Region blindate e infrastruttura open: la strategia cloud di Oracle paga

L’approccio originale e i 20 miliardi di investimenti sul cloud restituiscono risultati interessanti.

Autore: Valerio Mariani

Oracle si attesta come uno dei quattro hyperscaler a livello globale.” L’affermazione (forte) si legge nella presentazione di Andrea Sinopoli, VP Technology Cloud Country Leader di Oracle Italia, davanti al foltissimo gruppo di partner presenti all’ultima versione milanese dell’Oracle Technology Summit.

E, in effetti, se non proprio in termini di markeshare, Oracle può a buon diritto qualificarsi tra i big almeno in termini di crescita. I dati del secondo trimestre fiscale 2023 dell’azienda parlavano di un incremento "bulgaro”, una forte crescita complessiva dei ricavi che è stata alimentata dalle attività cloud di Oracle sia in ambito applicativo che infrastrutturale cresciute rispettivamente del +59% e del +45% a valuta costante, quest’ultima (IaaS), leggermente ridimensionato nel terzo trimestre. L’azienda fondata da Larry Ellison raggiunge così il miliardo di gettito dal cloud in un trimestre. Certo, magari non si compete ancora con un AWS che fattura 20,5 miliardi di dollari in un trimestre (+27%) e i seguenti, Microsoft Azure (+35%) e Google Cloud (+38%) ma, comunque, il tasso di crescita di Oracle Cloud in percentuale è quasi il doppio di AWS e decisamente superiore agli altri due big.

Il trend, simile a quanto registrato anni addietro da Google Cloud quando era un newcomer, è dunque positivo e dimostra essenzialmente che le centinaia di migliaia di clienti consolidati stanno accettando la migrazione proposta dalle risorse commerciali di Oracle e che il blasone, leggi presenza presso i clienti, ha ancora un senso, come nel caso di Microsoft Azure.

Data sovereignty e partnership per puntare alla PA

Recuperati gli anni di indecisione, ora l’azienda americana ha una proposta solida, concreta e, come Ellison e il management non si scordano mai di ricordare, sostenibile economicamente. E il merito è anche di un approccio strategico il più possibile alternativo e più visionario di altri, grazie al vantaggio tipico dei follower, che si possono permettere di guardare agli errori degli altri, evitando di ripeterli.

Oggi in Italia sono quasi 200 i clienti italiani di fascia enterprise che sfruttano il cloud Oracle, a fronte di circa 14mila che utilizzano le sue tecnologie. “Negli ultimi 7 anni – racconta Sinopoli – abbiamo investito più di 20 miliardi in tecnologie cloud, abbiamo realizzato 41 delle 50 cloud region previste (di cui una a Milano inaugurata a fine 2021, ndr)”. Region che non sono tutte uguali, e questo è un fattore estremamente differenziante della strategia Oracle, ma che si distinguono in Commerciali, accessibili a chiunque, Cloud Sovrane per l’Unione Europea e le altre grandi geografie, che strizzano l’occhio all’esigenze di protezione del dato dell’Unione Europea. Francoforte e Madrid, infatti, sono isolate da quelle commerciali e garantiscono la gestione dei dati all’interno dell’Europa. Stesso criterio per quelle riservate agli Usa e alla Gran Bretagna.

Forte capillarità delle cloud region e chiusura dei confini di alcune di loro, dunque, ma anche una visione per cui l’ambiente cloud deve essere il più possibile vicino a quanto il cliente è stato abituato a utilizzare storicamente. Un data center locale, vicino a Pubblica Amministrazione – storico caposaldo dell’azienda in Italia ora ancor più nell’obiettivo grazie al Next Gen EU – ma anche alle tante aziende private, nel manufacturing, nel finance e nel retail, che non faccia rimpiangere il buon vecchio on premise. Un ambiente multi-cloud, distribuito o, ancora, sul modello hyperscaler (la parola “pubblico” viene accuratamente evitata visto che a Oracle piace di più il concetto di cloud privato): insomma, qualsiasi sia il desiderata, Oracle c’è con il suo OCI (Oracle Cloud Infrastructure) oggi giunto alla Gen2.

