IBM, anche in Italia focus su AI, hybrid cloud e quantum

Il nuovo General Manager Nico Losito fa il punto sulle sfide per la trasformazione delle aziende sul nostro mercato e traccia la roadmap tecnologica del gruppo, che vede sicurezza e competenze sempre al centro dell’innovazione

Autore: Edoardo Bellocchi

A poco più di tre mesi dall’ingresso nella nuova posizione di General Manager di IBM Italia, Nico Losito incontra la stampa a inizio luglio a Milano, negli uffici di cui l’azienda dispone in città da circa sette anni. Oltre che per debuttare ufficialmente nella nuova veste, Nico Losito coglie l’occasione per una disamina a tutto campo che fa il punto su quella che è oggi la strategia IBM, sintetizzata in tre missioni principali: intelligenza artificiale, hybrid cloud e quantum computing. Sulle quali si innestano due elementi trasversali: la sicurezza, aspetto definito “non negoziabile”, e le competenze, ovvero il nuovo rapporto tra uomo e macchina, che nelle parole di Nico Losito deve basarsi “sull’agentic AI e su un mindset di crescita umano”.

AI in crescita

Andando per ordine, ovvero partendo dall’AI, alcuni dati concreti tratti da una survey internazionale di IBM condotta su 6.000 CEO indicano che se l’intelligenza artificiale è ormai entrata a pieno titolo nei processi aziendali, non è però ancora capace di generare nuovo business, con il 69% delle aziende che dichiara che l'AI è già parte dei processi core, mentre solo un 10% la sta usando per far crescere il fatturato. Si tratta, sottolinea Nico Losito, di un fenomeno globale che si riflette anche nel mercato italiano, “con la differenza che queste percentuali aumentano ancora di più se si guarda alle PMI, dove c’è ancora lentezza e alcune volte anche scetticismo”.

Oggi, secondo il numero uno di IBM Italia il mercato sta attraversando un passaggio di fase: dopo due anni dominati dalla sperimentazione, nella quale è stato fatto il proverbiale lavoro matto e disperato nella prototipazione, tra proof of concept, proof of technology e proof of value, adesso la priorità è verso un'adozione dell’AI guidata da un ritorno dell'investimento, cioè che sia certificata da un ROI. È anche per questo che Nico Losito ribadisce che anche in materia di AI contano innanzitutto agilità ed efficienza: “un conto è aggiungere un layer di intelligenza artificiale ai progetti già esistenti, un altro tipo di approccio è ridisegnare i processi, o reinventare alcune funzioni con un AI first in mind. Non a caso, le aziende native digitali, con un approccio AI first, riescono a ridurre i tempi di delivery dei progetti del 70%”.

Fonte: Foto Edoardo Bellocchi

Il cliente zero

Un caso concreto al riguardo è proprio quello di IBM stessa, che ha scelto di applicare la propria piattaforma di AI watsonx in un programma interno chiamato “IBM Client Zero”, guardando ai processi e chiedendosi prima ogni specifico processo genera ricavi, genera profitto, aumenta la soddisfazione del cliente, genera cash flow: “se le risposte sono tutte negative, probabilmente il processo non va amplificato o aumentato con l'intelligenza artificiale, ma va semplicemente eliminato”. Il programma, giunto al quarto anno, ha raccolto solo nell'ultimo ciclo 165.000 idee dai dipendenti, selezionate attraverso un processo bottom-up/top-down con la supervisione del top management. Il risultato finora raggiunto parla di 4,5 miliardi di dollari di valore generato, pari a circa il 7% del fatturato mondiale del gruppo.

Tra le tecnologie generate da questo programma, Nico Losito punta i riflettori su IBM Bob, uno strumento già utilizzato internamente da circa 80.000 dipendenti IBM e lanciato in beta a novembre, oggi disponibile anche per i clienti. A differenza dei tradizionali code assistant, che migliorano la produttività del singolo sviluppatore, Bob agisce a un livello superiore, andando a migliorare il Software Development Life Cycle, SDLC. Si tratta di un sistema multi-agente, che crea agenti per i test, crea agenti per il codice, per la documentazione, il refactoring e così via, determinando vantaggi che IBM stima in una riduzione del 70% del tempo di sviluppo, solo per fare un esempio tra i tanti.

Tra cloud e AI

Passando al tema dell’hybrid cloud, Nico Losito sottolinea l’importanza dell'infrastruttura sottostante all’AI, spiegando che “molte iniziative AI falliscono per problemi infrastrutturali a causa di dati frammentati, sistemi isolati e cloud multipli senza un modello operativo coerente”. La risposta di IBM è un'architettura ibrida aperta, costruita su Red Hat OpenShift come livello di interoperabilità tra i diversi ambienti di calcolo, ovvero mainframe Z, sistemi Power, cloud di terze parti, e uno stack AI che integra sia il modello proprietario Granite sia modelli di altri provider come Google, Meta o Anthropic, con un approccio aperto e multi-vendor.

