Buon decennale Bitcoin

Dieci anni fa veniva pubblicato il documento che descriveva il funzionamento della prima criptovaluta, aprendo la strada all'attuale fenomeno blockchain

Autore: Francesco Pignatelli

Il 31 ottobre 2008 veniva pubblicato il documento-simbolo di Bitcoin, quello in cui Satoshi Nakamoto descriveva in dettaglio il funzionamento di una moneta elettronica (Bitcoin, appunto) progettata per superare i limiti dei sistemi di pagamento tradizionali. Sebbene Bitcoin sia oggi associato da un lato al concetto di speculazione finanziaria poco sicura e dall'altro alle potenzialità della tecnologia sottostante (blockchain), le premesse dieci anni fa infatti erano diverse.

Il documento di Satoshi Nakamoto affrontava un problema specifico: i sistemi di pagamento elettronico che prevedono la presenza di istituzioni finanziarie in quanto terze parti di fiducia sono intrinsecamente limitati nella loro diffusione. "il costo dell'intermediazione - spiegava Satoshi Nakamoto - aumenta i costi di transazione, limitando la dimensione minima delle transazioni praticabili ed escludendo la possibilità di piccole transazioni occasionali". Bitcoin nasce quindi come ampliamento dei sistemi di pagamento tradizionali, non come la rivoluzione che in molti sensi è poi diventato.

Quasi certamente Nakamoto non immaginava che la nascita dei ledger distribuiti sarebbe stata paragonata, come importanza, all'invenzione della partita doppia. Tanto che il suo documento originario vi dedica relativamente poco spazio. Eppure l'esplosione delle criptovalute - Bitcoin è la principale, ma ne sono nate migliaia - in futuro avrà soprattutto il merito di avere attirato l'attenzione sulle tecnologie blockchain e di averle "traghettate" in decine di altri ambiti.
Oggi blockchain è infatti alla base di molte sperimentazioni di fascia enterprise che, man mano, si stanno avvicinando alla fase di progetti definitivi. Logistica, protezione delle proprietà intellettuale, tracciabilità alimentare, supply chain, energia sono solo alcuni dei campi in cui si sperimentano i ledger distribuiti.

E ovviamente buona parte delle sperimentazioni sono portate avanti dalle banche e da altre istituzioni finanziarie, che hanno abbracciato blockchain dopo avere cercato di confinarlo in una nicchia. Se blockchain ha ruoli così estesi, è perché Bitcoin per primo ha dimostrato che in tale tecnologia c'era un valore concreto, tangibile.

Quello di Bitcoin però è stato - e soprattutto promette di essere ancora - un fenomeno culturale. Tra i pregi del sistema peer-to-peer descritto da Satoshi Nakamoto ci sono anche l'attenzione alla privacy delle persone e la tutela delle informazioni. Già il white paper originario spiegava che nei sistemi di pagamento digitale classici "i commercianti devono diffidare dei loro clienti, tormentandoli con maggiori richieste di informazioni rispetto a quanto non sarebbe altrimenti necessario". Una frase che dieci anni dopo suona estremamente attuale pensando alla quantità di informazioni personali raccolte e sfruttate dai grandi nomi del web.
Da questo punto di vista la vera rivoluzione "lanciata" da Bitcoin deve ancora venire e sta in quel modello di Internet che alcuni chiamano Web 3.0 (espressione che però è usata anche in altri sensi) o Decentralised Web. Il web decentralizzato è fatto da applicazioni e servizi che non si basano su un provider centralizzato, cioè una singola azienda alla Google o alla Facebook e di cui si può solo avere fiducia senza poterla testare.

Nel Decentralised Web le applicazioni e i servizi sono tutti in logica peer-to-peer, abilitati dalla condivisione di informazioni - solo quelle necessarie quando necessario - e funzioni tra una moltitudine di nodi equivalenti. In questa visione i concetti di privacy e "ownership" dei dati sono fondamentali, un tratto che si fa sempre più importante per larghe fette della popolazione del web.

Certo siamo ancora lontani dal sostituire Facebook con Akasha, Dropbox con Storj o WhatsApp con Status. E i più “smanettoni” sanno già che di decentralizzazione dei social network se ne parla da anni, basta citare nomi poco noti al grande pubblico come Diaspora* o Mastodon. Ma il solo fatto che si possa pensare concretamente a un web interattivo ma anche distribuito e “paritario” è una delle eredità importanti di quel documento di dieci anni fa.

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