La strategia si basa su tre colonne portanti – prosegue il manager – (multi-cloud, cloud distribuito, hyperscaling cloud appunto) che i clienti scelgono in base ai loro vincoli tecnici e commerciali”. Un’offerta modulare e flessibile sulla base comune di OCI per cui il costo è elemento fortemente differenziante. Come già ricordato, negli eventi ufficiali tutto il management Oracle, insieme all’ospite di eccellenza, Larry Ellison - che continua a presenziare agli eventi come miglior testimonial dell’azienda - non si dimenticano mai di sottolineare la convenienza dell’offerta economica.


Gli elementi chiave dell’offerta – commenta ancora Sinopoli – sono i livelli di servizio e le performance predicibili, un dimensionamento delle risorse dinamico che contiene il cloud waste (il 30% delle risorse cloud non vengono utilizzate secondo una ricerca Flexera, ndr) e risorse dedicate che evitano l’overprovisioning”.

I differenziatori tecnologici di Oracle Cloud Infrastructure

I differenziatori tecnologici di OCI puntano soprattutto alla protezione del dato. A partire dai processori custom appositamente progettati per un approccio zero trust e si prosegue con l’isolamento completo delle istanze. Oracle, poi, realizza un cloud networking ispirato alle performance delle reti on premise. Ancora, si garantisce il supporto nativo a VMware, Oracle Database e le altre architetture a clustering. Cluster con latenze garantite di microsecondi per carichi ad alto tasso di elaborazione (HCI) e, infine, l’infrastruttura è progettata per scalare le risorse completamente online, sia verso l’alto che verso il basso.

Inoltre, sempre a favore della massima protezione del dato, il manager di Oracle ci tiene a sottolineare la presenza di un’unica console per il monitoring della security e della compliance per Oracle DB e Oracle SaaS, la configurazione, il tuning e il patching per Oracle Autonomous DB e per Linux – senza richiedere il reboot - grazie all’AI, l’hardware dedicato alla network virtualization. Ancora, importanti solo le policies di prevenzione degli errori di configurazione e la protezione dal traffico sospetto.

L’openess totale di Oracle

Una menzione speciale va all’openess totale di Oracle e alla totale devozione all’open source e alle tecnologie standard e universali, come Vmware, unico vendor partner presente all’evento, per garantire la massima interoperabilità e, soprattutto, evitare problemi in fase di integrazione e migrazione abbracciando il maggior numero di tecnologie già diffuse sugli ambienti on premise. Inoltre, l’azienda americana ha svolto un eccellente lavoro di riprogettazione del codice trasformando la sua offerta storica in una piattaforma cloud native e ripensando il core dell’offerta stessa (Oracle DB giunto alla versione 23c) secondo i parametri dello sviluppo moderno, leggi DevOps. “Mettiamo a disposizione agli sviluppatori lo stesso framework che usiamo noi” sottolinea Sinopoli a dimostrazione che il tempo delle piattaforme chiuse anche per Oracle è definitivamente tramontato.

Openess che si manifesta totalmente nella totale disponibilità di codice e framework di sviluppo e in un marketplace dalle grandi ambizioni, almeno così è stato dichiarato fin dal 2021. Non essendoci dati ufficiali sul peso del marketplace Oracle, per capirne la portata possiamo affidarci solo a una ricerca esclusiva di The Channel Company del 2021. Dall’analisi, Oracle risulta quinta tra gli hyperscaler in termini di impatto sul business dei partner. In testa alla classifica c’è Microsoft, con il 71% dei partner intervistati che dichiara di aver aumentato maggiormente la propria attività di servizi gestiti o professionali sul marketplace Azure. Seguono AWS, Google Cloud, IBM e Oracle con il 27% delle preferenze.


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