I manager italiani sono mediamente scettici sul valore strategico degli investimenti ESG. Ma il problema ormai è globale.
Autore: Redazione ImpresaCity
Di sostenibilità e di principi ESG si parla tanto ma spesso in maniera approssimativa, e comunque resta un gap importante tra la consapevolezza dell'importanza delle tematiche ESG e la reale implementazione operativa di policy e processi che le favoriscano e le mettano in pratica. È un po' questo il succo di una survey Noesis - Richmond Executive Observatory sul tema, condotta in collaborazione con Ipsos Doxa.
L'analisi della survey parte da un dato significativo: solo il 37% delle aziende italiane integra effettivamente i principi ESG nei propri processi decisionali e nei suoi modelli di business. Questo nonostante il fatto che nelle grandi imprese la "convinzione strategica" sull'importanza dei temi ESG raggiunga il 46%. I dati evidenziano quindi una barriera strutturale significativa all'interiorizzazione dei principi ESG, confermando che, per la maggior parte del tessuto produttivo, la trasformazione "verde" rimane ancora concettualmente incompiuta.
Le difficoltà sono generalizzate, non certo solo italiane. Anzi. Il CEO Study - uno dei più ampi studi globali sul sentiment dei leader d’impresa condotto dallo United Nations Global Compact - edizione 2025 rivela ad esempio che il 99% dei CEO mondiali dichiara l’intenzione di mantenere o espandere i propri impegni di sostenibilità, ma in realtà meno del 15% si sente realmente preparato ad affrontare le principali sfide globali, tra cui la crisi climatica.
Questo vuoto decisionale ha conseguenze dirette sui bilanci. Ad esempio, secondo un’analisi del McKinsey Global Institute le aziende che non riusciranno a dotarsi di un’infrastruttura dati per la gestione del rischio climatico entro il 2030 rischiano una svalutazione degli asset operativi superiore al 20%, a causa dell'inadeguatezza ai nuovi standard di accountability globale.
Tornando all'Italia, la survey Richmond-Doxa mostra che i manager italiani evidenziano cinque punti critici che le aziende devono imparare a governare per evitare che la sostenibilità si trasformi in un boomerang reputazionale. Il primo è che da soli non si riesce bene a "fare ESG": la maggioranza (63%) del campione ritiene che gli investimenti ESG debbano essere accompagnati da innovazione e politiche pubbliche efficaci. Quasi la metà (47%) del campione pensa poi che i temi ESG vengano spesso utilizzati solo per finalità di marketing, in pieno stile "greenwashing".
C'è poi la questione del valore strategico poco percepito dei temi ESG: solo il 37% degli intervistati considera gli investimenti in sostenibilità come strategici per il successo dell'azienda. Inoltre, altri due indicatori sottolineano come questi investimento non siano correttamente percepiti: il 25% del campione sostiene che, in assenza di norme più severe, l'impatto positivo degli investimenti ESG risulti limitato, e una minoranza (9%) teme che tali investimenti possano penalizzare la redditività a breve termine. Il rischio percepito, insomma, è che la spesa ESG sia inutile e persino pericolosa.
In questo scenario, commenta Claudio Honegger, co-fondatore e amministratore di Richmond Italia, serve un modello in cui la sostenibilità funge da vera e propria architettura competitiva: "La sfida cruciale per le imprese moderne è proprio questa: evolvere verso una gestione capace di governare con estremo rigore la complessità, i flussi di dati e i rischi operativi, rendendo la sostenibilità il vero motore del proprio vantaggio competitivo".