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Ministero per l’Innovazione: aspettative esagerate?

Al nuovo Ministero per l’Innovazione viene chiesto di rilanciare la digitalizzazione nazionale. Ma forse è meglio vedere le cose con più pragmatismo.

Il nuovo Governo ha dedicato alla digitalizzazione un vero e proprio dicastero, il Ministero per l'Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione. L'annuncio è stato accolto in maniera molto positiva da più parti. Cosa comprensibile, perché l'attenzione della politica sinora non è sembrata - per usare un eufemismo - focalizzata sui temi dell'innovazione tecnologica. È inutile ribadire per l'ennesima volta quanto essa sia invece vitale per le imprese e la Pubblica Amministrazione.

Quindi è indubbiamente un vantaggio avere, adesso, il Ministero per l’Innovazione. Bene anche che a guidarlo non sia il solito politico di lungo o breve corso a cui assegnare una poltrona. Paola Pisano quantomeno ha le giuste competenze e, soprattutto, una provata esperienza sul campo della digitalizzazione del settore pubblico. Trasporla altrettanto efficacemente a livello di politiche nazionali non è scontato, ovviamente. Ma come minimo si parte con il piede giusto.

Attenzione però a farsi prendere troppo dall'entusiasmo. Negli ultimi vent'anni della politica italiana, l'innovazione è stata gestita come la cattedra di Difesa contro le Arti Oscure nella saga di Harry Potter. Ad ogni puntata se ne occupava qualcuno di diverso che, invariabilmente, non faceva una bella fine.

paola pisanoPaola PisanoNoi possiamo far partire la nostra saga dell'innovazione nel 2001 con il Ministro dell'Innovazione (allora Lucio Stanca). Poi si sono susseguiti comitati, agende, team, task force, gruppi di lavoro, think tank e via dicendo. Con risultati su cui si possono avere punti di vista diversi. Ma che nel complesso è difficile definire, con tutta la buona volontà, adeguati alle aspettative.

Aspettative che anche a questo giro di giostra molti hanno già riversato sul nuovo Ministero. Finalmente - è il messaggio - c'è una cabina di regia nazionale che avvierà velocemente tutti i lavori necessari alla digitalizzazione. Potesse davvero essere così, al nuovo Ministero per l'Innovazione si sentirebbero giusto un po' sotto pressione. Ma la questione è parecchio più articolata.

Lo spazio per il Ministero per l'Innovazione

Innanzitutto perché la "cabina di regia", di cui si parla ad ogni nascita di Ministero o task force, vale sino ad un certo punto. PA a parte, innovazione e digitalizzazione si concretizzano soprattutto nelle singole aziende. Che devono essere agevolate, certo, ma anche potersi muovere con libertà. Sui macro-temi il Ministero può agire direttamente, per il resto può stimolare, dare indirizzi, ottimizzare.

Non è poco, non può essere tutto. Anche perché non sappiamo quale sarà davvero il campo da gioco del ministro Pisano. Tutta la digitalizzazione o solo quella della PA, lasciando le aziende al MiSE? E con quali risorse, o deleghe? C'è molto ancora da definire.

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C'è poi una questione di fondo, non politica ma concettuale. L'innovazione è uno strumento, non un principio. Si diffonde - o dovrebbe poterlo fare - con una forza che viene dal suo valore per chi la adotta. Non dalle politiche ministeriali. La politica raramente "fa" innovazione, semmai deve mettere in grado le imprese, gli enti e le singole persone di conoscerla, adottarla e concretizzarne al meglio tutte le potenzialità. E di recente è stato, positivamente, così.

Ma proprio le esperienze recenti hanno provato ancora una volta che a mettere in campo l'innovazione sono le imprese e i cittadini. L'innovazione, in sostanza, si fa meglio dal basso e non dall'alto. Ben venga quindi un Ministero per l'Innovazione. Ma non entriamo nell'ordine di idee che adesso il problema della digitalizzazione nazionale sia tutto e solo suo. Le parti che devono scendere in campo sono tutte, della politica come dell'imprenditoria e della società civile.

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Pubblicato il: 16/09/2019

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