Una nuova analisi del CMCC rivela come il riscaldamento globale minacci la crescita economica e la stabilità del debito pubblico, trasformando il rischio ambientale in un concreto rischio sovrano per il Paese.
Autore: Redazione ImpresaCity
Il cambiamento climatico rappresenta una minaccia strutturale non solo per l'ecosistema, ma per la tenuta economica dell'Italia. Una nuova analisi del CMCC, condotta in collaborazione con Deloitte Climate & Sustainability e lo European University Institute, ha quantificato per la prima volta l'impatto del riscaldamento globale sulle finanze pubbliche italiane, introducendo il concetto di spread climatico. Secondo lo studio, in assenza di politiche di mitigazione e adattamento efficaci, l'Italia rischia entro il 2050 una contrazione del PIL fino a 6 punti percentuali rispetto a uno scenario privo di danni climatici. Tale flessione non rappresenta un semplice rallentamento passeggero, ma si traduce in una traiettoria di crescita strutturalmente più debole, capace di minare alla base la sostenibilità del debito pubblico.
Il rischio climatico si trasforma rapidamente in rischio sovrano. La dinamica è chiara: la crescita economica ridotta comprime la base imponibile e rende più complesso il contenimento del rapporto debito/PIL. Questo scenario di incertezza aumenta la rischiosità percepita del debito, spingendo verso l'alto i tassi di interesse che lo Stato deve corrispondere per finanziarsi. Si genera così lo spread climatico, ovvero un costo aggiuntivo che agisce come fattore di stress su una vulnerabilità fiscale già preesistente. Si innesca di conseguenza un circolo vizioso in cui il peso del debito pubblico limita lo spazio fiscale, costringendo a una scelta tra maggiori imposte o un ulteriore indebitamento, con ripercussioni negative dirette sui costi di finanziamento per famiglie e imprese.
Gli effetti del riscaldamento globale non colpiscono l'Europa in modo omogeneo, poiché le regioni meridionali e orientali risultano significativamente più esposte, con danni marcati alla produttività e alle infrastrutture. L'urgenza della questione è testimoniata dai costi già sostenuti dall'Unione Europea, dove gli eventi meteorologici estremi hanno causato perdite stimate in 822 miliardi di euro nel periodo tra il 1980 e il 2024. Il dato più allarmante riguarda l'accelerazione recente: oltre il 25% di tali perdite, pari a 208 miliardi di euro, si è concentrato esclusivamente nel quadriennio 2021-2024.
Il danno economico è alimentato anche dal calore estremo e dalla siccità, che minano la produttività del lavoro e gravano pesantemente sui sistemi produttivi. Di fronte a queste evidenze, la mitigazione e l'adattamento non possono più essere considerate esclusivamente misure di protezione ambientale, bensì devono essere interpretate come leve di stabilità macroeconomica e finanziaria. Agire tempestivamente per affrontare la crisi climatica è, oggi, l'unico strumento concreto a disposizione per proteggere la crescita economica e garantire la sostenibilità di lungo periodo dei conti pubblici italiani.