Il passato dell’IT ha il suo bel peso

Anche la grande Amazon può entrare in crisi perché i suoi sistemi IT non si parlano come dovrebbero. Un caso che i CIO dovrebbero raccontare al management, se questo crede al digitale senza problemi.

Autore: f.p.

Amazon – quella dei pacchi, non quella del cloud – è finita sotto i riflettori per una serie di vicende che riguardano anche la sua IT. Un articolo del New York Times ha raccontato i casi di diversi dipendenti Amazon che negli USA hanno subito disagi, anche gravi, per il cattivo funzionamento delle applicazioni per la gestione delle risorse umane. In particolare, le procedure e i software legati alla gestione dei permessi. Un numero imprecisato ma rilevante di dipendenti si è trovato con stipendi ridotti o sospesi perché i permessi non venivano correttamente registrati e la relativa documentazione andava di fatto perduta.

I mancati pagamenti hanno causato seri problemi a catena, in una società come quella statunitense che lascia poco margine a chi, anche solo per sbaglio, perde il suo stipendio. Una investigazione interna avviata da Amazon stessa, dopo che una dipendente esasperata aveva scritto direttamente a Jeff Bezos per segnalare le sue difficoltà, ha rilevato la dimensione del problema e ha provveduto a risolvere i vari casi uno per uno, compensando i dipendenti coinvolti. E ha iniziato una non altrettanto breve revisione dei suoi processi e dei software HR.

Il caso fa scalpore perché riguarda una delle aziende simbolo dell’economia mondiale, il secondo datore di lavoro privato degli Stati Uniti. Ma la spiacevole pubblicità che l’azienda ha ricevuto deriva da un problema che i CIO di molte imprese conoscono e temono: la mancata integrazione tra sistemi diversi che si sono sviluppati e stratificati per seguire la crescita rapida dell’impresa. Amazon ha fatto scelte tecnologiche probabilmente corrette, prese una per una. Ma si è trovata alla fine con quello che il New York Times ha definito “un patchwork di software di diversi fornitori che non dialogano correttamente”. Un banale – diciamo così – problema di integrazione applicativa.
Il segnale più importante che viene dal caso Amazon – e che va ben oltre il campo delle piattaforme HR – non è però per i CIO o per gli staff IT. È per chi sta sopra di loro e non ha la stessa visione pragmatica delle tecnologie e del digitale, pur controllando gli investimenti in innovazione. Siamo nell’era della digitalizzazione a tappe forzate, della employee experience, dell’IT elastica, dell’intelligenza artificiale, della hyperautomation e di chi più ne ha più ne metta. Ma solo le startup partono da zero, e a volte nemmeno quelle: tutte le altre aziende hanno una storia tecnologica che non scompare magicamente per fare spazio al nuovo.

In qualsiasi evoluzione di una IT mediamente complessa ci sono componenti da integrare, modernizzare, adattare, migrare, certo magari anche sostituire. Questo significa che servono tempo, risorse, competenze, capacità di analisi, partner adeguati. Soprattutto la consapevolezza che tra la teoria delle potenzialità delle tecnologie e la pratica delle loro implementazioni c’è sempre una certa distanza, tanta o poca non importa. E che questa non dipende dalla presunta rigidità dell’IT o dalla poca carica innovativa del singolo CIO, ma dalla realtà dei fatti. Molto meglio tenerne conto. E non finire sui giornali.

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