito su come volevo che le cose funzionassero nel frattempo.

Le persone riempirono quel vuoto ciascuna a modo suo; quello che era iniziato come un gap di leadership si trasformò rapidamente in una serie di conflitti interni.

Dovetti passare i mesi successivi a gestire attriti che avevo contribuito a creare, invece di concentrarmi sul business. Un errore tanto doloroso quanto formativo, che non ho ripetuto.

La chiarezza come forma di rispetto

Ho riflettuto a lungo su perché la chiarezza sia così spesso carente, in organizzazioni peraltro guidate da persone di grande talento.

Una possibile motivazione che trovo plausibile è questa: l'ambiguità, nel breve termine, può sembrare flessibilità.

Lasciare le cose leggermente vaghe dà l’impressione di lasciare spazio di manovra, evitare conflitti prematuri, non chiudere porte perché “non si sa mai”.

In realtà è solo confusione rinviata – che arriverà comunque, e di solito nel momento peggiore.

L'altra ragione è più sottile: essere chiari richiede preparazione; necessita di aver pensato davvero agli obiettivi prima di comunicarli, di aver costruito una strategia abbastanza solida da spiegarla in modo semplice, di aver riflettuto sulle modalità d’ingaggio anziché elaborarle in corso d’opera.

È un lavoro che si fa prima, non durante, e in contesti ad alta pressione quella preparazione è la prima cosa che si tende a sacrificare – nell’illusione che sia tutto scritto, e comprensibile – nella “corporate overview”.

Con il passare degli anni, sono arrivato a considerare la chiarezza come una delle forme più profonde di rispetto che un leader possa dimostrare.

Quando sei chiaro con le persone, implicitamente stai lanciando un messaggio importante: il tuo tempo conta. Il tuo impegno conta. Meriti di sapere verso cosa stai lavorando, perché è rilevante e come pensiamo di arrivarci.

Quel messaggio – anche quando gli obiettivi sono davvero ambiziosi e il percorso è incerto – costruisce fiducia e dedizione di grande solidità.

La chiarezza, in fondo, trasforma un obiettivo da numero su una slide in missione condivisa. Una strategia da documento aziendale in bussola collettiva.

E un'aspettativa da assunzione implicita in accordo esplicito su cui costruire il presente così come il futuro.

Nel prossimo appuntamento affronteremo il principio che sostiene la chiarezza nel tempo: la coerenza. Perché la chiarezza non si misura nel singolo momento, ma nella sua continuità: un leader che è chiaro il lunedì ma cambia direzione entro il giovedì, in realtà, non è affatto chiaro.

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Gianni Anguilletti

Gianni Anguilletti ha trascorso oltre trent'anni in ruoli di direzione gestionale e commerciale in multinazionali del settore dell'Information Technology, con responsabilità su mercati europei, mediorientali e dell'Asia Centrale. Nel corso della sua carriera ha guidato organizzazioni articolate, definito strategie di sviluppo commerciale e contribuito ai percorsi di trasformazione digitale di numerose aziende. Il suo profilo professionale è caratterizzato da una sintesi di disciplina operativa, visione strategica e attenzione allo sviluppo delle persone. Da quando si è ritirato dai ruoli esecutivi, dedica il proprio tempo ad attività di business coaching, advisory e mentoring – sia per startup sia per organizzazioni già strutturate. È autore di due lavori dedicati alla leadership e alle strategie di go-to-market: My Decalogue for Impact e The Execution Platform. È mentor ufficiale di I3P, l'incubatore del Politecnico di Torino.

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