Industria italiana, quando l’innovazione tech conviene più della delocalizzazione

In alcuni comparti, come alimentare e automotive, riprogettare le fabbriche con AI e automazione può colmare divari di costo fino al 14% rispetto all’offshoring in Cina, dice uno studio BCG

Autore: Redazione ImpresaCity

La manifattura italiana è la seconda d'Europa per dimensioni, ma come tutte le altre del continente opera sempre più sotto pressione: alti costi energetici, difficoltà nel reclutare profili qualificati, concorrenza internazionale sempre più agguerrita.

Secondo il nuovo studio How the Factory of the Future Is Reshaping the Economics of Manufacturing Competitiveness del BCG Institute (l'istituto di ricerca di Boston Consulting Group), 1.031 miliardi di dollari di valore aggiunto manifatturiero dell'Europa occidentale e nordica sono a rischio di delocalizzazione, se non si interviene.

Ma intervenire come? Per esempio ammodernando le fabbriche con sistemi di intelligenza artificiale, agentici, e potenza di calcolo per consentire simulazioni ad alte prestazioni. La convergenza di questi tre trend tecnologici infatti oggi rende economicamente fattibile la realizzazione del concetto di Fabbrica del Futuro (FoF), ovvero la riprogettazione end-to-end dei processi della fabbrica basata sull'integrazione di intelligenza artificiale, automazione avanzata e sistemi intelligenti.

Questo secondo il BCG Institute può cambiare la situazione in modo strutturale: in alcuni comparti industriali, investire nella riprogettazione FoF degli impianti esistenti è già oggi più vantaggioso che delocalizzare.

Il beneficio, spiega una nota di BCG, nasce appunto da un approccio sistemico come il FoF: non si tratta di automatizzare singole celle produttive, ma di riprogettare l'intera catena operativa (dalla gestione dei materiali ai controlli di qualità, dalla pianificazione energetica alla manutenzione predittiva) creando un effetto composto che investe tutta la struttura dei costi.

La tecnologia può ribaltare la logica della delocalizzazione

L'analisi di BCG, basata su un indice proprietario che integra 42 fattori di costo e qualitativi e su una survey su 1000 produttori globali, evidenzia che i guadagni di produttività raggiungibili con l’innovazione FoF degli impianti produttivi nei settori analizzati arrivano fino al 60% nei casi più favorevoli. Uno di questi è la torrefazione del caffè in Europa Occidentale, dove i costi di conversione scendono fino al 43%.

“La manifattura italiana è un'eccellenza che ha retto a molte pressioni, ma la finestra per agire si sta restringendo”, commenta nella nota Jacopo Brunelli, Managing Director e Senior Partner di BCG. “Questo studio ci dice che la tecnologia, per la prima volta, può ribaltare la logica della delocalizzazione in alcuni settori fondamentali per il tessuto industriale italiano”.

La tecnologia però da sola non basta: “Serve un salto di scala nell'adozione, e questo richiede investimenti, competenze e un contesto normativo che non freni la riorganizzazione produttiva. L'Italia ha gli strumenti, pensiamo al credito d'imposta sugli investimenti in automazione Transizione 5.0 che arriva fino al 45%, ma le aziende devono decidere ora”, sottolinea Brunelli.

Secondo lo studio, la "Factory of the Future" (FoF) offre un'opportunità significativa ma differenziata per tutta l’Europa. In particolare, per l’area Europa occidentale e Paesi nordici, la FoF può rafforzare concretamente la competitività nei settori che servono mercati nazionali o regionali, in particolare per gli impianti esistenti (“brownfield”). Comparti come la trasformazione alimentare, la difesa e l'automotive traggono vantaggio dalla riduzione del divario di costi rispetto alla delocalizzazione che la FoF comporta, unita alla vicinanza ai clienti e a un'alta preparazione qualitativa in termini di competenze e infrastrutture digitali.

Due casi italiani, nell'automotive e nell'alimentare

La FoF però non colma ogni divario. In altri settori strategici, come la produzione di componenti elettrici (batterie, semiconduttori), gli svantaggi strutturali di costo rimangono significativi anche con l’innovazione tecnologica.

Per l'Italia, l’indagine sviluppa un'analisi specifica a partire dal caso reale di una fabbrica di componentistica automotive “brownfield” che serve il mercato locale. Oggi, senza interventi, produrre sul territorio nazionale per questo impianto costa il 12% in più rispetto alla Cina. Con l'innovazione ispirata ai concetti di FoF il divario scompare.

Un risultato analogo, continua BCG, vale per il settore alimentare, dove con l'upgrade tecnologico l'Italia raggiunge la piena parità competitiva con la Cina per servire il mercato locale, partendo da un gap iniziale di 14 punti. In altri segmenti, come l'elettronica, l’innovazione FoF riduce il gap ma non lo elimina del tutto, e la delocalizzazione resta l'opzione più proficua. Il quadro è quindi differenziato per filiera: la scelta tra upgrade locale e rilocalizzazione non ha una risposta unica, ma va affrontata settore per settore, impianto per impianto.

Due fattori di contorno determinanti

Due fattori condizionano profondamente la capacità dell'Italia di realizzare i potenziali benefici. Il primo è la flessibilità del mercato del lavoro: lo studio mostra che nei Paesi in cui questa è maggiore, il periodo di recupero dell'investimento in automazione si accorcia in misura tale da rendere l’upgrade preferibile alla rilocalizzazione.

Il secondo è la disponibilità di abilità digitali e infrastrutture tecnologiche: su questo indicatore composito, l'Italia si classifica nona su diciannove Paesi analizzati, con un punteggio di 6.3 su 10, dietro a Germania, Giappone, Francia e Corea, ma davanti a Polonia e Spagna. Un posizionamento intermedio che lascia margini di miglioramento concreti.

“La manifattura ha una caratteristica che spesso si dimentica nel dibattito sull'automazione: c'è sempre una trasformazione fisica. Questo significa che la tecnologia aiuta, ma non sostituisce integralmente il lavoro umano, soprattutto in quei processi dove il giudizio e la destrezza restano insostituibili”, evidenzia Brunelli. “In un Paese dove quasi il 28% delle imprese industriali dichiara già oggi difficoltà gravi nell’attrazione dei talenti, la Fabbrica del Futuro può svolgere un ruolo diverso: non togliere lavoro, ma consentire a una forza lavoro che invecchia e non riesce più a portare avanti certe mansioni, di fare di più, meglio e in condizioni diverse. È un'opportunità di reinvenzione, non solo di riduzione dei costi”.

Fonte: How the Factory of the Future Is Reshaping the Economics of Manufacturing Competitiveness, BCG Institute


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