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"10 principi per lasciare un segno"

La leadership secondo Gianni Anguilletti: esperienze sul campo e riflessioni per chi sceglie di fare la differenza – tra umanità nei rapporti e disciplina nell'esecuzione.

Leadership d’impatto: dove l'umanità incontra la disciplina

Quarant'anni di leadership IT sintetizzati in 10 principi dove umanità e disciplina si fondono. Un decalogo per leader che vogliono lasciare un impatto reale su persone, team e organizzazioni.

Fonte: AI Gemini

Quarant’anni in un settore in continuo cambiamento e iper-competitivo come quello dell’Information Technology, attraverso ruoli di crescente responsabilità, mi hanno lasciato non solo un patrimonio di esperienze profondamente formative, ma anche una prospettiva.

Una prospettiva che si è costruita intorno a una domanda che mi sono posto ripetutamente, talvolta individualmente – a volte in discussioni con altri compagni di viaggio: cosa distingue un leader davvero efficace, carismatico, stimato e solido da uno che, pur dotato di evidente talento, non riesce ad esprimere tutto il suo potenziale?

Non era una domanda retorica, ma una mirata a identificare le qualità alle quali potersi ispirare di coloro che, intenzionalmente, sceglievano di lasciare un segno.

Nei decenni in cui ho guidato organizzazioni in Italia e in diversi paesi europei, ho visto persone brillanti perdersi lungo il percorso, mentre altre costruire carriere straordinarie – e soprattutto team straordinari – grazie a qualcosa che all’inizio faticavo a mettere a fuoco, ma che con il tempo ho imparato a riconoscere con chiarezza: la capacità di fondere l’umanità nei rapporti con la disciplina nell’esecuzione.

Due forze che troppo spesso vengono considerate come alternative o divergenti – se non nella teoria, nella realtà dei fatti – quasi che il rigore escludesse il calore, o che l'attenzione alle persone fosse incompatibile con il raggiungimento dei risultati. Nella mia esperienza si è rivelato vero esattamente il contrario.

Da questa convinzione sono scaturite una serie di considerazioni basate su episodi concreti, su conversazioni con colleghi, clienti e partner, su momenti in cui qualcosa che mi aveva colpito –  magari inconsciamente – assumeva poi un contorno più nitido, più codificabile.

Il risultato è My Decalogue for Impact – Where Humanity Meets Discipline: dieci principi per chi sceglie di fare della propria leadership qualcosa che ha un impatto che va ben oltre una specifica missione aziendale.

La parola impatto nel titolo non è casuale.

Durante il mio percorso professionale ho sentito catalogare la leadership in molti modi diversi: trasformativa, situazionale, autentica, servente.

Tutte definizioni con una loro validità, ma che mi lasciavano sempre con le stesse domande: oltre ai risultati ottenuti, questo leader “costruisce” qualcosa - sviluppando organizzazioni più autoconsistenti, migliorando le persone intorno a lui e coltivando talenti che possono estendere il suo contributo?

L'impatto, in questo senso, non è meramente un indicatore di performance. È la misura di quanto una persona ha scelto di investire nel proprio ruolo, nelle proprie responsabilità, ma soprattutto nel futuro di chi lavora con lei.

 Due dimensioni, un solo leader

Il Decalogo è suddiviso in due parti che, a mio parere, costituiscono le due dimensioni fondamentali della leadership d’impatto.

La prima – che nel libro chiamo Behavioral Leadership – riguarda il modo in cui ci si relaziona: con le persone del proprio team, con i colleghi, con i clienti, con chiunque sia coinvolto nel percorso.

Cinque principi che definiscono il profilo umano di un leader.

La chiarezza – non come dote comunicativa, ma come scelta deliberata di non lasciare spazio all'ambiguità su aspettative, direzione e priorità.

La coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, che è la base di qualsiasi rapporto di fiducia duraturo: i team osservano i propri leader molto più attentamente di quanto si possa immaginare, e anche la più piccola incoerenza viene immediatamente percepita e amplificata.

L'equità nel gestire le persone e nel prendere decisioni; non significa trattare tutti allo stesso modo, ma applicare gli stessi criteri con onestà e senza favoritismi.

L'empatia come capacità autentica di ascoltare e comprendere il punto di vista altrui – non una forma di condiscendenza, ma uno strumento essenziale per chi deve prendere decisioni che impattano sulle persone.

E infine l'integrità – che non è un elemento da mettere nella vetrina dei valori aziendali, ma la correttezza da osservare a 360 gradi, nel business, nei rapporti così come nei comportamenti quotidiani.

La seconda parte – Operational Leadership – scende sul piano dell'esecuzione. Perché anche la leadership più autentica e umana possibile non produce impatto se non è accompagnata da rigore operativo. Cinque principi che definiscono il profilo professionale di chi guida con efficacia.

La capacità di elevare le priorità, cioè di fare scelte esplicite e coraggiose su ciò che fa davvero la differenza; senza focalizzazione tutto diventa ugualmente importante e nulla riesce a esprimere il proprio pieno potenziale.

L'uso rigoroso di dati e processi come strumenti di orientamento, non come formalità burocratiche: i dati non sostituiscono il giudizio, ma lo rendono più razionale.

La costruzione di un ritmo operativo – rappresentato da attività ricorrenti come analisi, revisioni, momenti di interazione – che trasformi le intenzioni in abitudini organizzative e impedisca che le priorità dichiarate svaniscano nel caos del quotidiano.

L’attenzione al processo di preparazione-pianificazione-previsione, per eliminare l’improvvisazione e creare le condizioni per un successo sostenibile e ripetibile.

