Una ricerca Appian evidenzia che molte aziende hanno adottato l’AI, anche in versione agentica, ma ancora poche riescono a tradurre gli investimenti tecnologici in crescita dei ricavi
Autore: Redazione ImpresaCity
L’intelligenza artificiale è ormai entrata nella fase operativa per molte organizzazioni, ma il percorso verso la creazione di valore economico significativo appare ancora incompleto. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Harvard Business Review Analytic Services in collaborazione con Appian, che ha coinvolto 384 responsabili aziendali impegnati nella definizione delle strategie e dei programmi di adozione dell’AI.
Secondo lo studio, la diffusione delle tecnologie di intelligenza artificiale è ormai consolidata, almeno nei numeri: il 59% delle organizzazioni intervistate dichiara infatti di avere sistemi di AI già in produzione. Nonostante questo livello di maturità apparente, i benefici ottenuti si concentrano prevalentemente sul miglioramento dell’efficienza operativa (lo cita il 58% delle organizzazioni) e della produttività (64%), mentre risultano più limitati gli effetti sul ROI (35%) e sulla generazione di nuovi ricavi (30%).
Questo divario tra adozione tecnologica e risultati economici evidenzia quello che la ricerca definisce un "AI success gap". Molte aziende hanno superato la fase sperimentale dell'AI, ma non sono ancora riuscite a integrarla in modo tale da farne uno strumento capace di incidere sui risultati strategici dell’organizzazione.
Perché accade questo? Secondo Appian, uno dei principali motivi è che l’intelligenza artificiale continua a operare parallelamente ai processi esistenti invece di essere incorporata direttamente nei flussi di lavoro. Solo il 18% delle organizzazioni analizzate dallo studio HBR dichiara che l’AI è integrata nei processi operativi principali, un altro 34% la utilizza ancora come strumento separato dalle attività quotidiane, un ulteriore 34% adotta un approccio misto.
Secondo l'analisi Appian, quando invece l'AI viene inserita direttamente nei processi aziendali, i benefici risultano più evidenti: il 71% delle organizzazioni che hanno adottato un’integrazione più profonda dichiara di ottenere un valore "moderato" o "sostanziale" dalle proprie iniziative. Che hanno poi ricadute anche più ampie e generali: circa tre quarti degli intervistati riferiscono forti ritorni dalla modernizzazione dell'infrastruttura (76%), dall'integrazione delle fonti di dati (75%) e dall'orchestrazione dei flussi di lavoro tra i sistemi (73%).
Tra gli ostacoli più rilevanti, invece, continua a emergere il peso dei sistemi legacy. Il 69% del campione ritiene che le piattaforme tecnologiche esistenti limitino la capacità di estendere l’uso dell’AI all’intera organizzazione. A questo si aggiungono problematiche legate alla gestione dei dati, alla scarsa integrazione tra applicazioni e alla carenza di competenze specialistiche.
Lato AI agentica, la ricerca Appian indica che il 25% delle organizzazioni utilizza già sistemi di AI agentica e il 62% sta valutandone l’adozione. L'interesse si concentra soprattutto in ambiti come lo sviluppo software, le operazioni IT, il marketing, le vendite e il servizio clienti. Al contrario, l'impiego degli agenti AI rimane più limitato nelle funzioni operative considerate critiche, come la gestione del rischio, la conformità normativa, gli approvvigionamenti e la supply chain.
Questa differenza riflette la maggiore complessità dei processi coinvolti e la necessità di mantenere elevati livelli di controllo e affidabilità, il che mette in primo piano il tema della governance. Il 92% degli intervistati ritiene indispensabile disporre di guardrail basati su regole definite, ma meno della metà (48%) dichiara di averne già implementati. Senza guardrail chiari però, spiega Appian, gli agenti possono agire in modo imprevedibile tra i sistemi, aumentando il rischio di risultati indesiderati.