L'Osservatorio HR del Politecnico di Milano fotografa un'adozione "dal basso" che fatica a diventare governance organizzativa.
L’intelligenza artificiale sta diventando una presenza quotidiana nelle aziende italiane, con il 44% dei lavoratori che dichiara di utilizzarla regolarmente, segnando un incremento di dodici punti percentuali rispetto allo scorso anno. I dati dell’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano evidenziano come questa tecnologia venga percepita quasi esclusivamente come uno strumento operativo standard per compiti ripetitivi o assistenza nella creazione di contenuti, piuttosto che come una leva strategica per innovare il business. Un dato emblematico riguarda la produttività: l’AI permette di guadagnare in media 30 minuti al giorno, ma solo il 9% delle organizzazioni riesce a gestire questo tempo in modo strutturato, lasciando che il risparmio si disperda in attività marginali anziché investirlo in formazione o nuovi progetti.
Questa adozione "spontanea" comporta anche rischi significativi per la sicurezza e la privacy, poiché oltre la metà dei dipendenti affianca alle soluzioni aziendali strumenti esterni non approvati. Mentre l'innovazione corre veloce, la maggior parte delle imprese non sta ancora investendo in nuovi modelli organizzativi: appena una su quattro ha iniziato a riprogettare i processi in ottica AI e solo il 20% ha visto un cambiamento concreto nel proprio modello di business. In questo scenario, la figura del manager attraversa una profonda crisi di identità. Un manager su cinque ammette di non conoscere le implicazioni etiche dell’AI e il 22% non sa quali attività delegare alla macchina e quali mantenere in capo all'uomo, rendendo l'evoluzione manageriale una delle sfide più urgenti per il prossimo futuro.
Sul fronte dell'occupazione, l'Italia mostra dinamiche peculiari rispetto agli Stati Uniti. Non si registrano aumenti della disoccupazione legati all'AI, ma si nota una crescita della domanda di profili entry-level, in controtendenza con il mercato americano dove i ruoli junior sono i primi a essere automatizzati. Nonostante ciò, il 49% delle imprese italiane dovrà riqualificare una parte significativa della propria forza lavoro nel breve periodo, ma pochissime dichiarano di avere le competenze interne per farlo. Il problema della carenza di talenti si intreccia con un calo generale del benessere e dell'engagement dei dipendenti, con solo il 15% dei lavoratori pienamente ingaggiato e una forte attenzione al "purpose" aziendale come leva per trattenere le nuove generazioni.
Non mancano però esempi di eccellenza che tracciano la strada della trasformazione. Durante l'edizione 2026 degli HR Innovation Award, il Gruppo Intesa Sanpaolo è stato premiato per l'integrazione di assistenti virtuali e analytics nella funzione HR, mentre La Piadineria ha innovato il recruiting con un agente AI su WhatsApp. Anche SEA e Quiris hanno ottenuto riconoscimenti per la gestione data-driven delle competenze e dei divari retributivi, mentre a SKY Italia è andato l'Impact Award per la personalizzazione dei servizi di welfare. Questi casi dimostrano che, quando l'intelligenza artificiale non è ridotta a mero strumento di efficienza dei costi ma viene usata per creare modelli di collaborazione simbiotica tra umano e macchina, è possibile trasformare radicalmente la qualità del lavoro e la competitività aziendale.