E infine lo sviluppo delle persone – il principio che più di ogni altro determina se un leader lascia qualcosa di duraturo, o semplicemente un vuoto quando esce dalla stanza.

Queste due dimensioni non sono indipendenti, si alimentano e si sostengono a vicenda.

La chiarezza rende tutto spiegabile, la coerenza rende tutto credibile, l'equità rende tutto rispettabile, l'empatia rende tutto umano, l'integrità rende tutto affidabile.

E sul piano operativo: senza priorità, tutto diventa rumore. Senza dati, l'esperienza diventa opinione. Senza ritmo, le buone intenzioni restano sulla carta. Senza preparazione, il successo è pura casualità. E senza lo sviluppo delle persone, la leadership rimane un'impresa solitaria, sterile e, a lungo termine, fragile.

I lettori più attenti e preparati in materia avranno sicuramente notato l’assenza dai dieci principi di un elemento che regolarmente viene citato come una conditio sine qua non della leadership efficace: la visione.

Non è una svista. La visione non è intenzionalmente uno dei principi del Decalogo perché ne rappresenta la precondizione che dà loro direzione e significato. Come il cuore nel corpo umano: non definisce chi sei né come agisci, ma senza di esso nulla funziona davvero.

 Leadership come scelta, non come posizione

Ho raccolto queste riflessioni a beneficio di chi si confronta ogni giorno con la complessità di guidare persone e organizzazioni.

Non è una semplice collezione di buone pratiche che, per quanto valide, molto spesso non reggono l’urto con la realtà; proprio per questo ho cercato invece di razionalizzare cosa ho visto funzionare, cosa ho visto fallire, e perché – basandomi su cosa ho appreso in molti anni di militanza “sul campo”: le strategie non supportate da solidi principi comportamentali e da rigore nell’esecuzione difficilmente diventano realtà e restano dichiarazioni d’intenti.

Al tema hanno contribuito anche persone che stimo profondamente e che ne hanno letto la versione preliminare con occhio critico: manager ed executive con decenni di esperienza alle spalle, capaci di riconoscere quando qualcosa ha sostanza e quando è solo teoria ben confezionata.

Il loro riscontro – diretto, a tratti apertamente critico ma sempre costruttivo – ha dato maggior struttura e completezza alle mie osservazioni.

Fra questi, Jim Whitehurst – già CEO di Red Hat e Presidente di IBM – ha sollevato un punto particolarmente rilevante: i leader meno credibili sono quelli che cercano di comportarsi come qualcuno che non sono. L'autenticità, in altre parole, è la condizione che rende la leadership solida, nel tempo.

Detto questo, vorrei sottolineare che questi principi non appartengono solo al mondo del management o dell'impresa. Certo sono nati lì, dall'analisi di centinaia di situazioni in contesti complessi, altamente impegnativi e competitivi.

Ma la loro natura è fortemente umana e relazionale. Chiarezza, coerenza, equità, integrità, capacità di stabilire priorità e di sviluppare le persone intorno a noi: sono qualità che contano in qualsiasi contesto in cui ci si rapporta con altri, si debba ottenere un risultato condiviso, o si voglia crescere come professionisti. Il manager di una grande azienda e il giovane che muove i primi passi nella propria carriera si trovano, spesso, davanti a domande molto simili.

Per questo il Decalogo si rivolge sia a chi guida organizzazioni complesse da anni, sia a chi sta ancora costruendo il proprio percorso. La variabile critica, in entrambi i casi, non è il punto di partenza, quanto la volontà di voler tradurre le proprie qualità in impatto reale: sulla propria organizzazione, sulle persone intorno a noi, sui risultati che costruiamo nel tempo. Ed è esattamente lì che i dieci principi trovano il loro terreno.

Quello che verrà

Prossimamente verranno pubblicati dieci approfondimenti, uno per ciascun principio del Decalogo: cosa significa nella pratica, quali sono le criticità più comuni, e cosa cambia quando lo si applica con continuità. Non sarà un manuale di istruzioni; sarà piuttosto una conversazione: il racconto di esperienze sviluppate sul campo, con le contraddizioni e le sfumature che la complessità reale porta sempre con sé.

Il fine ultimo di questa serie è contribuire a sensibilizzare su una scelta: il mondo non ha bisogno di più leader semplicemente competenti.

Necessita di leader che scelgano di fare la differenza – per le persone che guidano, per le organizzazioni che servono, e per le comunità più ampie che quelle organizzazioni toccano.

Leader che vogliano esaltare il potenziale che vive dove l'umanità incontra la disciplina.

Spero che queste riflessioni possano aiutare a fare questa scelta.

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Gianni Anguilletti

Gianni Anguilletti ha trascorso oltre trent'anni in ruoli di direzione gestionale e commerciale in multinazionali del settore dell'Information Technology, con responsabilità su mercati europei, mediorientali e dell'Asia Centrale. Nel corso della sua carriera ha guidato organizzazioni articolate, definito strategie di sviluppo commerciale e contribuito ai percorsi di trasformazione digitale di numerose aziende. Il suo profilo professionale è caratterizzato da una sintesi di disciplina operativa, visione strategica e attenzione allo sviluppo delle persone. Da quando si è ritirato dai ruoli esecutivi, dedica il proprio tempo ad attività di business coaching, advisory e mentoring – sia per startup sia per organizzazioni già strutturate. È autore di due lavori dedicati alla leadership e alle strategie di go-to-market: My Decalogue for Impact e The Execution Platform. È mentor ufficiale di I3P, l'incubatore del Politecnico di Torino.

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