Gli operatori europei di TLC contro CSA e DNA

Il Digital Networks Act va ripensato perché il mercato non è più quello di una volta, il Cybersecurity Act porterà troppi costi: gli operatori europei mettono i loro paletti

Autore: Redazione ImpresaCity

Le potenzialità del mercato dell'intelligenza artificiale interessano a tutti, ovviamente, con la conseguenza che tutto ciò che è infrastruttura IT è (ri)diventato improvvisamente importante. Vale anche per la connettività e per le infrastrutture di rete nazionali, in una evoluzione che oltrettutto avvalora la posizione dei grandi operatori europei di TLC, secondo cui a Bruxelles non viene prestata abbastanza attenzione alle loro esigenze.

Il concetto è stato ribadito in una lettera aperta firmata da 17 importanti operatori di TLC europei, tra cui - tanto per citare qualche nome - troviamo Telenor, Orange, Swisscom, KPN, Telefónica, Deutsche Telekom e anche la nostra TIM. Il messaggio del documento è piuttosto netto, e non nuovo: troppe normative impediscono al mercato di crescere perché sono troppo onerose per chi fa telecomunicazioni. Sul banco degli imputati vengono ora messi il Digital Networks Act (DNA) e il Cybersecurity Act (CSA).

In linea generale, gli operatori europei di TLC sottolineano da tempo il medesimo concetto: investono negli sviluppi delle proprie infrastrutture, ma dal loro punto di vista l'obiettivo di avere una Europa tecnologicamente all'avanguardia e anche "sovrana" nella gestione dei vari stack tecnologici richiede ancora ingenti spese. Va peraltro sottolineato che l'obiettivo posto dai firmatari del nuovo documento è ambizioso: connettività gigabit per tutti, 5G SA (standalone) per le imprese, sviluppo strategico delle reti sottomarine e satellitari, reti 6G.

Dato che c'è tanto da spendere per avere una infrastruttura europea di telecomunicazioni adatta alle esigenza del nuovo scenario geopolitico e tecnologico, sarebbe assai meglio - indica in sostanza la lettera aperta - se le nuove normative UE non comportassero altri costi. E qui il dito viene puntato innanzitutto verso il Digital Networks Act, che nella sua bozza attuale - è l'accusa - "non tiene conto della necessità dell’Europa di migliorare in modo concreto le condizioni di investimento e innovazione nel settore della connettività".

Cosa dovrebbe imporre il DNA per essere davvero a favore della competitività delle TLC europee? Soprattutto quattro cose, secondo gli operatori. La prima è abbandonare l'approccio delle aste frequenti quando si tratta di assegnare lo spettro radio nelle comunicazioni mobili. Gli operatori sottolineano di aver investito in queste aste qualcoma come 110 miliardi di euro, soldi che sarebbero stati sottratti agli investimenti per migliorare le infrastrutture. La proposta è passare ad assegnazioni in cui le licenze sono senza scadenza oppure - ma solo in casi eccezionali - durano almeno quarant'anni.

La seconda richiesta è lasciare che le reti in fibra ottica si sviluppino secondo la domanda del mercato, senza imporre accelerazioni che di fatto non aiutano i consumatori. Il riferimento è all'obbligo di "spegnimento" delle tradizionali reti in rame, che gli operatori non vedono di buon occhio perché obbliga a investimenti nella parte FTTH anche là dove il mercato non li giustifica. "Il passaggio alla fibra ottica dovrebbe essere guidato da condizioni più favorevoli alla sua diffusione, dalla scelta dei consumatori e dall’evoluzione della domanda di mercato, non da un imposizione normativa", affermano gli operatori europei.

Il terzo e il quarto punto chiave sottolineati dagli operatori di TLC sono in effetti sue lati della stessa medaglia: le nuove norme in campo telecomunicazioni devono essere da un lato aggiornate allo stato attuale del mercato e delle tecnologie, dall'altro più semplici. "L’Europa non dovrebbe applicare ai mercati della fibra ottica di oggi, sempre più competitivi, un modello normativo concepito decenni fa per le reti in rame", si spiega, perché questo disincentiva gli investimenti. Parallelamente, il DNA dovrebbe portare "meno normative e burocrazia, una maggiore armonizzazione e, di conseguenza, più spazio per gli investimenti e l'innovazione".

Da parte sua, il Cybersecurity Act finisce sul banco degli imputati perché impone - in una mossa anticipata da anni - di eliminare dalle infrastrutture critiche di telecomunicazioni i dispositivi e i prodotti che presentano un profilo di rischio eccessivo. In pratica, i prodotti di alcuni specifici produttori cinesi. Questa mossa ha un costo non indifferente: gli operatori di TLC lo stanno dicendo da tempo, sottolineando anche che al costo diretto della sostituzione degli apparati "pericolosi" (quaranta miliardi di euro, si stima) va aggiunto quello indiretto dei probabili disservizi di rete che ne deriveranno.

"Abbiamo bisogno di un approccio proporzionato e basato sul rischio che tenga conto di misure alternative di mitigazione, anziché di restrizioni generiche che impongono la sostituzione delle infrastrutture senza considerare i cicli di vita degli investimenti". Ma difficilmente questo punto di vista sarà recepito a Bruxelles, dato l'attuale clima geopolitico (che non promette certo di migliorare). Diversi operatori hanno chiesto compensazioni economiche per l'eliminazione degli apparati a rischio, e questa potrebbe essere invece una strada praticabile.


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