L'innovazione in Italia si fa, ma non si vede

L'Italia ha eccellenze nella ricerca e non manca di talenti, ma resta indietro sulle aziende innovative: l’analisi e le proposte del TEHA Club e InnoTech Hub

Autore: Redazione ImpresaCity

Il problema dell'Italia non è la capacità in sé di innovare, quanto piuttosto la capacità di trasferire l'innovazione "pura" al mercato. A riportare in evidenza quello che, in buona sostanza, è la vecchia (purtroppo) questione del trasferimento tecnologico in Italia è un nuovo studio - Le grandi tecnologie del futuro: nuovi paradigmi per economia, sicurezza e società. Verso una strategia di techshoring per l'Italia - di TEHA Club e InnoTech Hub.

Lo studio considera cinque macro-ambiti tecnologico-strategici (energia e acqua; AI e quantum; robotica e sistemi autonomi; biotecnologie e materiali avanzati; difesa, spazio e sicurezza) su cui ritiene indispensabile investire per la competitività̀ dell’Italia. E in quest'ottica arriva a definire una strategia di "techshoring", ossia una politica industriale "che allinei le catene del valore nazionali ai grandi trend tecnologici globali, attraendo capitali e competenze per fare dell’Italia un hub di innovazione".

Se guardiamo al posizionamento nell’ecosistema internazionale dell’innovazione industriale, l’Italia dispone di asset reali e riconosciuti: una base scientifica eccellente, infrastrutture di ricerca di rilievo internazionale, competenze industriali radicate in territori a forte vocazione produttiva", spiega Valerio De Molli, Managing Partner & CEO di The European House – Ambrosetti e TEHA Group.

Fonte: Teha

Ma a valle di tutto questo qualcosa a un certo punto si inceppa: il flusso che dovrebbe collegare ricerca, tecnologia e mercato si interrompe e l'Italia perde un potenziale che altre nazioni invece sfruttano. “La soluzione - prosegue De Molli - è compiere scelte mirate, costruendo sulle eccellenze esistenti e sviluppando ecosistemi capaci di attrarre e trattenere capitale, talenti e innovazione”.

Le cifre dello studio

I dati del mercato dimostrano questa ipotesi. L'Italia è il primo Paese europeo per numero di PMI di settore (338 mila) davanti a Francia (257 mila) e Polonia (240 mila), ma a trainare l'innovazione sono le grandi imprese che, pur rappresentando solo l'1,3% delle aziende dei distretti industriali ancora attivi, generano quasi la metà della spesa in innovazione. In venticinque anni, inoltre, il Paese ha generato appena 9 mila aziende innovative, contro le 328 mila degli Stati Uniti e le 65 mila del Regno Unito, nello stesso periodo.

C'è poi l'annoso tema della "fuga dei cervelli". Su 119 mila laureati STEM all'anno in Italia (4° posto in Europa), 20 mila scelgono di migrare. In questo, un fattore importante è la poca offerta di posizioni davvero innovative: in un campione di 1,6 milioni di offerte di lavoro pubblicati in 15 mesi, solo il 2% riguardava le 5 tecnologie strategiche. Il segnale positivo, a cercarlo, è che mentre il mercato del lavoro in generale si contrae (-0,3% mensile), la domanda di professionisti specializzati nelle tecnologie di frontiera cresce del 4,2% ogni mese.

Non aiuta che l'eccellenza tecnologica italiana sia concentrata in pochi poli lungo l'asse Torino-Milano-Bologna-Roma. La produzione scientifica nelle 5 tecnologie strategiche si addensa a Milano, Padova, Bologna, Roma e Napoli (insieme a Pisa, il capoluogo campano punta su robotica e AI applicata). La capacità brevettuale si concentra tra Milano, Torino, Bologna e Roma. In Lombardia, Piemonte, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna si concentrano i primi poli di assunzione in tutte e 5 le tecnologie strategiche. Il Mezzogiorno resta ai margini dell'ecosistema dell'innovazione.

Come si può migliorare questo scenario? Intervenendo sui passaggi critici in cui la filiera dell'innovazione si interrompe. Che sono tre: il passaggio da ricerca a brevetto (le carriere accademiche dipendono dalle pubblicazioni, non dai brevetti), il gap da brevetto a impresa (gli Uffici di Trasferimento Tecnologico sono sotto-staffati e non hanno abbastanza competenze di business development), il terzo è il rapporto tra impresa e scaling (il capitale c'è, ma mancano venture capital con competenze verticali sui macrotrend tecnologici). 

Le proposte di TEHA Club e InnoTech Hub per intervenire su questi "snodi" in difficoltà sono quattro. In primis, riformare i criteri di valutazione della ricerca accademica per includere anche le metriche di impatto industriale, come già avviene in Gran Bretagna, Francia o Germania. Poi, potenziare le strutture di trasferimento tecnologico, anche con figure ibride capaci di fare scouting, matchmaking industriale e accompagnamento commerciale.

La terza proposta è assegnare agli enti pubblici di ricerca - CNR, IIT ed ENEA - KPI misurabili rispetto a spin-off, brevetti e partnership industriali, eventualmente legando una quota del finanziamento pubblico al loro raggiungimento. Infine, rafforzare l’ecosistema finanziario, costruendo o attrarendo fondi di venture capital con competenze verticali sulle tecnologie strategiche attraverso co-investimenti pubblici selettivi e programmi di matching con il tessuto industriale nazionale.


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