Ma tra i temi più caldi del momento c'è anche quello della sovranità digitale, un’esigenza affrontata da IBM con il lancio a inizio maggio della piattaforma dedicata Sovereign Core, costruita attorno al principio della sovranità by design. La soluzione agisce come un altro livello di orchestrazione e controllo focalizzato in modo specifico sull'applicazione delle policy aziendali e sul rispetto dei requisiti di governance e di compliance, facendo sostanzialmente in modo che ciascun utente utilizzi in modo appropriato e sicuro le applicazioni e i servizi che ha a disposizione. Si tratta, spiega Nico Losito, di un approccio a metà strada tra quello degli hyperscaler, che aggiungono uno strato di sovranità on top alla loro infrastruttura, agendo come “un hotel a cinque stelle dove però le chiavi rimangono sempre in mano all'albergatore", e quello dei virtualizzatori, il cosiddetto “vanilla approach”, che richiede un system integrator forte o un team interno con solide competenze.

Fonte: Foto Edoardo Bellocchi

Quantum in accelerazione

Sul quantum computing, Nico Losito ricorda che IBM ha reso disponibile una macchina in cloud fin dal 2016, costruendo da allora circa 90 macchine, con un ecosistema che oggi conta 325 membri tra aziende, startup, grandi università, con una community di 245mila persone. In questo campo, sono vicini grandi traguardi: “contiamo di arrivare a dimostrare scientificamente l'aver raggiunto il Quantum Advantage quest'anno", spiega il manager, riferendosi al momento in cui una macchina quantistica svolge un compito meglio di un computer tradizionale, sottolineando anche che il passo successivo, quello del computer quantistico su larga scala e fault tolerant destinato ai clienti business è atteso per il 2029.

Sul tema, viene anche citato l’annuncio dello scorso maggio di Anderon, società di IBM in joint venture con il Dipartimento del Commercio USA, che prevede la realizzazione ad Albany, nello stato di New York, di uno stabilimento per la produzione di chip quantistici. Nel dettaglio, Anderon opererà come entità indipendente e gestirà uno stabilimento di produzione di wafer quantistici da 300 millimetri di ultima generazione: IBM che prevede di mettere a disposizione di Anderon la propria esperienza negli strumenti di fabbricazione e nelle competenze specialistiche per contribuire a costruire una filiera sicura di wafer quantistici, a supporto di diversi fornitori hardware. In una prima fase, viene sottolineato, Anderon supporterà la produzione di wafer destinati ai qubit superconduttori e all’elettronica di supporto, con l’obiettivo di estendersi successivamente ad altre tecnologie quantistiche.

Sicurezza in primo piano

Riguardo alla sicurezza, Nico Losito richiama l'urgenza della crittografia post-quantum, spiegando il rischio noto come "harvest now, decrypt later" nel quale “oggi qualcuno raccoglie dati cifrati e li conserva, pensando che potrà decifrarli in futuro quando saranno disponibili macchine quantistiche sufficientemente potenti”. Il problema è che il tempo medio necessario per migrare verso algoritmi post-quantum è compreso tra cinque e dieci anni, ed è per questo occorre iniziare fin da ora. IBM è tra i protagonisti dello sviluppo degli algoritmi post-quantum: “su quattro algoritmi selezionati dal NIST, tre derivano dalla ricerca IBM e due sono stati sviluppati nel nostro laboratorio di Zurigo da ricercatori italiani”, sottolinea non senza orgoglio Nico Losito.

Parlando poi di cybersicurezza legata all'AI, riferendosi anche alla sospensione di Mythos di Anthropic, capace di individuare vulnerabilità informatiche a una velocità molto superiore rispetto al passato, e alla sua riapertura nel quadro del progetto Glasswing di cui IBM fa parte fin dall’inizio, Nico Losito ricorda due iniziative specifiche. La prima è Project Lightwell, sviluppata con Red Hat con un investimento di 5 milioni di dollari per rendere più sicuro lo sviluppo open source, mentre l’altra è IBM Concert, una piattaforma che non si limita a rilevare singole vulnerabilità ma le correla tra loro, permettendo di “ridurre i tempi di scoperta da 80 a 8 ore e di aumentare del 70% la capacità di individuare vulnerabilità”

Fonte: Foto Edoardo Bellocchi

Competenze tutte nuove

Infine, il tema delle competenze. Il numero uno di IBM Italia ritiene che nello scenario di oggi le strutture organizzative tradizionali, che prevendo organigrammi rigidi e job description statiche, rischiano di essere un freno al cambiamento: è per questo che propone di “riorganizzare i team per mandato, cioè per task, invece che per ruolo”. Questo presuppone un investimento in alfabetizzazione sull'intelligenza artificiale, la cosiddetta AI literacy o AI fluency, arrivando a un reskilling senza il quale risulta difficile attivare il resto.

Non solo, occorre anche una “nuova unità di competenza”, in cui l'AI si occupa dei ragionamenti complessi e sequenziali mentre l'attenzione umana si concentra su problem solving e gestione degli imprevisti, oltre che sulle altre soft skill legate al giudizio e alla componente emotiva: “questa combinazione tra tecnologia e human mindset potrà avere impatti particolarmente significativi anche in settori oggi caratterizzati da conoscenze umane ancora limitate”, conclude Nico Losito (ritratto in tutte le foto, in diversi momenti del suo intervento).


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