Ben 25 Governi firmano una "Call to Action" che cerca di velocizzare e armonizzare lo sviluppo del 6G. E' questione di geopolitica, ma anche di evitare i problemi vissuti dal 5G.
Autore: Redazione ImpresaCity
Diciamo la verità: sotto molti punti di vista stiamo ancora aspettando la concretizzazione reale delle promesse del 5G. Ad esempio, in molte nazioni la diffusione del "vero 5G" - ossia la versione "totale" SA, Stand-Alone - non è totale e quindi manca una base ubiqua per i servizi a valore aggiunto di cui si è sempre tanto parlato. Appare quindi logico che ci si affanni a lanciare meglio il nuovo 6G: i ritardi del 5G hanno significato poco business per gli operatori, che non hanno certo voglia di ripetere l'esperienza.
Ecco perché il Department of Commerce statunitense ha lanciato una "Call to Action for 6G Leadership and Security", in sostanza un documento di buoni propositi da seguire, con tanto di tabella di marcia, per orientare lo sviluppo della sesta generazione di reti mobili e wireless. Il documento è stato sottoscritto da 25 nazioni tra cui anche l'Italia e altri importanti mercati europei (vale la pena citare, non esaustivamente, Francia, Germania, Regno Unito).
Come è ovvio di questi tempi, lo sviluppo del 6G viene visto anche in termini di cybersecurity e sicurezza geopolitica, non solo di business. Il 6G avrà un ruolo economico e sociale critico perché diventerà, nelle intenzioni, una infrastruttura alla base di molte altre forme di innovazione digitale: dall'intelligenza artificiale al manufacturing avanzato, fino alle applicazioni in ambito Difesa. Per questo deve essere "un sistema di comunicazione globale aperto, interoperabile, sicuro, resiliente, supportato dall'AI, altamente innovativo ed efficiente dal punto di vista delle risorse".
Fin qui tutto bene, ma perché l'idea di una collaborazione globale? O quantomeno di una collaborazione tra nazioni "affini" (like-minded, nel testo originale)? Perché - sostiene la Call to Action - il 6G sarà una infrastruttura critica globalmente interconnessa che comporterà, proprio per questa interconnessione, alcuni rischi sistemici (informatici, economici, di sicurezza nazionale) che vanno gestiti. E che possono essere gestiti bene solo se affrontati altrettanto globalmente. Di conseguenza, ogni nazione ovviamente svilupperà le proprie infrastrutture 6G secondo le sue esigenze e possibilità, ma c'è anche una sorta di responsabilità condivisa nell'adottare i medesimi solidi standard di base per la sicurezza e la resilienza delle reti. Questo impone, secondo il documento, un'azione concertata tra i Governi, in collaborazione con il settore privato, il mondo accademico ed altri stakeholder.
Più nel concreto, questa visione si traduce in una serie di impegni che i firmatari della Call to Action hanno sottoscritto. C'è (genericamente) un po' di tutto, ma principalmente: agire per promuovere l'adozione diffusa di reti 6G interoperabili e sicure, sviluppare collaborazioni e partnership con altri Stati e stakeholder, fare in modo di evitare sovrapposizioni tra gli organismi di mercato che guidano lo sviluppo tecnico del 6G. Sono impegni validi ma generici: il vero elemento operativo della Call to Action è una sequenza di azioni concrete che i governi firmatari si impegnano a intraprendere, scaglionate su un arco temporale di dodici mesi.
Entro un mese, ad esempio, ciascun Governo dovrà designare "punti di contatto" esperti in materia di 6G, per facilitare un dialogo continuativo. Dovrà anche designare un'agenzia governativa responsabile della gestione delle comunicazioni con questo gruppo di contatto e sviluppare un primo elenco preliminare degli stakeholder rilevanti nel settore delle telecomunicazioni e in ambito accademico.
Entro tre mesi, i firmatari della Call to Action si impegnano a confrontarsi - congiuntamente e individualmente - con tutti gli stakeholder del settore delle telecomunicazioni per comprendere meglio il panorama politico ed economico legato allo sviluppo del 6G. È previsto anche un primo incontro per approfondire i risultati raccolti, valutare la possibilità di approcci più coordinati, mappare le risorse economiche, politiche o finanziarie che potrebbero sostenere la competitività del 6G.
Entro sei mesi, il documento prevede la definizione informale di una strategia su come sostenere nel lungo periodo supply chain per il 6G che siano "sicure, resilienti, sostenibili e innovative". In parallelo, i Governi inizieranno a valutare come integrare la sicurezza del 6G nelle rispettive strategie nazionali o regionali. Entro dodici mesi, i rappresentati dei firmatari della Call to Action dovrebbero incontrarsi in presenza per fare il punto sui progressi fatti, condividere ciò che hanno appreso, individuare le priorità operative per l'anno successivo.
Il documento elenca poi una lunga serie di possibili passi ulteriori più specifici, da esplorare in base alle priorità e capacità di ciascun Paese. Si va da forme di coordinamento della ricerca e sviluppo congiunta sul 6G alla valutazione di come preparare le reti commerciali alle priorità di Difesa e sicurezza pubblica, dalla valutazione dei rischi di cybersecurity nel settore delle telecomunicazioni 5G/6G al rafforzamento della trasparenza sulle vulnerabilità delle supply chain, fino alla promozione di standard 6G globali allineati alla visione condivisa della Call to Action.