Un sondaggio europeo rivela che il 51,3% dei lavoratori da remoto in Italia resta operativo nonostante i sintomi, spesso per ragioni economiche o pressione aziendale.
L'avvento dello smart working ha trasformato radicalmente il concetto di "giorno di malattia", delineando in Italia uno scenario contraddittorio. Secondo una ricerca di iGaming.com condotta su 4.000 lavoratori in Europa, il nostro Paese detiene un primato singolare: il 20% degli intervistati dichiara di prendere più giorni di malattia rispetto al passato, il dato più alto tra i mercati analizzati. Tuttavia, parallelamente a questo incremento delle assenze ufficiali, emerge un fenomeno di segno opposto: il 51,3% dei dipendenti italiani lavora di più quando è malato da quando opera in modalità remota, con una punta del 22,8% che ammette di essere "molto più" attivo nonostante il malessere.
Questo "presenteismo digitale" vede la maggior parte dei lavoratori italiani (56,4%) restare saldamente alla scrivania anche con la febbre o altri sintomi, mentre il 20,3% sceglie di non staccare spostando l'ufficio direttamente nel proprio letto. Solo una minima parte, il 16,6%, decide di fermarsi completamente richiedendo una forma di congedo. Gli esperti suggeriscono che il calo o il cambiamento dei giorni di malattia non sia più un indicatore della salute pubblica, quanto piuttosto un segnale di mutamento dei comportamenti professionali in un contesto dove il confine tra casa e ufficio è ormai sfumato.
Una delle chiavi di lettura fondamentali di questo paradosso risiede nella struttura dell’indennità di malattia. In Italia, il sistema prevede tre giorni di "carenza" seguiti da una retribuzione che scende al 50% dal quarto giorno, una soglia economica che spinge molti a restare connessi per evitare decurtazioni salariali. Al contrario, in Germania, dove la retribuzione resta piena per sei settimane, la tendenza a lavorare da malati è sensibilmente inferiore. Il fattore economico agisce quindi come un potente incentivo a rimanere operativi anche in condizioni fisiche precarie.
Infine, non va sottovalutato il ruolo della tecnologia e della sorveglianza. Il 41,4% dei lavoratori italiani dichiara di essere monitorato dal proprio datore di lavoro e quasi il 30% ammette che tale controllo genera una pressione percepita costante. Questo clima di monitoraggio, unito alla flessibilità dello smart working, favorisce la cultura del restare "sempre connessi", trasformando il lavoro da remoto in una lama a doppio taglio: se da un lato offre autonomia, dall'altro rischia di erodere il diritto al riposo e alla guarigione.